Gardiens de phare

Gardiens de phare

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Film di Luce e Ombra, di sfarfallamenti della mente e di tensione autodistruttiva dell’uomo al servizio della macchina, Gardiens de phare di Jean Grémillon è uno dei capolavori della fase matura del cinema prima dell’avvento del sonoro. Ne Il canone rivisitato a Le Giornate del Cinema Muto 2019.

Segnali di vita dai fari all’imbrunire

Bretagna. Un padre e un figlio raggiungono un faro sito in un’isoletta. Dovranno restare lì per un mese, mentre le loro donne li attendono a terra. Qualcosa però non va per il verso giusto… [sinossi]

Il mare mosso, con le onde che si abbattono violente sugli scogli di una terra inospitale. Il dettaglio di un fazzoletto agitato da una mano e poi un volto femminile di quinta che indossa il tipico copricapo bianco bretone. Quindi il dettaglio di un altro fazzoletto, tenuto in mano da un giovane; un’inquadratura, quest’ultima, mossa in maniera incontrollata e ondeggiante. Con tre stacchi Jean Grémillon ci fa entrare in maniera folgorante in Gardiens de phare, suo film del 1929 presentato nella sezione Il canone rivisitato alla 38esima edizione de Le Giornate del Cinema Muto: un giovane insieme a suo padre si allontana in barca dalla terra, la Bretagna, mentre le donne restano ad attendere il ritorno dei loro uomini. I due sono chiamati a svolgere l’incarico di sostentare per un mese la luce di un faro sito in un’isoletta, sostanzialmente lo stesso che accade in The Lighthouse di Robert Eggers, presentato alla scorsa edizione del Festival di Cannes.

Ma qui, al contrario di quel che accade nel film di Eggers, siamo in ben altri tempi, tempi che non avevano bisogno di sovraccarichi grotteschi e in fin dei conti gratuiti, tempi in cui un certo numero di cineasti aveva raggiunto una invidiabile pienezza espressiva; e in tal senso Gardiens de phare vale come mirabile esempio della maturazione cui era arrivato il cinema muto poco prima dell’avvento del sonoro. D’altronde, nell’incipit già citato non è presente alcuna parola né didascalia, tutto diventa immediatamente chiaro non perché spiegato narrativamente, ma perché mostrato espressivamente.

Chiaro, Gardiens de phare si staglia e appare senz’altro come la visione più potente della 38esima edizione de Le Giornate del Cinema Muto; al contempo, però, non bisogna dimenticare che anch’esso – come tutto – è frutto di un retroterra, di un terreno comune su cui si lavorava contemporaneamente su più fronti. D’altronde casualmente, ma forse non troppo, vengono alla mente un paio di titoli ri-mostrati in anni recenti proprio qui a Pordenone: Schatten di Artur Robinson, mirabile esempio di espressionismo tedesco, visto nel 2017 alle Giornate, e L’homme du large di Marcel L’Herbier, passato in una stupenda versione restaurata lo scorso anno sempre qui in Friuli. Se Gardiens de phare ricorda Schatten per un simile discorso sulla luce (e soprattutto sull’ombra) totalmente dato in carico all’immagine e per nulla alla parola, L’homme du large ha degli elementi in comune con il film di Grémillon sia per l’ambientazione in Bretagna che per il modo in cui viene descritta la forza incontrollabile del mare. Ma il film di L’Herbier è del 1920, quello di Grémillon del ’29, ed è come se quest’ultimo fosse un perfezionamento del primo. Quel sentimento di realismo sociale alla Balzac è qui infatti totalmente superato, in direzione di una adesione sempre più stretta al concetto stesso dell’immagine e della potenza del Cinema rispetto alle derive, sia pur nobili, della letteratura.

