Intervista a Bonifacio Angius

Intervista a Bonifacio Angius

Regista, sceneggiatore, direttore della fotografia e produttore (dal 2013 è amministratore della società di produzione cinematografica Il Monello Film), Bonifacio Angius è uno dei protagonisti del fermento di un nuovo cinema in Sardegna. Inizia studiando recitazione, mentre a Firenze segue gli studi di Psicologia. Nel 2003 realizza il suo primo cortometraggio, L’arte di essere felici, cui seguono Ultimo giorno d’estate e In Sa ‘Ia. Realizza poi il suo primo lungometraggio, SaGràscia. Con il secondo, Perfidia, partecipa in concorso al Locarno Film Festival mentre il successivo, Ovunque proteggimi, è stato presentato al Torino Film Festival. Abbiamo incontrato Bonifacio Angius in occasione della proiezione di Destino, il suo nuovo lavoro, un corto, che ha chiuso la 34esima edizione della Settimana Internazionale della Critica.

Mi puoi parlare del tuo interesse per Sardegna magica, per il malocchio, le superstizioni?

Bonifacio Angius: Non è che sia un interesse verso la Sardegna magica, io ho un interesse in generale per la superstizione. In Sardegna e nel Sud Italia c’è la tendenza a avere questi sentimenti religiosi e pagani che poi si fondono. L’idea del film è nata proprio perché non è che ci creda, ma non si sa mai. Una volta sono andato a fare la medicina dell’occhio e da lì è nata questa idea. Inizialmente doveva essere impiegato un altro attore, in realtà un non attore, che conoscevo perché aveva già lavorato con me come comparsa. Poi ho pensato che potesse essere ingestibile, nel senso che temevo potesse abbandonarmi da un momento all’altro. Alla fine, un po’ per praticità, un po’ perché io farò un ruolo importante nel mio prossimo lungometraggio, ho pensato che questo personaggio potevo cucirlo più su di me. Personaggi così ce ne sono tantissimi, gli ex-rocker. li vedi camminare in giro. Avendo vissuto a Roma e a Barcellona, ne ho visti tanti anche lì. Ho cercato di cucire il personaggio su di me. Questo soggetto lo avevo in mente dopo aver fatto la medicina dell’occhio. La signora, che me l’aveva praticata, mi aveva detto le stesse identiche cose che si dicono nel film: «Devi confessarti perché devi essere puro, devi recitare questa preghierina la sera tre volte, con gli occhi chiusi». Io le ho chiesto: «Con gli occhi chiusi, quindi la devo imparare a memoria?», «Sì la devi imparare a memoria». Il progetto è nato così in maniera istintiva e naturale. Poi l’ho usato come esempio di lezione di sceneggiatura con i miei ragazzi del corso di cinematografia all’Accademia di Belle Arti Mario Sironi di Sassari. Poi i ragazzi hanno preso parte alla lavorazione del film, sia quelli del corso di quest’anno, sia dei vecchi studenti dei corsi precedenti che ho coinvolto, perché avevano più esperienza. Ad alcuni ho affidato il ruolo di operatore, soprattutto alla macchina, perché gli altri ragazzi avevano meno esperienza. Ho avuto molta fortuna perché quest’anno ho avuto un gruppo di ragazzi molto in gamba.

Parli di un progetto che hai usato per le tue lezioni di sceneggiatura. Perché hai preferito la forma del corto, e non del lungo, su questo soggetto?

Bonifacio Angius: Ho in cantiere un altro lungometraggio dove ci sono questi elementi, pur non essendoci questo personaggio. E poi mi piace alternare, infatti tra Perfidia e Ovunque proteggimi ho realizzato un altro cortometraggio, Domenica. Il corto è una forma che non ho abbandonato anche perché non lo considero un sottogenere. Si dice spesso che nel corto devi essere più bravo perché hai meno tempo per far passare quello che vuoi dire. Io in questo non sono tanto d’accordo. Forse il corto ti dà la possibilità di nascondere lacune che sul lungo verrebbero fuori. E poi il corto ha una minore complessità organizzativa rispetto al lungo, quindi preferisco alternare lungometraggi e cortometraggi. Questa volta ne farò due perché ho intenzione di unire tutti i miei cortometraggi in un film a episodi intrecciati. Ne sto preparando anche altri due in questo momento.

In cosa consiste questo progetto di comporre i tuoi cortometraggi?

