L’uomo che volle farsi re

L’uomo che volle farsi re

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Avventura, spettacolo, beffarda commedia e altissima tragedia. L’uomo che volle farsi re di John Huston stratifica un godibile intrattenimento verso una maestosa e vibrante riflessione filosofico-esistenziale. Pregevole Sean Connery, superlativo Michael Caine. In dvd per Sony e CG.

Tratto dall’omonimo racconto di Rudyard Kipling. Nell’India britannica di fine Ottocento, i due ex-soldati Daniel Dravot e Peachy Carnehan non accettano di ritornare in patria e si lanciano in un’impresa del tutto insensata: raggiungere le lontane terre del Kafiristan, isolate dal mondo e occupate da popolazioni in perenne lotta una contro l’altra, riunire i popoli litigiosi sotto il loro comando e far incoronare Daniel come loro monarca, mirando anche ai tesori locali. Dopo un lungo viaggio accidentato e varie disavventure, i due riescono effettivamente nell’impresa, ma non hanno fatto i conti con i culti autoctoni. Scoprono infatti che nelle terre del Kafiristan dura da due millenni l’attesa per la venuta di un secondo Alessandro Magno, e i popoli locali finiscono per vederlo in Daniel, che per parte sua non fa nulla per disilluderli… [sinossi]

Icaro, Prometeo. La sfida al limite umano, la punizione naturale, la cinica beffa che si ripiega sulle ambizioni dell’uomo. Da sempre John Huston ha amato, nella sua variegata filmografia, anche racconti di avventura che contenessero un proprio nocciolo filosofico-esistenziale. Non fa differenza L’uomo che volle farsi re (1975), tratto da un racconto di Rudyard Kipling e affidato alla doppia caratura divistica di Sean Connery e Michael Caine. L’aspetto generale è come spesso in Huston maestoso e profondo, spettacolare e riflessivo, una gioia per gli occhi e anche per la mente. È infatti estremamente intelligente la costruzione drammaturgica di un racconto che abbina l’ampio respiro epico alla riflessione universale sull’illusione dell’onnipotenza umana, con precisi riflessi anche mitici.

Il racconto di Kipling, che Huston intendeva portare sullo schermo da qualche decennio (tra le possibili coppie di protagonisti s’ipotizzarono negli anni anche Humphrey Bogart-Clark Gable e Paul Newman-Robert Redford), s’inventa infatti due soldati massoni nell’India britannica di fine Ottocento, Daniel Dravot e Peachy Carnehan, amici inseparabili e inguaribili sbruffoni, che una volta terminata la guerra non accettano di rientrare in patria in un’esistenza normale e si lanciano in un’impresa del tutto insensata: raggiungere l’inaccessibile territorio del Kafiristan, dove vivono comunità isolatissime dal mondo in perenne conflitto una con l’altra, riunire le popolazioni e far incoronare Daniel come loro monarca mirando anche ai tesori locali. I due confessano le loro intenzioni allo stesso Kipling, che in linea abbastanza fedele al racconto originario è trasformato in vero e proprio personaggio/osservatore/narratore interno alla diegesi. Partiti poi in viaggio, Daniel e Peachy incontrano enormi difficoltà legate anche alle asperità dei paesaggi attraversati. Raggiungono poi il Kafiristan, riuniscono effettivamente i popoli autoctoni e Daniel riesce pure a farsi incoronare. Ma la situazione sfugge loro di mano, poiché quelle lontane popolazioni aspettano da due millenni il ritorno di un secondo Alessandro Magno, e suggestionati da Daniel finiscono per identificarlo nell’atteso discendente. Non solo, ma finiscono per vedere in lui un vero e proprio dio, e Daniel non fa niente per disilluderli.

