A Certain Kind of Silence

A Certain Kind of Silence

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Presentato nel concorso Crouching Tigers del 3° Pingyao International Film Festival, dopo l’anteprima a Karlovy Vary e il passaggio al Milano Film Festival, A Certain Kind of Silence del ceco Michal Hogenauer è un film ambientato in un contesto alto-borghese in un paese nordico. Le regole che vigono nella villa dei protagonisti, il senso di pulizia asettica rivelano ben presto un senso di inquietudine, e il film funziona con i meccanismi del genere horror pur senza appartenervi formalmente.

Mia’s Baby

Mia è una ragazza di Praga che si trasferisce nella periferia residenziale di una città di un paese nordico per lavorare come ragazza alla pari prendendosi cura di un bambino di dieci anni di una famiglia benestante. Le regole che vigono in quell’ambiente sono ferree e la loro eventuale violazione comporterebbe per Mia un licenziamento istantaneo. [sinossi]

Siamo in un imprecisato paese nordico. Il film è per la maggior parte parlato in inglese, trattandosi di dialoghi con Mia che è una ragazza straniera e non si esprime nella lingua locale. Nelle rare occasioni in cui i personaggi autoctoni parlano tra di loro, utilizzano la lingua olandese e quella tedesca. Qualora la nazione in cui è ambientato il film fosse la Germania, non potrebbe che trattarsi della parte costiera, vista la vicinanza con il mare come si vede nel film, lambita dal Mare del Nord e in parte dal Mar Baltico. In realtà il film è stato girato a Riga e nei paraggi.

A Certain Kind of Silence (titolo originale: Tiché doteky) di Michal Hogenauer – presentato nel concorso Crouching Tigers del 3° Pingyao International Film Festival – è impregnato di questa atmosfera cupa, con una fotografia algida e rarefatta, dai colori pastello. Gli interni della grande villa borghese, in cui quasi tutto il film si svolge, seguono precise geometrie di linee ortogonali, spazi vuoti, così come negli esterni predomina un senso di diradamento, come nella scena sulla spiaggia, in campo lungo, dove i personaggi si stagliano in un’immagine schematica fatta di tre strisce orizzontali, sabbia, mare e cielo. Siamo in un’ibseniana casa di bambola, dove Mia è Nora, surrogando la vera madre e ribellandosi alla condizione di marionetta.

Mia è una ragazza alla pari, proveniente da Praga, che si deve occupare del figlio un po’ interdetto, con la passione del tennis, e sbrigare le faccende domestiche. La vediamo per esempio pulire i vetri di quell’ambiente asettico che è la casa, tenuta in ordine maniacale, dove vigono formalismi rigidi quanto vuoti. La regia di Michal Hogenauer traduce in chiave cinematografica quella pulizia, di quell’ambiente disinfettato. La scena dell’accoltellamento di Mia, da parte del bambino, viene tenuta fuori campo: la mdp rimane fuori dalla porta che viene chiusa, non si sentono urla, e si intuisce quello che è successo vedendo, una volta riaperta la porta, l’aspirapolvere che stava usando Mia per terra.

A Certain Kind of Silence funziona secondo i meccanismi dell’horror d’atmosfera, di quelli torbidi impregnati di angoscia e inquietudine che non ricorrono ai facili spaventi. Centrale la figura del bambino disturbato, tipica del genere. C’è un momento in cui i ragazzini del quartiere sembrano quelli di Il villaggio dei dannati. Il bambino turbato, il suo risveglio sessuale, in una progressione che parte da un inizio asessuato, in cui l’amore equivale allo zero. il suo invaghirsi di Mia, scatenano il dramma, che parte dalla sua delusione di vedere la ragazza con il ragazzo che ora frequenta, non avendo più tempo da dedicare a lui. Entra in bagno mentre lei fa la doccia, ma l’accoltellamento è rimandato. Ancora giocando di sottrazione ci viene negato lo spettacolo hitchcockiano.

Il vuoto mentale, l’incomunicabilità dell’ambiente alto-borghese, che funziona con quei riti che si ripetono stancamente, come la colazione con croissant e uno strano infuso, dove spesso non ci si parla neanche. Ma alcuni momenti – quando la madre spiega a Mia di frustare il bambino per il suo bene e lui ringrazia – fanno capire che non si tratta solo di estremismo bigotto. E nel finale questo verrà confermato. Mia si addentra come nella famiglia Castevet di Rosemary’s Baby (film dove l’inquietudine si annida nel non visibile) con un atteggiamento che oscilla tra la repulsione di Rosemary e l’inserimento del marito. Una famiglia che propina disgustosi intrugli, quell’infuso come la radice di Tannis, il cui potere è appoggiato da funzionari compiacenti come i medici. E, tra gli ingredienti cinematografici, aleggia sempre lo spirito corrosivo di Haneke, di cui Hogenauer è stato uno studioso.

Info Il trailer di A Certain Kind of Silence

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