Se mi vuoi bene

Se mi vuoi bene

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Rispetto al suo ritorno sulle scene post- scandalo molestie con Modalità aereo, dove gli elementi autobiografici apparivano gustosamente rielaborati, Fausto Brizzi con Se mi vuoi bene realizza un film nato già vecchio e messo insieme senza le necessarie cure.

Vecchi canovacci in moto perpetuo

Diego è un avvocato depresso cronico. Un giorno incontra Massimiliano, proprietario di un eccentrico negozio di Chiacchiere che non vende nulla se non appunto conversazioni. Ed è proprio chiacchierando con lui che Diego capisce qual è la soluzione per uscire dalla sua palude emotiva: fare del bene a tutti i suoi cari.  Diego individua chirurgicamente i problemi che secondo lui affliggono sua madre, suo padre, suo fratello, sua figlia, i suoi amici, perfino la sua ex moglie e, con la precisione di un cecchino bendato, finisce per rovinare l’esistenza ad ognuno di loro. Ma non tutto è perduto… [sinossi]

“Situazioni che stancamente si ripetono senza tempo”, questo celebre verso di Un giorno credi di Edoardo Bennato, brano contenuto in Se mi vuoi bene, tredicesima regia diFausto Brizzi, descrive perfettamente l’intero film. La celebre canzone del Bennato nazionale vi fa la sua comparsa in un melanconico intermezzo pre-conclusioni, per esortare il protagonista a non mollare, come accade nei solidi copioni delle commedie statunitensi. Ma nonostante il referente made in USA e il relativo sfoggio di tutti i trucchi narrativi abituali di un autore dal solido mestiere, Se mi vuoi bene arranca “stancamente”, oppresso da una serie di false partenze disposte a raggiera attorno a un espediente pretestuoso.

Dopo un prolungato monologo rivolto esplicitamente allo spettatore, l’avvocato depresso Diego (un Claudio Bisio ormai in grado di incarnare solo Claudio Bisio) telefona a tutti i suoi amici e parenti (che con l’occasione ci vengono presentati) e poi tenta goffamente il suicidio, con l’unico risultato di farsi trovare nudo nella vasca da bagno dalla sua domestica veneta. Passeggiando sotto i portici torinesi, si imbatte in un vecchio e polveroso negozio chiamato “chiacchiere”, dove non si vende nulla, bensì si fanno conversazioni, mentre Sergio Rubini prepara i biscotti e Flavio Insinna gioca a flipper. Dopo una partita a biliardino coi due tipi appena incontrati, Bisio li convince ad aiutarlo ad attuare il suo piano: fare del bene ai parenti e amici di cui sopra, sperando di rendere felici almeno loro.

Si innesca così Se mi vuoi bene, incrociando un po’ intuizioni prelevate da La vita è meravigliosa di Frank Capra (buone azioni per restituire la voglia di vivere a qualcuno) con altre da La storia infinita di Wolfgang Petersen (no, niente draghi volanti, c’è solo un protagonista sfigato che entra in una simil-libreria polverosa) ma, con buona pace del suo ricco cast (tra gli altri anche Maria Amelia Monti, Gian Marco Tognazzi, Lucia Ocone) e dell’usuale citazionismo anni ’80 e ’90, il film soffre del suo meccanismo troppo scoperto e mal funzionante. Tratto dall’omonimo romanzo di Brizzi, questo adattamento per il grande schermo è infatti affetto da un eccessivo proliferare di personaggi: c’è l’amica del cuore insicura, l’ex moglie rancorosa, la figlia drogata di lavoro, l’amico onnivoro (abitudine piuttosto diffusa), la moglie vegana (irrinunciabile per Brizzi), il fratello pittore incapace, la madre ninfomane, il padre patito di tennis, la barista tatuata. Tutte qualità piuttosto esili e perfette anche per definire un solo, sfaccettato personaggio. Meglio sarebbe stato dunque coagularle attorno a due-tre ruoli, cosa che avrebbe risparmiato il tedio nevrotico che affligge lo spettatore una volta che lo schema, durante la visione, gli si fa chiaro, e ridondante. Cosa che avviene assai presto. Ecco allora che quei meccanismi narratologici classici, anche sempiterni se si vuole, alla base di Se mi vuoi bene, per via dell’eccessiva quantità di personaggi, rendono il film per ampi tratti estenuante.

Lo schema narratologico “classico” in questione è presto detto: si parte dalla presentazione di tutti i personaggi, basata sulle qualità su elencate, si prosegue con l’attuazione del piano di “salvataggio”, declinato per tutti, senza omissioni, poi c’è la scoperta della verità, per cui eccoli sfilare di nuovo per litigare con il protagonista, poi tocca a tutti un intermezzo malinconico, segue la riappacificazione e, infine, l’epilogo in cui si viene a scoprire quale sarà il nuovo equilibrio raggiunto da ciascuno. Il tutto sempre senza omissioni, condensazioni, né ellissi di sorta. Naturalmente qualcuno muore, non può essere altrimenti, altri trovano l’amore – senza troppe sorprese – qualcuno si dedica a impastare biscotti. È tutto qui Se mi vuoi bene, un canovaccio consunto stipato di macchiette senza reali né originali qualità, dove a parte qualche risata saltuaria, in breve tempo ci si sente in trappola, ritrovandosi a contare quanti personaggi manchino all’appello per ciascuna delle macro sequenze di cui sopra.

Questa volta poi entusiasma poco anche l’effetto nostalgia, un classico brizziano altrove perfettamente funzionante (si veda Notte prima degli esami, ma anche Forever Young, che era completamente incentrato sul tema): c’è la partita di biliardino, certo, c’è pure il Vicks Vaporub, ma l’abituale comparsata di una vecchia gloria musicale nostrana appare rapida, statica e tirata via. Battute come “Te lo giuro su Lady Gaga”, “i cantautori italiani sono sempre depressi” e “a me darla è sempre piaciuto tantissimo” lasciano poi il tempo che trovano, anzi, portano in luce un disperato tentativo di strappare risate che mal si adatta a un racconto tutto sommato melanconico, dove tra l’altro non manca la morale finale, con uno spettinato Sergio Rubini pronto ad annunciare che “non si può aggiustare tutto”.

Evidentemente a Fausto Brizzi non interessava in questo caso dirigere una commedia “impeccabile”, sono troppe ed evidenti le falle per presupporre che un autore e narratore scaltro come lui non se ne sia avveduto. Forse a Brizzi interessava fare un altro film al più presto, per riprendersi dallo stop (in fondo non così lungo) a cui lo ha costretto lo scandalo sessuale di cui è stato protagonista. Quel che è certo è che rispetto al suo ritorno sulle scene con Modalità aereo, dove i suoi eventi biografici apparivano abilmente e gustosamente rielaborati, questo Se mi vuoi bene pare un film nato già vecchio e messo insieme senza le necessarie cure. Si respira infatti il sentore di un prodotto pre-confezionato e appena scongelato dal frigo, spadellato in fretta e furia senza neanche aggiungere un goccio di condimento.

Info:
Il trailer di Se mi vuoi bene.

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