Le tre grazie

Le tre grazie

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Classico racconto sulla perdizione cui conduce la società dello spettacolo e perfetto esempio del clima euforico e trasgressivo dei ruggenti anni Venti, Le tre grazie ebbe anche il merito di lanciare nel firmamento hollywoodiano la stella di Joan Crawford. Alle Giornate del Cinema Muto 2019.

The show must go on

La storia dalle alterne fortune di tre ballerine, Sally, Irene e Mary. Sally è la “veterana” ed è già in decadenza, non più oggetto di attenzione/attrazione di un ricco marpione, che invece si appassiona subito alla nuova arrivata Mary, mettendo a repentaglio la storia di lei con un modesto idraulico. Irene, nel frattempo, è indecisa se scegliere l’uomo che la ama o quello che la vuole. [sinossi]

La decisione operata quest’anno dalle Giornate del Cinema Muto di omaggiare un’icona del cinema statunitense vagamente dimenticata come l’attore londinese Reginald Denny ha in qualche modo finito per riportare l’attenzione su un elemento da sempre fondamentale della fabbrica dei sogni hollywoodiana, lo star system, la promozione del divo fatta a uso e consumo dell’auto-promozione della macchina spettacolare incessantemente attiva come una fornace che lavora 24 ore su 24 sfornando prodotti, film e vite da dare in pasto allo spettatore di turno. Non a caso, qualche giorno fa si è visto qui a Pordenone il breve filmato promozionale della Universal del 1925, in cui appariva lo stesso Reginald Denny accanto ad altre star della celeberrima major i cui “mostri” erano ancora da venire. E ci sembra che non sia stato un caso neanche la scelta di mostrare tra le riscoperte del festival anche Sally, Irene and Mary, un film del 1925 di Edmund Goulding, intitolato in italiano Le tre grazie e che, nel raccontare la vita di ambizioni e frustrazioni di tre ballerine di fila, ragiona proprio intorno a questo concetto.

Il film di Goulding, non esente tra l’altro da pecche, fu prodotto dalla Metro-Goldwyn-Mayer e non dalla Universal di Carl Laemmle, fautrice al contrario del successo di Denny, ma poco importa, poco cambia: ogni major hollywoodiana ha sempre avuto il suo parco attori/registi contrattualizzandoli per lunghissimi anni soprattutto a partire da quel decennio e poi ancor più negli anni Trenta, quasi incatenandoli a un ruolo e a una maschera quale parte della cosmogonia di star della singola major, presentata sempre come esclusiva e “unica”, e sempre in competizione l’una con l’altra. Ci dilunghiamo su questi discorsi perché tutto questo trova un abbacinante riscontro nel presente del cinema americano, in quella Marvel che sta dominando il mercato e che fa dell’autopromozione del marchio la sua principale ragion d’essere, oltre che il vero segreto del suo successo. Non ci sembra sbagliato allora dire che il Marvel Cinematic Universe altro non sia che un aggiornamento della parata di star delle major hollywoodiane nata come concetto e come progetto di sfruttamento economico nei ruggenti anni Venti. E le maschere di un tempo sono quelle dei supereroi di adesso, i cui interpreti anch’essi sono stati lungamente contrattualizzati, fino a venire finalmente “liberati” – almeno una buona parte di loro – nel definitivo dittico Avengers: Infinity War e Avengers: Endgame.

D’altronde, per arrivare finalmente a Le tre grazie, vi si mette in scena – come da classico copione reazionario e vittoriano – il rischio che comporta il successo, la vita dissoluta che porta con sé e la punizione che inevitabilmente conduce alla morte. Le tre ragazze protagoniste seguono infatti, a loro modo, un percorso paradigmatico: Sally è già disillusa, innamorata e non corrisposta dall’uomo che l’ha portata sulla via della perdizione; Irene, al contrario, si annoia con l’uomo che la ama ed è tentata da quello che la vuole; Mary si intromette nella vita di Sally desiderosa di arricchirsi e a lunghi tratti sprezzante verso il modesto idraulico con cui è da sempre fidanzata. Il film stesso funzionò d’altronde come veicolo divistico per Joan Crawford che, dopo diversi anni passati vanamente alla strenua ricerca di visibilità, ottenne qui il ruolo di Irene – il più debole, tra l’altro – e finalmente cominciò a diventare la star che tutti conosciamo.

In fin dei conti il capolavoro d’ipocrisia è sempre lo stesso, come Hollywood insegna da sempre: condannare narrativamente la vita delle star costruendo dei drammetti moralisti sulla società dello spettacolo e al contempo esaltare quella stessa vita dissoluta nella sua dimensione extradiegetica, in quella dimensione “altra” e lynchiana (alla Twin Peaks) che poi verrà giustamente denominata Hollywood Babilonia. E, in tal senso, Le tre grazie appare come un perfetto prototipo.

Info
La scheda di Le tre grazie sul sito de Le Giornate del Cinema Muto.

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