Infatti, così come ipostatizzato nello sfolgorante incipit, Grémillon non perde mai di vista un discorso basico e assoluto sulla Luce in quanto stordimento e fascinazione. La sfarfallante luce del faro diventa così da subito il simbolo di un’altrove, di un luogo – il cinema – che produce la distorsione del reale. E il fatto che questa distorsione sia narrativamente legata al morso di un cane rabbioso è semplicemente accessorio (o, meglio, è legato al contraltare della Natura incontrollabile), perché quel che conta sono le immagini e le tensioni che quel morso produce, sono le ossessioni della solitudine e dell’accerchiamento visivo che quel morso (ri)produce e (ri)propone, nell’assolutistica e dittatoriale imposizione del dover fare luce per contrapporsi al mare. Si pone così un confronto/scontro primigenio tra Cultura e Natura, tra i mezzi dell’uomo (il faro) che restano ben piccola cosa di fronte a quelli della Natura. Non a caso, Grémillon insiste più volte nell’inquadrare il faro in campo lunghissimo, circondato dalle onde: è una piccola luce nella notte più nera, minuscolo e insignificante segno di vita e di lotta contro la soverchiante forza degli elementi.

Dentro al faro, invece, il padre e il figlio subiscono una mutazione. Il figlio non è più in sé ed è preda di continue allucinazioni, il cui apice è raggiunto nel momento in cui si trova nella stanza al di sotto della luce del faro dove i fasci sfarfallanti creano una serie di immagini astratte fino all’apparizione della sua promessa sposa. Si tratta di un momento stordente, la cui pienezza espressiva è chiaramente debitrice dell’esperienza delle avanguardie storiche e, in particolare, del surrealismo. E si tratta di solo un esempio delle mille declinazioni luministiche presenti in Gardiens du phare, dove lo sfarfallio visivo serve non solo a colorare simbolicamente la progressione drammaturgica, ma funziona anche da re-inquadramento dell’immagine e, persino, da montaggio in macchina: si pensi al magnifico momento in cui il padre, rimasto solo, viene illuminato dal faro mentre una porta scorrevole si apre e si chiude davanti al suo viso in prospettiva, in modo tale che il suo volto lo si vede apparire e sparire con movimenti alternati.

Gardiens de phare, d’altronde, è un eccellente esempio di estrema libertà narrativa, che traspare anche dal lavoro sui codici del montaggio. Grémillon reinventa l’idea del montaggio parallelo mescolandolo con i flashback e i ricordi, vale a dire che noi abbiamo la situazione centrale rappresentata dai due uomini al lavoro al faro, mentre di tanto in tanto fanno capolino altre linee narrative e visive. La principale sotto-trama è quella delle due donne che aspettano il ritorno dei loro compagni e che si preoccupano quando in una notte di tempesta non arriva alcune luce dal faro. Un’altra è quella che permette man mano di scoprire il momento in cui il figlio è stato morso dal cane, che è – come dire – la linea più oggettiva e più narrativa, quella tendenzialmente più a rischio, anche se la scena del morso sulla spiaggia è così bella, così inondata di luce solare, che sarebbe ridicolo lamentarsene; e vi è anche da aggiungere che il momento in cui viene deciso di sopprimere l’animale rabbioso vale come cruciale anticipazione del destino che toccherà al figlio. Un’altra linea ancora è quella dei ricordi, il ricordo di una festa della comunità, che passa da una condizione “calda” e placida nella mente del padre fino a diventare “smossa” e astratta in quella del figlio, con lo stile di ripresa che passa in quel momento a ondeggiare, con l’intuizione simbolico-visiva di trasferire lo schema della ripresa da “mal di mare” a un ricordo terreno, passando così da una soluzione di restituzione verosimile del reale a una soluzione di reinvenzione e astrazione del ricordo. Un’ultima linea narrativa, infine, è quella della nave che rischia di finire sugli scogli senza la luce del faro; e questa è narrativamente la linea più sorprendente, perché viene anticipata molto tempo prima di capire che avrà a che fare con la vicenda dei nostri protagonisti, permettendo di aumentare con una situazione di pericolo l’inquietudine che pervade tutto il film e ribadendo d’altronde sotto altra veste la minaccia che in ogni momento rappresenta l’acqua.

Ritrovare un film così, una tale meraviglia, un film allo stesso tempo teorico e narrativamente coinvolgente, una rielaborazione degli strumenti primari del cinema come di quelli emotivamente più struggenti, è uno di quei regali che solo Le Giornate del Cinema Muto possono dare.

Info La scheda di Gardiens de phare sul sito de Le Giornate del Cinema Muto.

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