Dora e la città perduta

Dora e la città perduta

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Adattamento tra remake e sequel di una nota serie animata, con la regia di uno specialista del cinema per famiglie come James Bobin, Dora e la città perduta intrattiene e strappa qualche sorriso, ma resta ingabbiato dalla sua (malintesa) necessità di accontentare un pubblico il più possibile trasversale.

Sì, esplorare

Cresciuta nella giungla peruviana, figlia dei due esploratori Cole ed Elena, la sedicenne Dora si prepara (a malincuore) a raggiungere suo cugino Diego a Los Angeles, lasciando ai genitori la ricerca della favolosa città inca di Parapata. Ma durante una gita liceale, Dora, Diego e due loro compagni vengono rapiti da un gruppo di mercenari, che puntano anch’essi ad arrivare alla città perduta… [sinossi]

Una trasposizione live action come quella di Dora l’esploratrice, serie animata targata Nickelodeon specificamente dedicata ai più piccoli, non poteva ovviamente configurarsi come un remake “letterale”. Gli sketch animati, surreali ed edificanti, che vedevano protagonista il personaggio della piccola esploratrice latinoamericana, necessitavano al cinema di una cornice più strutturata, tale da dare al risultato – senza per questo estraniarsi i piccoli spettatori della serie – un respiro più tipicamente cinematografico. Per questo Dora e la città perduta, il regista James Bobin ha scelto così di spostare in avanti di una decina d’anni la vicenda della giovane protagonista, trasformando quest’ultima in una teenager che si prepara a trasferirsi dalla giungla peruviana a quella (per lei sconosciuta, e forse più insidiosa) della vita liceale. Gli ammiccamenti ai piccoli spettatori della serie sono perlopiù concentrati nel prologo che mostra la Dora bambina, con l’antropomorfizzazione degli oggetti (lo zainetto, la mappa) e degli animali (la fida scimmietta Boots, ma anche la volpe Swiper, antagonista principale della serie). La cornice iniziale scelta è quella di una storia avventurosa à la Indiana Jones, con i genitori della protagonista che hanno trasmesso a quest’ultima la passione per le esplorazioni, nonché il sogno di una favolosa città perduta.

Per confezionare un film come questo Dora e la città perduta, Bobin si muove quindi tra la versione riveduta e corretta di un prodotto per giovanissimi e un vero e proprio sequel, cercando di tener dentro sia il target più tipicamente infantile che quello adolescenziale – magari fresco ex spettatore della serie – evitando contestualmente di far sbadigliare gli adulti. Una conciliazione di intenti non proprio semplice, come appare chiaro fin dalle prime sequenze del film: si avverte abbastanza nettamente, di fatto, lo stacco tra il prologo, debitore al mood colorato e infantile della serie originale, e il clima da teen comedy che si respira fin dalle prime sequenze della frazione ambientata nel presente. Proprio quando la protagonista (che nella sua versione adolescente ha il volto di Isabella Moner, teen idol televisiva di origini peruviane) si trasferisce dal contesto libero e informale della giungla all’oscuro, teoricamente “civilizzato” ambiente liceale, il film mostra le sue maggiori potenzialità ma anche i suoi più forti limiti. Come dimostrano alcune riuscite sequenze (tra queste, quella del ballo liceale) c’erano infatti le basi per preparare meglio il clima da commedia adolescenziale che il film vorrebbe darsi, spingendo con più decisione sul percorso di crescita della protagonista, e sui rapporti con gli imminenti compagni d’avventura. Ma l’aspetto “johnhughesiano” della storia evidentemente non interessava più di tanto al regista, che mantiene contratta e piuttosto involuta tutta questa frazione.

Quando l’azione si sposta di nuovo nella location principale della giungla, Dora e la città perduta acquista un buon ritmo (sorretto in questo da una regia più che solida) ma mostra anche plasticamente tutta la sua esilità. Il filo narrativo che collega la seconda parte del film – la fuga da un gruppo di mercenari sulle tracce dello stesso sito favoleggiato dai genitori della protagonista – si mostra quasi subito per quello che è: un semplice pretesto per dare sfogo alla vis comico/avventurosa della giovane Moner (comunque piuttosto efficace nel ruolo) coadiuvata da un gruppo di spalle che non hanno il giusto spazio per uscire dai loro macchiettistici ruoli. Bobin ammicca in qualche scena allo spettatore più navigato, inserisce estemporanei riferimenti ai classici dell’“aureo” decennio eighties, dalla già citata saga di Indiana Jones a I Goonies, gioca col personaggio dello studente nerd e con la sua enciclopedica cultura sul cinema avventuroso, ma non riesce parimenti a smarcarsi dalla (malintesa) necessità di mantenere un target trasversale: una scelta che provoca più di una caduta di tono – che apparirà tale, probabilmente, anche alla fascia di spettatori più giovane – ma soprattutto un intreccio di scarsa sostanza, prevedibile nei suoi snodi principali e finanche nel supposto twist narrativo giunto nella parte finale.

Gradevole per molti versi quanto effimero, dai valori produttivi comunque ragguardevoli (la “confezione” si giova di un’efficace resa delle location, suddivise tra il Perù e l’Australia), Dora e la città perduta mostra comunque potenzialità – anche nel ben delineato ambito di un cinema per famiglie – che non sono state adeguatamente sfruttate. La fantasia del regista, solo a tratti libera di esprimersi davvero, produce tra le altre cose una gustosa, lisergica sequenza animata (in cui la serie originale viene replicata – stavolta sì – in modo letterale), ma si scontra con l’incapacità di allontanarsi in misura sufficiente dal soggetto di partenza, ricontestualizzandone davvero i personaggi e le idee. La qualità e la consistenza dell’intrattenimento, pur presente, non riescono a reggere alla prova di un lungometraggio pensato per un ampio pubblico: e il sorriso che a tratti il ricordo del film evoca – è inevitabile – si scontra col rimpianto per quella che resta una piccola occasione mancata.

Info:
Il trailer di Dora e la città perduta.

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