Bonifacio Angius: È un progetto che ho da tempo, il film si chiamerà La noia, un titolo che qualunque distributore rifiuterebbe. Che poi non sarà tanto noioso, anzi non sarà noioso per niente. Ed è caratterizzato dalla solitudine, dalla noia esistenziale, dal vuoto, che poi non è solo vuoto, perché il vuoto nasconde sempre un grande dolore, una grande angoscia, una grande paura. Questo vuoto depressivo non è mai fine a sé stesso. Nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, la crisi depressiva è definita come sensazione di vuoto. Stiamo parlando di uno che ha questa sensazione di vuoto, che deriva da una grande angoscia per il futuro, per quello che succederà. Il vuoto non è mai fine a se stesso, magari fosse solo vuoto. Uno se ne starebbe nel suo vuoto, tranquillo. In realtà il vuoto nasconde tanta sofferenza.

Destino si gioca quasi tutto con campi controcampi, escludendo però la scena del confessionale, dove non mostri il prete ma solo la grata da cui parla. C’è poi una specie di campo controcampo con la bambina, prima che scompaia.

Bonifacio Angius: In questo caso c’è un punto di vista al di sopra del piazzalino della chiesa. Difatti è un campo controcampo ma diverso, un po’ strano, con la bambina. Un po’ questo nasce dalla necessità. Non avevamo la possibilità di fare dei grossi movimenti di macchina. Ma comunque io non ne ero interessato. Se avessi avuto un’urgenza di fare un movimento di macchina, mi sarei attrezzato, avrei chiamato qualcuno, perché il budget era ridottissimo, per farmi prestare qualche aggeggio. Il mio cinema non è fatto di piani sequenza, anzi questo abuso che se ne fa nel cinema europeo sta cominciando a irritarmi. Tutti vogliono fare il piano sequenza, ma anche nel piano sequenza c’è il montaggio. Non in tutti, c’è chi sa usare bene il piano sequenza. Nel piano sequenza c’è il primo piano, il campo lungo, il piano americano, il controcampo in un unico tape. La maggior parte dei capolavori del cinema che piacciono a me, sono tutti girati in campo controcampo. In maniera semplice, con inquadrature fisse, con movimenti di macchina funzionali al racconto. Per me la cosa principale è mostrare un personaggio, raccontare una storia, sono un po’ all’antica. In questo momento, parlando in giro, senti molti che parlano di stile, ma lo stile non esiste, lo stile è il metodo che ogni autore trova lungo la strada, è il mezzo che gli viene più facile per cercare di mettere in scena quello che vuole. Questo è lo stile. Partire dallo stile per raccontare una storia mi sembra un po’ un paradosso.

Come hai costruito il personaggio di Mario? Un uomo ossessionato da una cosa, il malocchio, che non gli permette di vedere le cose davvero importanti.

Bonifacio Angius: Il personaggio è stato costruito durante le lezioni di sceneggiatura. Quando scriviamo una scena, poi la recito per vedere se funziona. Perché è l’unico modo per capire se funziona. Prendevo quindi uno studente a caso, me lo mettevo davanti e dicevo: «Allora tu fai la sorella e adesso improvvisiamo e giochiamo su questo dialogo, fregatene delle battute che abbiamo scritto, leggitele, vediamo se la consequenzialità delle parole, una messa dietro l’altra, funziona. In base a quello fai le correzioni». Quindi questo personaggio è nato così, recitandolo. Io ho fatto i primi passi nel cinema con una scuola di recitazione. Poi ho avuto delle proposte, ma un po’ perché non mi sentivo all’altezza, un po’ perché avevo paura di finire nelle mani di qualcuno che non mi avrebbe saputo dirigere, ho fatto solo dei piccoli ruoli per esempio in Perfidia. Non ho mai smesso di recitare, perché in tutti i miei film recito la scena all’attore: «Tu devi fare così», e poi si spera che lui la faccia anche meglio di me. Molto spesso un personaggio è legato al physique du rôle, perché al cinema un attore deve avere il corpo e il fisico giusto per interpretare un personaggio. In questo caso credevo di avere il fisico e il viso giusto per poterlo impersonare. Però non è che ho dovuto concentrarmi. Ti concentri nel momento in cui sei lì sul set, durante il ciak, ti estrai un attimo, ma non è che c’è questo lavoro, Stanislavski, non stiamo lì a fare molte teorie. Poi c’è molto di me stesso in quel personaggio. Giocando un po’. Però quando il prete nel confessionale chiede: «Chi è che ti ha messo il malocchio?», rispondo: «Tutti, perché sto antipatico a tutti e loro stanno antipatici a me. Quando c’è da prendere son tutti bravi, però quando c’è da dare, dimenticano quello che hai fatto per loro». Questa cosa non va bene ed è una cosa che io penso molto spesso, non sempre ma nei momenti di sconforto. Ho giocato con la mia angoscia personale, come sempre ho fatto e come sempre farò. Almeno fino al prossimo lungometraggio. Poi potrò dedicarmi a film d’azione, di cazzotti. Perché fare film personali non è facile, questo non è stato molto duro ma gli altri…

Come hai concepito il fatto della sparizione/scomparsa della bambina?

