Fen dou

Fen dou

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Creduto per lungo tempo perduto, illumina lo schermo delle 38esime Giornate del Cinema Muto di Pordenone il consapevole e raffinato Fen dou (La lotta), melodramma romantico e sociopolitico di amore, guerra, purezza operaia, corruzione borghese e profondissima dignità nella Shanghai invasa dalle truppe nipponiche.

La locanda a tre piani

La struttura narrativa segue la “lotta” dialettica tra due amici: Zheng, operaio coraggioso, bello, virile e romantico, e Yuan, un altro operaio che, corrotto da brame borghesi come la sete di denaro e di sesso, si comporta da prepotente con i compagni, ma si rivela fragile quando viene chiamato alle armi contro i giapponesi. I due giovani si innamorano della stessa ragazza, Rondinella, che ha subito gli abusi del patrigno. Zheng fugge con Rondinella; i due vanno a vivere in città, ma Yuan riesce a scovarli. I due amici ingaggiano una rissa e vengono arrestati. Alla fine l’invasione giapponese li riunisce: partono entrambi volontari per la guerra, lasciando Rondinella in campagna ad aspettare il loro ritorno. [sinossi]

Serve un piccolo passo indietro per poter realmente contestualizzare al di sotto della sua superficie melodrammatica Fen dou, letteralmente “La lotta”. Serve tornare alla Cina di Chiang Kai-shek e del suo Kuomintang, serve tornare alla sua rigida censura che lo fece a lungo credere agli Stati Uniti ignari delle sue politiche sanguinarie un perfetto democratico, serve tornare al suo ostinato anticomunismo che, nel pieno dell’invasione nipponica, lo spinse ad abbracciare lo slogan «prima la pacificazione interna poi la resistenza esterna» per combattere di fatto i (pre)maoisti al posto dell’esercito nemico entrato prima in Manciuria e poi a Shanghai, per poi cedere solo nel ’37 al fronte comune con il Partito e con la Repubblica Sovietica Cinese per difendere il Paese nella guerra Sino-Giapponese. Così come serve tornare alla fondazione della Lega Cinese dei Drammaturghi di Sinistra della quale faceva parte a tutti gli effetti il regista Shi Dongshan, nata con il ben preciso scopo di arginare le strette maglie del controllo governativo per diffondere attraverso le opere cinematografiche messaggi politici di dialettica marxista.

Messaggi necessariamente impliciti, s’intende, veicolati dal linguaggio filmico, dal montaggio e da un uso sapiente delle oggettive irreali, nell’ovvia impossibilità censoria di dichiararli esplicitamente, come invece l’Avanguardia Sovietica poteva, soleva e spesso doveva fare, negli intertitoli. Messaggi necessariamente simbolici, fatti magari del ritorno sani, salvi e vittoriosi da quella guerra che, di nuovo uniti contro il nemico comune, si sarebbe combattuta solo cinque anni più tardi, oppure fatti di una locanda che nel salire dei suoi tre piani innesta una piramide sociale che tiene in basso i contadini puri e altruisti, al centro gli operai spartiti fra la bontà d’animo del coraggioso e intellettuale Zheng e la prepotenza arrogante quanto vigliacca di Yuan, e in cima la borghesia di proprietari feudali moralmente corrotti e distrutti dalla sete di potere, sesso e denaro, pronti a considerare una figlia adottiva alla stregua di merce da vendere al miglior offerente.

In questo senso non è affatto un caso che Shi Donghan, perfettamente conscio tanto delle lezioni di Pudovkin e Ėjzenštejn quanto di quelle delle avanguardie europee, dai movimenti di macchina di Murnau agli incroci di dissolvenze e sovrapposizioni dell’Entr’acte di René Clair (ma probabilmente non ancora degli allora recenti “aggiornamenti” di Dziga Vertov e Jean Vigo), esasperi la verticalità di classe con insistiti ed elaborati movimenti di macchina che salgono e scendono fluidamente le scale della pigione a fianco dei protagonisti, così come non è un caso che, nel dimostrare come sia sempre la sete di potere (economico, sessuale, sociale) a rovinare i rapporti umani, gli interpreti vengano spesso accerchiati da immersivi movimenti circolari della cinepresa che a tratti ricordano quelli del “nemico” Kenji Mizoguchi, oppure progressivamente lasciati soli nello spazio mentre la macchina si allontana carrellando all’indietro. Del resto, già la prima inquadratura è un’impossibile plongée a seguire gli operai, sorta di anticipo dell’audace zenitale che, fra un campo lunghissimo, le inquietanti prospettive dell’arrivo dei cingolati scorciate dal basso e il fuoco corto del teleobiettivo con cui guardare in faccia la morte, seguirà il capitolo bellico nel quale tornare uniti per difendere la Cina, fra la paura di chi è rimasto a casa ad aspettare e la consapevolezza dei valorosi che le pallottole sono per gli altri. Con punti di vista e movimenti profondamente espressivi e comunicativi atti a trasformare in spazio fisico e scenico la vicinanza e le distanze fra i protagonisti, raffinate idee di regia che si spingono ben oltre la semplice raffigurazione e che proprio nella scelta di punti di vista così lontani dalle possibilità umane scavano nell’ambito delle percezioni fino alla coscienza, sociale e politica, dello spettatore. A ricordargli la necessità di difendere l’onore, di dimostrarsi non codardi nella lotta per un bene più grande e prezioso, di non piegarsi proprio come quei bambini che fanno a botte sulla piazza cittadina per salvaguardare il proprio patronimico, stando però attenti a non litigare su questioni futili (destinate solo in un secondo tempo ad aggravarsi con l’aggressione protosessuale di Yuan alla bella e innocente Rondinella già orfana e poi fuggita alle angherie del ricco e spietato tutore, e solo con l’invasione militare e lo scoppio della guerra a essere accantonate in quel tanto agognato fronte comune dal quale combattere per difendersi) come Zheng e Yuan, innamorati della stessa ragazza e proprio per questo pronti a beccarsi reciprocamente per la divisione del cibo o per l’orario in cui spegnere la luce.

