A Trophy on the Sea

A Trophy on the Sea

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Presentato nella sezione Hidden Dragons del 3° Pingyao International Film Festival, A Trophy on the Sea di Ju Anqi è un film teorico sul linguaggio cinematografico, nella forma di una commediola strampalata, dove la Settima Arte viene equiparata alla pesca.

Non drammatizziamo è solo questione di pesca

An Pengyuan è un attore fallito con la passione per la pesca. Quando finalmente vince un trofeo di pesca, si precipita a casa, fiero, dalla moglie, per trovarla a letto con un altro uomo, un regista, che successivamente giace morto in una pozza di sangue. An fugge con la sua attrezzatura di pesca, con i poliziotti alle calcagna. Si rifugia nella casa di una donna, dove trova un altro cadavere. [sinossi]

Un attore che interpreta un attore: una situazione che può scardinare un’infinità di possibilità di combinazioni intertestuali, come quelle esplorate da A Trophy on the Sea, opera del regista e videoartista Ju Anqi, non nuovo a queste stravaganze metalinguistiche, come è il caso del suo corto Almodovar’s Actor, in cui ha scritturato Jan Cornet, nel cast de La pelle che abito, facendogli fare il ruolo di un attore altro rispetto a sé stesso. Il protagonista di A Trophy on the Sea è un attore fallito, che si rifugia nella pesca, campo in cui ottiene maggiori soddisfazioni. Con un regista, presumibilmente pure non di successo, è coinvolto in un triangolo amoroso: la moglie infatti lo tradisce con quest’ultimo. Sembra un film di Hong Sang-soo, se non fosse che per il collega sudcoreano il mondo del cinema rappresenti un puro substrato di storie, attinte anche dalla sua personale esperienza. In A Trophy on the Sea, i personaggi sono invece semplici funzioni narrative, pedine di un meccanismo metalinguistico più complesso. I personaggi del film, attori, registi, sfarinano una serie di dotte citazioni teoriche e riferimenti, da Pudovkin a Bazin a Francis Ford Coppola fino a nominare Zhang Yimou visto come punto massimo di arrivo nella carriera di un attore cinese. Citazioni che scorrono come litanie vuote, senza fissarsi nel tessuto del film. Un film che, nella sua forma di commediola spensierata, trova il suo nucleo narrativo nel capire come sia stato ucciso l’amante, come il whodunit di un giallo. An Pengyuan impugna minaccioso la coppa, il trofeo appena conquistato in una competizione di pescatori, trovando la moglie a letto con un altro uomo, il quale si vede subito dopo morire in un bagno di sangue. Sulla sottrazione di un piano di montaggio, che dovrebbe mostrare eventualmente la colluttazione con la coppa o qualcos’altro che spieghi la morte dell’uomo, si gioca tutto un film i cui personaggi discettano di teorie del montaggio. Sulla ricostruzione di quell’elemento si giocano tutti gli sforzi dei detective del film, quei buffi e impacciati poliziotti che alla fine troveranno la soluzione.

Il piano di montaggio mancante diventa interfaccia tra due narrazioni che si dipanano specularmente, e ancora viene in mente Hong Sang-soo. An Pengyuan si rifugia nell’abitazione di un’altra donna, che era stata annunciata in una scena precedente in cui era sul treno, da una didascalia che indicava il nome dell’attrice, come si faceva spesso nel cinema muto. La donna sta vegliando il marito defunto, che giace sul letto nella casa allestita come camera ardente. Il secondo morto del film inaugura una serie di connessioni e specularità con la storia precedente, e la ricostruzione delle cause della morte del marito procede per flashback a colori, che si differenziano dal bianco e nero della narrazione al presente, fino ad arrivare al punto in cui le due linee narrative confluiscono.

Siamo di fronte a un semplice giochino, un divertissment sterile per quanto brillante? Può essere ma Ju Anqi riesce a realizzare una deflagrazione metalinguistica ammantando il tutto in un contesto grottesco. L’amante che, colto in flagranza di adulterio dal marito con in mano al trofeo, per prima cosa si congratula con lui per quella onorificenza; tutte le gag che nascono dal cadavere sul letto che non viene identificato come tale: il film è costellato di questi momenti. Ma l’impianto finale suona ancora estremamente beffardo, nella metafora bizzarra del cinema come pesca, nell’ossessione del protagonista per entrambe le attività, la seconda delle quali funziona come sublimazione, regalandogli trofei che come attore non riesce a conseguire. Le teorie di cinema citate fanno il paio con le dotte discettazioni del ‘filosofo della pesca’, incrociato dal protagonista nel suo cammino. Un cammino in una Cina d’acqua, che parte dai parchi di Pechino, con i loro ruscelli, per arrivare alla Vecchia testa del drago, il punto di fine, o inizio, della Grande Muraglia che confluisce nel mare.

Info
A Trophy on the Sea sul sito di Pingyao.

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