Bonifacio Angius: Lui è convinto di avere sfiga, vede tutto nero, è convinto che succederà qualcosa di terribile. Alla fine qualcosa di terribile succede, in una maniera un po’ cialtrona, come il cinema deve essere, lui se le tira addosso. In una maniera quasi magica, perché basta che lui entri in chiesa, nel giro di un minuto, mette le monete, poi lei sparisce magicamente. Dice di averla cercata dappertutto quando ritorna lì angosciato, ma il luogo in cui è ambientato il film è talmente circoscritto che è veramente difficile poter perdere una bambina, bastava che la cercasse un po’ meglio. Questa paura l’ha portato a guardare a destra e sinistra e a darsi per vinto, invece poi prendono la macchina e la trovano subito. Io spero che lo spazio in cui è raccontato il film sia abbastanza chiaro. Non siamo in una metropoli, non siamo in un luogo così ampio per cui diventa difficile perdere una bambina. Però lui è talmente convinto di questa tragedia imminente che dovrà succedere, che gli succede.

Lo spazio limitato del corto è qui anche una limitazione per lo spazio. Tu hai interesse per i road movie, per gli spostamenti. Qui ci sono spostamenti ma molto ridotti, nelle sequenze di tragitto, a piedi in macchina, tra la casa e la santona e la chiesa.

Bonifacio Angius: Io non credo che il mio film precedente sia un road movie. La Sardegna è lunga 240 chilometri, non basta che uno si metta in macchina e li faccia tutti per fare un road movie. Un road movie all’americana è un’altra cosa. Ti metti in macchina, ti fermi, conosci un personaggio, riparti e poi conosci un altro personaggio. In Ovunque proteggimi questo non succede, è sì un film itinerante. Anche se tutti pensano che basti che uno salga in macchina perché sia un road movie. Anche Perfidia non lo è.

Dove si svolge Destino?

In una frazione di Sassari che si chiama Caniga.

Ci sono delle musiche alla fine del film, dissonanti che sottolineano questa angoscia per la scomparsa della bambina. Come le hai create?

Bonifacio Angius: Sono musiche che ho fatto io. Solitamente uso la musica nel lungometraggio come elemento preponderante, ma nel cortometraggio sarebbe troppo invadente usare una musica magniloquente. Che poi in assoluto non è neanche vero, perché uno potrebbe trovare lo spazio per la musica. In questo caso non mi sembrava congegnale. Ho preso un paio di campioni, un sequencer, li ho trattati, li ho sovrapposti, ho messo un paio di effetti, non era così complessa. Serviva per esasperare questa angoscia. Però è sempre molto sotto. Anche nel corto precedente, c’è musica ma viene un juke box, diegetica che poi diventa extradiegetica. Preferisco non caratterizzare troppo il film breve con l’utilizzo di pezzi musicali troppo invadenti.

Come mai il protagonista indossa una maglietta con il titolo in spagnolo de Il buono, il brutto, il cattivo?

Bonifacio Angius: Perché avevo quella maglietta, di quel colore marroncino-giallo sbiadito. Quel personaggio potrebbe indossare quel tipo di maglietta. Poi è un film che adoro. Non avrei mai messo la maglietta di Guerre stellari che invece detesto. L’importante era il colore e il tipo di film.

Quanto il tuo cinema è legato alla Sardegna? Potresti fare un film altrove?

Bonifacio Angius: Credo di sì. Però adesso mi viene di fare film in Sardegna. Ma non sono così legato alla Sardegna, non uso gli stereotipi sulla Sardegna. Scorsese, lungi da me paragonarmi a lui, ha fatto tutti i suoi primi film a New York perché era di NY. Io li faccio in Sardegna perché sono nato e cresciuto in Sardegna. E poi perché esiste questa legge regionale che dà i fondi per fare i film. Ho avuto fortuna perché fino a 15 anni fa di registi sardi se ne conoscevano ben pochi, e quelli che si conoscevano, avevano lavorato tutti fuori dalla Sardegna. È un momento florido e speriamo che continui. La Sardegna Film Commission ci ha sempre supportato fin dal primo film. Ho grande stima di Nevina Satta e di Antonello Grimaldi.

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