Pavarotti

Pavarotti

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Presentato alla Festa del Cinema di Roma, Pavarotti di Ron Howard è un documentario sentimentale ma compilativo ed eccessivamente infarcito di interviste ai familiari del celebre tenore.

Divo e uomo

Attraverso filmati inediti e rare interviste con la famiglia e i colleghi, viene descritta la vita, la carriera e l’intramontabile eredità dell’artista italiano che, diventato una superstar internazionale, ha conquistato i più importanti palcoscenici di tutto il mondo. [sinossi]

Dopo Made in America (2013), dedicato a Jay-Z e il documentario sui Fab 4 The Beatles: Eight Days a Week – The Touring Years (2016), il re del blockbuster pensoso (A Beautiful Mind, Il codice Da Vinci, Cinderella Man, Frost/Nixon – Il duello, per citarne alcuni) Ron Howard si dedica a celebrare il nostro maggior virtuoso del Do di petto in Pavarotti. Proiettato al Festival di Roma 2019, il film ripercorre la vita e la carriera del celebre tenore modenese seguendo lo schema del più classico dei biopic, inanellando rapidamente interviste a parenti (la moglie e le tre figlie sono le maggiori protagoniste sullo schermo) e collaboratori (il manager, il collega Placido Domingo e naturalmente il Maestro Zubin Mehta tra gli altri) per mettere in scena l’abituale parabola in cui incorre chi riesce ad avere accesso all’American Dream. Risiede tutta qui la particolarità di Pavarotti, nel vedere e ascoltare la sua storia filtrata dallo sguardo di un regista statunitense.

Non si riscontra dunque alcuna prestabilita scelta autoriale di racconto in Pavarotti, ci si ritrova piuttosto a seguire, con un indubbio buon ritmo e il supporto di solidi materiali di repertorio, le varie tappe della carriera e della vita del Luciano Nazionale. Eccolo dunque alle prime armi, segue poi l’incontro con la moglie, il debutto con la Bohème al Covent Garden, il successo nell’Opera, l’arrivo del manager Herbert Breslin e dei recital solisti, la nascita delle tre bambine, il nuovo manager che lo porta negli stadi, i Tre Tenori, il secondo matrimonio con Nicoletta Mantovani, i tabloid scandalistici, Bono Vox e i concerti Pavarotti & Friends. Si susseguono foto d’epoca, vecchie interviste rilasciate da Pavarotti, nuove interviste di cui sopra, filmati in pellicola e in vecchi beta consumati dalle testine magnetiche.

Tutto come da copione, tutto ampiamente già noto. Il Pavarotti di Ron Howard appare dunque più un lavoro compilativo che una proposta di ragionamento sul ruolo, l’influenza, il talento del suo oggetto d’elezione e rischia dunque di scontentare sia i fan melomani che tutta quella fascia di pubblico adulto a cui erano giunte al tempo le notizie dai suddetti tabloid o che, semplicemente, per ragioni anagrafiche, ha avuto modo di vedere in tv il sempre assai discusso dalla critica (il mélange di pop e lirica non sempre ha funzionato) Pavarotti & Friends. Per loro (o noi) è tutto un déjà-vu.

Non resta allora che godere di questo tuffo nel passato per scoprirvi magari qualche dettaglio inedito, sorprendente e puramente emozionale. Come l’espressione atterrita di Bono Vox di fronte alla visita non annunciata di Pavarotti (il tenore aveva richiesto agli U2 di scrivere un brano, l’indimenticabile Miss Sarajevo) e quella ancor più basita di un pallido ed esangue Brian Eno, sorpreso anche lui dalla sortita in studio del nostro corpulento e insistente eroe. E anche lo spettatore si ritrova a sua volta poi alquanto stupito nel vedere Pavarotti saltellare nella sua interpretazione di Nemorino in L’elisir d’amore di Donizetti, cosa che riporta per qualche istante alla memoria quanto l’Opera sia un amalgama complesso di musica e canto e interpretazione attoriale. Fa piacere poi cogliere nel nostro eroe un brillante sense of humour, che la seriosità con cui talvolta si affronta l’Opera dalle nostre parti aveva forse trascurato di porre in luce. Si respira davvero poi la vibrante emozione di un’esibizione dal vivo quando Ron Howard inserisce un paio di filmati – purtroppo brevi – del concerto dei Tre Tenori a Caracalla durante i Mondiali di Calcio del ’90. Qui è impossibile non provare un brivido nel vedere come Placido Domingo, ogni qualvolta deve intonarsi con il collega Carreras gli poggi una mano sulla spalla, gesto che rende autentica la performance e raggiunge dritto le emozioni dello spettatore senza scorciatoie. Scorciatoie come quel morphing, verso il finale, tra un primo piano di Pavarotti anziano con altro di lui più giovane, momento di puro kitsch che magari si poteva evitare, e che non provoca altro che straniamento e un’alzata di sopracciglia.

Ci si può brevemente crogiolare poi con qualche riflessione sulla “naturalezza in una voce estremamente costruita” qualche bella, ma troppo fugace dissertazione sul muscolo del diaframma e il suo utilizzo o definizioni della voce come “una signora gelosa ed esigente” (opera di Domingo). Nel complesso certo non mancano le emozioni nel Pavarotti di Ron Howard, ma sono di fatto diluite in un eccesso di chiacchiere, per cui avviene che nel complesso si parla molto di Pavarotti, ma si canta poco e si parla poco del canto. Eccessivo appare invece lo spazio dedicato alla relazione con la Mantovani e allo “scandalo” che destò all’epoca per via della differenza d’età tra i due, con tanto di signore inferocite a manifestare pubblicamente il loro dissenso. Ma per fortuna la Storia non è fatta solo di gossip, né quest’ultimo, o un qualche aneddoto familiare, potrà mai ambire a rendere conto della qualità di un artista. E viene dunque da pensare allora che in fin dei conti Ron Howard abbia sottovalutato soprattutto il suo spettatore.

Info:
La scheda di Pavarotti sul sito della Festa del Cinema di Roma

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