Wet Season
di Anthony Chen
Presentato nel concorso Crouching Tigers del 3° Pingyao International Film Festival, Wet Season è l’opera seconda del filmmaker di Singapore Anthony Chen, una storia al femminile di un’insegnante di cinese, scissa tra un matrimonio ormai spento e la passione con un suo studente, nel contesto della città-stato pervasa dai monsoni, scissa tra oriente e occidente, tra autoritarismo politico e aneliti di libertà.
La stagione dei monsoni viene e va
È la stagione dei monsoni a Singapore, la città è sotto la pioggia incessante. Ling è un’insegnante di cinese mandarino, i cui matrimonio e carriera scolastica stanno andando a rotoli a seguito della sua crisi, per problemi di sterilità. La sua amicizia morbosa con uno dei suoi studenti la aiuterà a sentirsi ancora donna. [sinossi]
Piove a Singapore, a dirotto. Siamo nel pieno della stagione dei monsoni, la città-stato è avvolta in continue tempeste, così come la vita di Ling, che sta a sua volta per attraversare una tempesta. Ling è una donna borghese, benestante, è sposata con un uomo di successo, di professione fa l’insegnante di cinese mandarino in una scuola superiore, una delle lingue ufficiali dello stato, ex-colonia. La vediamo in macchina nella prima scena del film, mentre si pratica un’iniezione all’inguine, suggerendo così che la donna stia facendo una terapia di ovulazione forzata in vista di un’inseminazione artificiale. Dopo aver esaminato il tema dell’istinto materno nel suo primo lungometraggio, Ilo Ilo, Anthony Chen disegna un altro personaggio femminile, sospeso tra aneliti alla maternità e alla carnalità, in Wet Season, presentato nel concorso Crouching Tigers del 3° Pingyao International Film Festival dopo l’anteprima a Toronto. La vita di coppia di Ling è arrivata a un punto di stasi, simboleggiato nel suo fallimento riproduttivo, ma evidente anche nella mediocrità e superficialità del marito, cui cerca di porre rimedio sottoponendosi alla pratica dell’inseminazione artificiale, inseguendo un anelito alla maternità. In più la sua vita ha un’ulteriore zavorra rappresentata dall’anziano suocero disabile, non autosufficiente, di cui si prende cura. La sua femminilità si riaccende con la frequentazione di un suo giovane studente che si è innamorato di lei.
La città-stato di Singapore è resa nel film nella sua forma di metropoli tentacolare, percorsa da arterie autostradali. Tante situazioni di Wet Season avvengono sulla macchina di Ling, il suo veicolo che rappresenta la sua, perseguita, indipendenza, ma anche la sua corazza protettiva. E la sua crisi, il suo anelito di libertà, riflette la crisi politica del sistema autoritario che domina nella ex-colonia. Lei è un’insegnante di cinese mandarino, lingua che contende la supremazia, prendendo ormai il sopravvento, nei centri finanziari del Sudest asiatico, Hong Kong, Macao, scissi tra un’impronta coloniale europea e un nuovo predominio cinese. La televisione mostra con insistenza le proteste che stanno imperversando nella vicina Malesia, proteste che potrebbero benissimo essere esportate a Singapore. Il suocero disabile, sulla carrozzina e mentalmente ritardato, vede spesso quelle manifestazioni ai telegiornali, così come è assorbito dalla visione dei wuxia, il popolarissimo genere panasiatico di cappa e spada, tra cui si riconosce il capolavoro del genere La fanciulla cavaliere errante (A Touch of Zen) di King Hu. Un genere che anche a Singapore ha avuto un centro nevralgico, nei suoi studios della Shaw Brothers, la casa di produzione specializzata in quello come in altri generi, studios ormai abbandonati come si vede nel film Snakeskin del connazionale Daniel Hui.
Il wuxia, con le sue guerriere (forse unico caso di cultura popolare d’azione che preveda anche eroine al femminile) e i suoi guerrieri dalla magica leggiadria, capaci di compiere balzi fantastici, di librarsi nell’aria in una sospensione della legge di gravità, è un ulteriore tensione alla libertà, del corpo e non solo, per l’anziano semi-paralizzato e per tutti i personaggi. La stessa passione per il wuxia è comune al ragazzo, che ha nella sua stanza i poster dei film del funambolo Jackie Chan, ma anche della cineseria occidentale di Kung Fu Panda. Tra il ragazzo e il suocero si crea peraltro, in un sottotesto del film, un’empatia dai confini quasi omosessuali. Nell’estetica di un film tutto sommato di impianto classico, narrativo, Anthony Chen non lesina e insiste su un’esibizione anatomica, anale, genitale, sgradevole e difficilmente mostrabile al cinema, segno delle pulsioni animali che percorrono i vari personaggi. Dal momento in cui Ling, con dedizione ma anche con abitudine, pulisce e cambia il pannolone al suocero, al rapporto sessuale tra lei e il ragazzo impacciato, privo di qualsiasi patina di erotismo, alle iniezioni inguinali che la donna si pratica sul water. Sono il contraltare di un film capace di soluzioni cinematografiche complesse, come la scena della coppia che viene separata dal passaggio della banda di ottoni, ad altre più banali e scontate che ne rappresentano il punto debole, vedi il consolatorio rasserenarsi del cielo alla fine. La stagione dei monsoni è finita, ma come tutte le stagioni, è un fenomeno ciclico.
Info Una clip di Wet Season.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Wet Season
- Paese/Anno: Singapore | 2019
- Regia: Anthony Chen
- Sceneggiatura: Anthony Chen
- Fotografia: Sam Care
- Montaggio: Hoping Chen, Joanne Cheong
- Interpreti: Christopher Ming-Shun Lee, Koh Jia Ler, Yeo Yann Yann
- Produzione: Giraffe Pictures, Rediance, Singapore Film Commission
- Durata: 103'






Walking in Darkness
Pingyao International Film Festival 2019 – Presentazione
Intervista a Daniel Hui
Demons
Intervista a Marco Müller
A Touch of Zen – La fanciulla cavaliere errante
Snakeskin
Kung Fu Panda