Tra racconto herzoghiano e suggestioni da colonnello Kurtz, con reminiscenze dalle imprese di Lawrence d’Arabia ma in chiave decisamente più cinica e meno romantico-idealistica, L’uomo che volle farsi re presenta innanzitutto un’ammirevole evoluzione narrativa. Senza troppe scosse e brusche sterzate, John Huston allestisce un vero e proprio “racconto totale”, esordendo sulle note di una scanzonata commedia affidata a due eccentrici guasconi, per poi evolvere verso l’avventura, il bellico, e approdare poi a uno scioglimento eminentemente tragico. Ad avvolgere il tutto resta un involucro favolistico, che sfrangia i contorni di credibile realismo dei suoi due protagonisti. Daniel e Peachy sono tanto classici quanto pressoché debitori del teatro beckettiano. Hanno un passato brevemente riassunto alle prime battute, ma del tutto irrilevante rispetto al racconto. Appaiono semmai reduci sopravvissuti e svuotati del proprio senso come Vladimiro ed Estragone di “Aspettando Godot”. Si esprimono lungamente per paradossi, e sembrano perpetuare una dimensione di gioco tutta solipsistica e autoreferenziale, da eterna infanzia asessuata (fanno voto di castità per concentrarsi sulla riuscita dell’impresa) dove è più importante giocare in due che aprirsi al mondo – non casualmente il film è del tutto privo di rilevanti personaggi femminili.

Daniel e Peachy sono residui, reperti, due soldati falliti che non hanno più un vero scopo nella propria esistenza e devono perciò inventarsi un’impresa assurda che giustifichi ancora il loro “giocare alla vita”, invece di vivere realmente. In tal senso i due protagonisti, splendidamente incarnati da Sean Connery e Michael Caine (con una menzione speciale per il secondo), sono classici e moderni, s’inseriscono in una lunga tradizione narrativa ma aprono anche all’assurdo di una poetica fortemente modernista. Appartiene del resto totalmente al territorio dell’assurdo la loro stessa impresa, che non ha alcun vero scopo e fondamento se non quello di confermare la supremazia dell’ingegno e della furbizia (razionale/occidentale) sulla spiritualità primitivistica di comunità “altre” (il mondo cosiddetto non civilizzato, non occidentale). Su questa linea l’evoluzione del racconto segue dunque anche una sua propria coerenza interna: la prima metà è tra avventura e commedia scanzonata, senza nemmeno trascurare qualche semplificazione grottesca (e un tantino razzistica) nel tratteggio delle popolazioni del Kafiristan, qua e là affidate al macchiettone irriverente e politicamente scorretto. Ma quella commedia prende comunque le mosse da un terreno già ampiamente dissodato nell’ordine di un assurdo para-beckettiano, che di fatto è commedia “post-apocalittica”, dopo l’uomo, alla fine dell’uomo. Commedia che è tragedia, in fin dei conti. Ed è in piena tragedia che Huston congeda poi i suoi due protagonisti, in un finale atroce e pure commovente.

Per certi versi L’uomo che volle farsi re ripercorre la strada già battuta da John Huston per il lontano Il tesoro della Sierra Madre (1947) e pure per Giungla d’asfalto (1950): una caccia all’oro che dopo lunghe peripezie finisce in nulla. Lo spirito comune con Il tesoro della Sierra Madre risiede nella beffa all’avidità umana, alla stupidità di qualsiasi ambizione che tracima e non rispetta una sorta di eterno e assoluto limite. Che se non è divino, è interno all’uomo, psichico. Un vero e proprio peccato di hybris, che la natura punisce tramite vendetta incarnandosi anche in culture ancestrali, più vicine alla natura poiché non schiacciate dagli opprimenti diktat della razionalità. Subire la vendetta naturale è in fin dei conti il destino di Daniel e Peachy. In tale direzione L’uomo che volle farsi re amplia in realtà lo spettro della propria riflessione ricavando un ulteriore livello di lettura tramite la collocazione del racconto nell’ottocentesca India coloniale. Dall’universalità filosofica la riflessione di Huston pare stavolta piegarsi anche a un’evidente allegoria politica (lo strato più esterno e di più chiara lettura del film) dove si pronuncia implicitamente un cinico e beffardo giudizio storico sulla colonizzazione. Huston punta il dito sull’illusione tutta occidentale di considerarsi portatori (in)sani di una cultura superiore, chiamati al compito di istruire il resto del mondo. Ma il film compie un ulteriore giro di vite, perché Daniel e Peachy non sono mossi da spirito filantropico né possono definirsi assertori di una superiorità culturale tout court, bensì hanno l’aggravante del raggiro. I due, in sostanza, si credono più furbi e più intelligenti di quei popoli lontani e favolosi, per cui la loro impresa è fondata non su una pur grave idea di rieducazione, ma su un vero e proprio sopruso. Il tentativo d’inganno, d’altra parte, si incarta contro chi l’ha perpetrato. Alla vendetta della natura non si sfugge. Nessuna cultura è più intelligente di un’altra, e chi ne è convinto è destinato a subire atroci ritorsioni. Non resta che l’illusione della superiorità, beffardamente e tragicamente sottolineata dall’inno intonato da Peachy mentre Daniel rotea giù verso la morte. Registrazione di un intero fallimento storico e di un sostanziale fraintendimento universale.

