Bianco rosso e…

Bianco rosso e…

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Melodramma popolare tra umori ironici e malinconici, Bianco rosso e… di Alberto Lattuada si profila come un sostanziale veicolo divistico per una delle coppie più bizzarre del nostro cinema, Sophia Loren e Adriano Celentano. In dvd per Sony e CG.

Di ritorno dalla Libia, la bella suor Germana accetta un incarico di responsabilità presso un ospedale nei paraggi di Lodi. Nell’ospedale ha preso residenza fissa un curioso personaggio, Annibale Pezzi, orfano e convinto comunista senza casa che occupa abusivamente un letto. Decisa a farlo sloggiare al più presto, a poco a poco suor Germana inizia a provare simpatia e comprensione per Annibale, mentre per l’uomo la loro conoscenza si traduce presto in vero innamoramento. Fuori dall’ospedale, intanto, impazzano i tumulti della protesta sociale, che finiscono per coinvolgere anche suor Germana e Annibale… [sinossi]

Tra i completini che spesso Carlo Ponti cuciva addosso alla sua compagna Sophia Loren, una volta gliene confezionò uno anche da monaca. Affidato alle mani sicure di Alberto Lattuada, Bianco rosso e… (1972) vede infatti la Sophia nazionale nei panni di suor Germana, religiosa che rientra dalla Libia per occuparsi di un ospedale nei paraggi di Lodi. La sosta nei candidi abiti di una monaca è quasi un passaggio obbligato per molte dive del tempo. Lattuada anzi aveva in tal senso un precedente importante, il proverbiale Anna (1951) in cui il fascino tenebroso di Silvana Mangano si ritrovò castigato dal velo. Un rapido paragone tra i due film è tutto a svantaggio di Bianco rosso e…, che si muove da premesse più impegnate rispetto al conclamato melodramma noir del trio Mangano-Vallone-Gassman, ma che di fatto finisce poi dalle stesse parti con minor efficacia.

È infatti nella carne viva della cronaca italiana del tempo che tenta di affondare le proprie radici il soggetto di Bianco rosso e…. Esordendo con un’interessante e lunga sequenza priva di dialoghi, tutta affidata ai rumori di scena, in cui si rievoca la cacciata degli italiani dalla Libia voluta da Gheddafi nel 1970, successivamente il racconto colloca in aperta contrapposizione due modi di intendere il bene e due visioni della vita che riflettono in modo estremamente popolare la quotidianità italiana d’epoca; da un lato il bianco della religione, dall’altro il rosso del proletariato marxista, che per immediata estensione contingente dei due concetti possono tradursi anche nel più plateale confronto tra DC e PCI. Nell’ospedale di Lodi al quale è assegnata suor Germana al suo rientro in Italia ha infatti messo le radici un simpatico guascone, Annibale Pezzi, zoppo per un non meglio precisato incidente che occupa abusivamente un letto perché non ha altro dove andare. Orfano e convinto comunista, in realtà Annibale cerca di sdebitarsi con l’ospedale dandosi molto da fare, è un pertinace sostenitore dell’auto-emancipazione del proletariato (spera di ritornare un giorno in ospedale come medico), e pian piano si è fatto molto amare da tutta la popolazione dei degenti (pure da dottori e infermieri), cosicché tra suor Germana e Annibale viene a crearsi anche un vero e proprio conflitto di territorio, da conquistare e dominare. È anche in nome delle loro rispettive visioni del mondo che i due intendono imporre il loro dominio. Di fatto, nelle intenzioni degli autori è rilevabile l’intento facilmente allegorico di confinare nel microcosmo di un ospedale opposizioni ideologiche che coinvolgono tutta l’Italia del tempo.

In tal senso la prima mezz’ora di Bianco rosso e… risulta molto efficace, nella sua capacità di evocare un ambiente sì piccolo e strapaesano, ma ben intagliato grazie all’atteggiamento lattuadiano di fine cesellatore. Come infatti d’abitudine nel cinema dell’autore (specie quando si trova a lavorare nei contesti suoi propri della provincia lombarda: basti pensare al precedente e ben più riuscito Venga a prendere il caffè da noi, 1970), si rileva una sobria eleganza dovuta a una messinscena razionale e ben affidata alla gestione dello spazio filmico. Sorretto all’eleganza della fotografia di Alfio Contini, Lattuada restituisce infatti i fumi nebbiosi della provincia settentrionale, specie quando si trova a dover narrare il circolo frequentato da Annibale la sera, in cui l’uomo si atteggia a punto di riferimento. Il quadro che ne esce è un vivace ritratto di una Lombardia proletaria, vociante e solidale, dall’originale consistenza pittorica. È altrettanto funzionale la prova di Adriano Celentano, che ai suoi esordi come attore si rivelava spesso una bella sorpresa, sorretto da grande freschezza, spontaneità e capacità di aderire al vero spirito del personaggio. Il suo Annibale Pezzi sembra nato per incarnarsi nel ragazzo della via Gluck, lombardo e popolare, venuto dalla strada e dotato di grande ironia, sbruffone e fascinoso. Magari non incarna esattamente le simpatie politiche di Celentano dell’epoca, ma ne condivide l’afflato popolare e le sue derive populistiche. In Bianco rosso e… il Molleggiato dà vita a un personaggio realmente costruito a tutto tondo, capace di alternare con buona credibilità ironia e sinceri accenti drammatici. È un rimpianto, anzi, che Celentano non abbia proseguito sulla strada intrapresa ai suoi esordi d’attore, quella cioè di un cinema d’autore in cui la sua figura fosse ben utilizzata da registi di buon nome (al tempo lavorò con Lattuada, Germi, Argento, Corbucci, Fulci, Festa Campanile…).