“La lotta” del titolo Fen dou, ritenuto per decenni perduto e ora ritornato dopo lungo oblio (per quanto, va detto, nel pessimo restauro digitale del China Film Archive, terribilmente sgranato sui neri e apparentemente velocizzato in una fluidità che non riesce a rispettare i fotogrammi per secondo originali) alle 38esime Giornate del Cinema Muto di Pordenone, è quella fra i due giovani e atletici protagonisti. Vestiti all’occidentale eppure entrambi profondamente legati alla propria terra, si fronteggiano per l’amore della bella Rondinella, che della Cina, fra la purezza e la sofferenza, fra il dualismo (Cina-Giappone, ma anche Kuomintang-Partito Comunista) che si scatena per averla e il suo incarnare la perla da difendere da tutto e da tutti, è eletta a simbolo fisico e sentimentale. Ma non sta tanto nei loro alterchi fisici questa “lotta”, quanto nella differenza di mentalità, nella differente morale, nella differente educazione, nei differenti valori. Nel differente senso di orgoglio e nel differente senso di giustizia, fra chi legge, si istruisce e capisce e chi invece finge di dormire in attesa di poter assaltare senza alcun rispetto la morbidezza della pelle femminile. Uno contro l’altro, e poi insieme contro il potere – quello bellico degli invasori, ma anche e soprattutto quello sociale di una lotta di classe appena iniziata.

Zheng, aiutato dai contadini intellettuali del piano terra consci che «è l’indifferenza che porta al dolore», è valoroso e romantico, riguardoso e gentile, pronto a difendere la bella a costo della propria stessa incolumità, pronto a fuggire con lei e a dormire teneramente per terra a fianco del suo letto pur di non invadere la sua purezza, pronto a sposarla in un sublime matrimonio bucolico autocelebrato fra le montagne e le nubi, pronto a scrivere lettere e a spedire fotografie con lei, e soprattutto pronto ad amarla in un casto e tenerissimo incrocio di mani, occhi che si guardano, giostre e luci notturne in dissolvenze incrociate di fronte alla statua del demone della lussuria. Yuan, decisamente più ignorante, retrivo e corrotto dalla sete di denaro, sesso e potere, gioca invece al prepotente per dissimulare la sua fragilità e la sua codardia, pronte a deflagrare in terrore al momento della chiamata alle armi combattuta sotto la bandiera del Kuomintang per gli ovvi motivi censori di cui si parlava in apertura. Incapace d’amare, ma solo di desiderare e possedere, verrà convinto a partire sotto le armi più dalle ferite all’orgoglio che da un’intima consapevolezza come quella di Zheng, ma alla fine si dimostrerà anch’egli orgoglioso e impavido nel ridare, se necessario anche malinconicamente, «dignità alla Cina umiliata». Proprio come i contadini paesani, ormai affezionati a Rondinella nella sua vita in attesa del ritorno dell’amato, sono pronti a difenderla armati di fruste e forconi dall’improvvisa ricomparsa del suo patrigno su fino in cima alla montagna, finché non sarà lei stessa, costringendolo a cambiare, a salvarlo dal linciaggio. Lei, Rondinella, emblema di una nazione, di corsa dietro al camion dei soldati per augurare loro di tornare coperti di gloria, e poi impegnata nel montaggio alternato fra lui in guerra e lei ad aspettarlo mangiata viva dalla mancanza di notizie, (mai) soli negli ideali condivisi. Che sia la trincea o il cortile da spazzare, che siano la paura o la malinconia, che siano i proiettili o l’attesa disperata filando la lana. Consapevoli di essere nel giusto, consapevoli di essere popolo, consapevoli d’amarsi. Fino al nuovo sorriso. Insieme.

Info La scheda di Fen dou sul sito delle Giornate del Cinema Muto.

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