Nella sua elaborata complessità L’uomo che volle farsi re problematizza ulteriormente il proprio discorso affidandosi a due figure principali che non sono solo e soltanto spregevoli. Benché solchino una certa distanza dallo spettatore con la sgradevolezza di chi si crede più intelligente degli altri, Daniel e Peachy sono anche due sostanziali poveracci che sopravvivono a se stessi, e in loro palpita anche una certa credibile umanità. Il risultato in chi vede è la simultaneità di affetto e diffidenza, che permette di seguirli e amarli per l’intero lungo racconto. A fronte di una riflessione sì tanto profonda e stratificata, L’uomo che volle farsi re ha infatti anche l’enorme pregio di conservarsi puro spettacolo di altissimo valore. Attraversando montagne nevose e lande assolate, Huston segue i suoi due picari moderni dall’avventura più immediata e intrigante all’emozionante maestosità delle sequenze ambientate al tempio. Huston ricorre a tutti gli strumenti espressivi di una consolidata classicità anglosassone, dalle parti di un David Lean assai più disincantato: riprese con ampie masse di comparse (tutte vere, non moltiplicate dal digitale), campi lunghi e lunghissimi ad abbracciare enormi porzioni di paesaggio ritrovate in Marocco, appassionanti sequenze coreografiche, in cui risulta fondamentale l’apporto del sonoro – pensiamo soprattutto alle sequenze delle cerimonie di riti, dove i suoni si fanno ossessivi. Ricchezza di costumi e colori, di ambientazioni e scenografie. È cinema grande, grande cinema. Che non cerca soltanto il piacere attrazionale fine a se stesso, ma lo rende funzionale a un racconto complesso e intelligente. Grande cinema di quello che nessuno fa più, non solo per la sopravvenuta dittatura del digitale, ma anche per la diffusa attuale incapacità di concepire uno spettacolo all’antica che conservi un nucleo di sincera riflessione autoriale. Il risultato è uno pseudo-kolossal, che del kolossal ha le fattezze superficiali ma ne evita banalità e grossolanità, senza però erigersene a rilettura elitaria. Quel che infatti resta sempre alieno all’universo hustoniano è l’intellettualismo. L’uomo che volle farsi re si lascia leggere con estremo piacere da qualsiasi tipo di pubblico, che si può fermare alla superficie dell’avventura e della commedia, oppure scendere nel profondo delle sue complesse riflessioni. Sfiorare il Mito, per poi cadere giù, nelle profondità di un crepaccio. Icaro, Prometeo. Guai a giocare con gli ancestrali equilibri tra Uomo e Natura, guai a giocare con gli dei, guai a sfidarli, guai a credersi tali. La caduta, da sempre, in qualsiasi cultura, è rovinosa. Nell’ottica di un ateo come Huston, la sfida al limite divino si riduce a strumento per rivelare la fragilità (o addirittura la nullità) umana.

Extra: assenti.
Info
La scheda di L’uomo che volle farsi re sul sito di CG Entertainment.

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