All’altro polo del conflitto si colloca l’abito candido di Sophia Loren nei panni di suor Germana. Nelle coppie composte e ricomposte dal divismo di casa nostra in funzione del successo al botteghino, la Loren-Celentano è una delle più inedite, strane e inaspettate. Provenienti da formazioni ben diverse, i due risultano anche abbastanza affiatati ma sembrano abitare due film del tutto differenti: se Annibale Pezzi è pieno frutto di un bozzettismo politicheggiante più coevo al suo tempo e di una rinnovata idea di attore improvvisato, la suor Germana di Sophia Loren è algida e impostata, e pure visivamente sembra provenire da qualche melodramma italiano degli anni Cinquanta. Sorta di propaggine matarazziana catapultata agli inizi degli anni Settanta, la sua figura è caratterizzata pure da un convenzionale retroterra psicologico di pieno melodramma classico, ai confini del fotoromanzo. Suor Germana si è infatti fatta monaca a seguito della morte traumatica del suo fidanzato, rimasto ucciso in un incidente avvenuto a un pozzo petrolifero. In tal senso Bianco rosso e… sembra voler operare una contaminazione interessante ma non del tutto riuscita, innestare cioè il consolidato braccio narrativo di un nostrano melodramma popolare su un sostrato semplificato di contingenza e urgenza sociale. Su un terreno facilmente populistico il melodramma di Lattuada affonda infatti in coeve e precise istanze sociali. Il fidanzato di suor Germana è morto a seguito delle carenti condizioni di sicurezza in cui lavorava, tema che ritorna più avanti tra le rivendicazioni dell’arrabbiato e impegnato Annibale. Rimane del resto ben definito lo sfondo contingente sul quale avvengono le bonarie schermaglie tra i due protagonisti. Fuori dall’ospedale tumultuano gli autunni caldi dell’Italia del tempo, ed è a seguito di una protesta di piazza che Annibale ci rimette la vita.

È qui che vengono anche le note più dolenti per il film. Per almeno metà del racconto Lattuada intaglia infatti piuttosto bene i suoi due personaggi, riserva loro un trattamento magari non profondissimo ma serio e consapevole, sorretto da una buona sceneggiatura. Quando però Annibale esce dall’ospedale, Bianco rosso e… mostra tutti i suoi evidenti limiti. Se per metà Lattuada allude e crea aspettative evitando le lusinghe della commedia, poi però non chiude, e il suo film finisce per non mostrare alcuna vera ragione profonda se non quella di utilizzare a fini commerciali due divi per ottenere buoni incassi (ciò che effettivamente avvenne all’uscita in sala) costruendo loro intorno un funzionale contenitore. La buona interazione tra garbata ironia e approccio drammatico che caratterizza la prima metà si disfa poi in un’affrettata conclusione, dove finisce per prevalere il gusto per un melodramma immotivato e fine a se stesso, dove si dà anche palese evidenza alla sottaciuta passione che interviene a legare i due personaggi. Dovevano essere anche anni di intensa discussione intorno a tabù religiosi; soltanto due anni prima Sophia Loren si era infatti proposta come scardinatrice del celibato sacerdotale nell’altrettanto poco riuscito La moglie del prete (1970, Dino Risi), dove tentava inutilmente di convolare a nozze col fascinoso prelato Marcello Mastroianni. Stavolta i ruoli si invertono, ed è l’ateo Annibale ad attentare alla virtù di suor Germana. La discussione intorno all’amore terreno negato ai religiosi doveva essere dunque abbastanza urgente all’epoca, e Bianco rosso e…, così come La moglie del prete, ricavò probabilmente un minimo di risonanza anche dalla sua caratura di piccolo scandalo all’acqua di rose. Ma è proprio questa la misura del film di Lattuada. Benché si avverta al fondo un sincero umanesimo e si riconfermi spesso una felice vena ironica e malinconica, lo stile di Lattuada sembra anche stavolta elevare e salvare parzialmente un materiale narrativo non particolarmente stimolante.

Film ambizioso ma sostanzialmente gracile, narrativamente sconnesso in un andamento di distratta episodicità, Bianco rosso e… si profila semmai come uno dei vari tentativi di mantenere in vita il divismo di Sophia Loren, mentre intorno il cinema italiano e non cambiava molto rapidamente. Alla bella Sophia non si negava un elegante trucco degli occhi nemmeno quando si metteva il velo di una monaca. In nome del divismo si passava sopra pure a questo. Semmai, più in linea con le reali posizioni di Celentano (“Chi non lavora non fa l’amore” è di appena due anni prima) sembrano le sostanziali conclusioni del racconto, in nome di un facile volemose bbene fondato sulla concordia sociale (sempre implicitamente a scapito, però, delle classi meno abbienti). Se infatti in prefinale la protesta ha un esito tragico evidenziando una certa problematicità d’approccio, d’altro canto la sequenza dello sciopero in ospedale è tutta giocata a favore dell’operosità di suor Germana, che si fa aiutare pure dai militari. Si respira insomma un tenue sentimento reazionario, dove la protesta sembra profilarsi come un indistinto baccano in cui nessuno si mette d’accordo con nessuno. Ma a tali riflessioni Bianco rosso e… non ci arriva nemmeno (benché ci provi), e risiede forse qui il suo maggior fallimento. Se in ultima analisi doveva trattarsi di puro e autoreferenziale melodramma, non era necessario scomodare DC, PCI e il conflitto sociale. Bastava Anna, la Mangano, e il “Negro Zumbon”, per dar vita a un capolavoro. Perché Anna lo è.

Extra:
filmografie principali (Alberto Lattuada, Sophia Loren, Adriano Celentano, Fernando Rey), materiale pubblicitario originale.
Info
La scheda di Bianco rosso e… sul sito di CG Entertainment.

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