Walking in Darkness

Walking in Darkness

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Presentato nel concorso Hidden Dragons del 3° Pingyao International Film Festival, dopo l’anteprima all’International Film Festival Rotterdam, Walking in Darkness, opera prima del regista Tang Yongkang, racconta, partendo da un viaggio in taxi che si rivela un viaggio mentale, un flusso di coscienza del protagonista, un viaggio nell’angoscia metropolitana della società cinese moderna.

Detour

Zhou Jun, con una bottiglia di alcol mezza piena in mano e una foto appesa al collo, cammina barcollando in mezzo al traffico. Ha perso il suo bambino, come borbotta a un tassista che lo prende e lo porta in un giro notturno gratuito. Così inizia il racconto, frammentario, da parte del protagonista delle vicissitudini della sua vita, un matrimonio sfortunato, una ex che scompare… [sinossi]

Un uomo corre nel traffico, ubriaco, con la foto di un bambino. Si tratta di Zhou Jun, alla ricerca del figlioletto scomparso. C’è un forte richiamo al grande cinema noir americano in questa prima scena di Walking in Darkness, e precisamente a Un bacio e una pistola. L’incontro con il tassista, pure un archetipo di tanto cinema, ci riporta all’idea del conducente di Detour: Deviazione per l’inferno. Walking in Darkness, presentato nel concorso Hidden Dragons del 3° Pingyao International Film Festival e tratto dal romanzo A Walking Cigarette, è esattamente la deriva, esistenziale, di un personaggio, Zhou Jun, che riflette la più generale deriva della società cinese moderna, l’angoscia metropolitana, l’incomunicabilità, l’insicurezza. Il film mostra per esempio l’indifferenza quando il personaggio cade a terra in un locale, mentre in un altro momento si parla di cadaveri non identificati da vent’anni. E poi l’incendio della sua casa, anche se forse appartiene ai suoi territori mentali. E la scomparsa stessa del bambino può alludere a strascichi della famigerata politica del figlio unico.

La vita di Zhou Jun, i suoi traumi, la scomparsa del figlio, la moglie, l’altra donna: racconti ingarbugliati, tempi mescolati non in ordine cronologico, un flusso di coscienza che parte dal taxi, dai suoi racconti al conducente che gli dice: «Stai usando la mia macchina come casa». Il posto del guidatore è, singolarmente, separato dagli altri sedili, da delle sbarre, probabile sistema di protezione verso la criminalità. Tang Yongkang, qui alla sua prima regia, indugia sulle sbarre come elemento geometrico, di separazione, che torna anche in altri momenti del film, anche con quei giochi di ombre, ancora tipici del noir. A ciò si aggiungono i tunnel, ancora elementi di un garbuglio mentale. Il regista usa un linguaggio cinematografico straniante, fatto di stacchi violenti, di macchina a mano, di mdp che spesso segue di spalle il protagonista, inoltrandosi con lui nei vicoli, nei meandri della città, oppure lo fissa in volto, con insistenza, senza staccarsi. Una regia nervosa, una mdp nevrotica, che si esprime al meglio nella scena della scomparsa del bambino, con Zhou Jun inquadrato da tanti punti di vista, ma rimanendo sempre con il fiato sul collo su di lui, tanto da accorgersi, noi insieme al protagonista, della scomparsa del figlioletto che non è più sul divano dove lo avevamo visto prima.

Il detour nel paesaggio mentale, che già aveva mostrato panorami di industrie dismesse, terreni sconquassati, confluisce, più volte coerentemente con la frammentazione temporale del film, in una terra desolata di nessuno, dove si trova solo un gattino, indifeso, solitario, destinato a soccombere per mancanza di cibo, in un grande area di escavazione dove il viaggio del taxi finisce in un burrone. Un’uscita dalla città che passa per una chiesa, cattolica, goticheggiante, diroccata, ancora racchiusa da un recinto di sbarre, un elemento estraneo o almeno atipico nel contesto cinese, ma che fa parte della commistione delle immagini, della composizione mentale, nelle quali il film ci conduce.

Info
Il trailer di Walking in Darkness.

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