A Febre

A Febre

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Vincitore del concorso Crouching Tigers del 3° Pingyao International Film Festival, già presentato in anteprima a Locarno, A Febre della filmmaker brasiliana Maya Da-Rin è una riflessione sulla coesistenza spesso conflittuale tra la cultura indigena primigenia e la civilizzazione portata dall’Occidente.

Tropical Malady

Justino, 45 anni, appartiene al popolo Desana e lavora come guardia al porto di Manaus, città industriale circondata dalla foresta amazzonica. Mentre sua figlia si prepara a studiare medicina a Brasilia, è colpito da una misteriosa febbre. [sinossi]

L’immagine di Justino compare brevemente nella prima inquadratura, programmatica, che già dice tutto: i lineamenti da indio del volto racchiusi in una tuta da lavoro con un casco. Così si apre A Febre, il film vincitore del concorso Crouching Tigers del 3° Pingyao International Film Festival, dopo l’anteprima in concorso a Locarno. In questo modo la filmmaker, nonché artista visiva, Maya Da-Rin fornisce l’idea di una fisicità, di un volto ancestrale, imbrigliati e imprigionati nella pastoie della società omologata portata dall’occidente. Justino è interpretato dalla straordinaria figura di Regis Myrupu, uno sciamano proveniente dal gruppo etnico dei Desana, che è originario della parte superiore del Rio Negro, portatore di una cultura ancestrale che prevede una simbiosi dell’uomo con animali e piante, con la natura, concetto che non esiste nel vocabolario della loro lingua, il tukano, in quanto qualcosa di intrinseco. Una popolazione che ha subito il genocidio culturale a opera dei missionari salesiani nel diciannovesimo secolo, e che è finita poi inurbata nelle città. Regis Myrupu è l’equivalente di Ventura del cinema di Pedro Costa: basta il suo volto, magnetico, mesmerico, a trasmettere un potente messaggio.

Il conflitto tra sapere ancestrale e civiltà occidentale, tra natura e cultura, tra magia e scienza, si gioca prevalentemente sul territorio della medicina e della malattia. La deriva di Justino non a caso parte quando la figlia gli comunica che intende intraprendere gli studi universitari di medicina, trasferendosi così nella capitale Brasilia, lasciandolo così solo, lui che è vedovo. Notizia non traumatica in sé, ma che significa l’estinzione di un sapere primigenio, di una cultura della natura che vede la cura di una malattia come un complesso lavoro di recupero di un’armonia tra la persona sofferente e gli altri animali. In quest’ottica la febbre, misteriosa, di Justino appare come una forma di ribellione, di resistenza quando non la diretta conseguenza della privazione di un contesto di relazioni vitalistiche. Justino che si ostina a portare avanti la tradizione, anche inconsciamente, e racconta al bambino la lunga storia dell’uomo e della scimmia. E si parla di una signora la cui casa, ancora costruita con materiale naturale, si è dissolta con la pioggia, come esempio negativo: bisogna rinforzare le pareti con materiali sintetici per evitare la stessa fine senza considerare che in realtà questa appartiene a un ciclo della natura. La medicina occidentale non è vista in sé con una connotazione negativa: nella scena in cui viene ricoverata un’anziana donna indigena, che parla solo un’antica lingua in via di estinzione, questa viene vista con rispetto dalle infermiere che forse vi riconoscono una propria origine comune. L’altro conflitto riguarda la biodiversità e la minaccia di questa misteriosa bestia feroce che appare dalla foresta e che non si riesce ad avvistare e a identificare. Come fanno notare gli esperti in televisione, potrebbe trattarsi di un animale appartenente alla fauna amazzonica, forse un giaguaro, ma più verosimilmente un branco di cani selvatici, di un animale che ha soppiantato le creature autoctone.

A Febre soffre di alcuni facili schematismi, valga per tutti il colloquio di Justino con la responsabile delle risorse umane che lo richiama a prendersi cura di sé e a prendere tutte le cautele sul lavoro, non per altro perché un eventuale incidente porterebbe un danno economico alla ditta. Il film funziona invece su un piano visivo: le lunghe scene dei container, colorati, squadrati, parallelepipedi puramente funzionali, che contrastano con l’irregolarità e variabilità del mondo naturale; le lunghe marce di Justino e dei lavoratori che si spostano a piedi, all’alba, per raggiungere il luogo di lavoro. A ciò si aggiunge un lavoro forte sul suono, la voce della foresta, le cicale notturne e il conflitto nelle diverse musicalità dei linguaggi, quello portoghese e quello in lingua tukana.

A febre sembra richiamare il cinema di Apichatpong Weerasethakul, per la malattia e la magia, ma in modo più contenuto. E il film si chiude con un finale enigmatico, unica risposta possibile alla razionalità. Cosa aspetta Justino alla sua fuga nella giungla? Una riappacificazione spirituale oppure, visto che porta dietro una specie di tanica, un atto distruttivo?

Info Il trailer di A Febre.

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