Il ladro di giorni

Il ladro di giorni

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Racconto di formazione on the road con rapporto padre-figlio condito da piccola criminalità pugliese, Il ladro di giorni di Guido Lombardi è un film esile che poggia tutto sull’alchimia tra i due protagonisti: Riccardo Scamarcio e il piccolo Augusto Zazzaro. Alla Festa del Cinema di Roma 2019.

Sei forte papà

Salvo, undici anni, vive con gli zii in Trentino. Il giorno della sua prima comunione, mentre gioca a pallone con gli amici, compare inaspettatamente a bordo campo un uomo: è suo padre Vincenzo. Non lo vede da sette anni, da quando due carabinieri lo avevano portato via dalla loro casa in Puglia. Ora Vincenzo è uscito di prigione, dice di voler passare qualche giorno con il figlio e parte con lui verso il sud. Durante il viaggio lungo l’Italia, scandito da molti incontri e ricordi, Salvo imparerà a conoscere suo padre, ma dovrà fare i conti anche con i suoi segreti e il suo passato. [sinossi]

Con alle spalle un esordio piuttosto brillante come Là-bas – Educazione criminale (interessante rilettura fictionale della famigerata Strage di Castelvolturno) e il successivo, spassoso rispolvero dei toni del cinema di genere realizzato con Take Five, era più che lecito attendersi qualcosa di buono dal terzo lungometraggio in solitaria (in mezzo c’è stato Vieni a vivere a Napoli! co-firmato con Edoardo De Angelis e Francesco Prisco) di Guido Lombardi. Presentato alla 14a Festa del Cinema di Roma, Il ladro di giorni dichiara poi fin dal titolo – e riconferma nel corso delle sue vicende – due nobili antenati: Il ladro di bambini di Gianni Amelio e Ladri di biciclette di Vittorio De Sica (sì, anche qui il bambino si vergogna delle malefatte del padre e piange). Ma, con il suo esile racconto che procede sospinto solo dalla forza d’inerzia di un road movie con relativo percorso di crescita, il film annaspa a lungo senza idee né sorprese, poggiandosi solo sull’alchimia tra i due protagonisti: Riccardo Scamarcio e il piccolo Augusto Zazzaro.

Il motore della (scarsa) azione è presto detto: dopo aver scontato sette anni di prigione per aver sparato a un poliziotto, Vincenzo (Scarmarcio) va a prelevare suo figlio Salvo (Zazzaro) in Trentino, dove vive con la zia. La scusa è quella di fare un viaggio verso sud per conoscersi, la realtà è che gli occorre una copertura infallibile – niente è più efficace di un bambino al fianco – per consegnare una partita di droga a Bari. E magari nel frattempo rintracciare “il professore”, un voyeur e pittore di nudi femminili che con la sua soffiata consegnò illo tempore Enzo e i suoi due complici agli sbirri.

Si innesta così Il ladro di giorni, con il classico viaggio, la solita iniziale diffidenza tra i protagonisti, il graduale emergere di un legame affettivo. Ogni tanto fa la sua comparsa qualche flashback con il passato criminale del rozzo Vincenzo, ma la chiosa delle vicende conduce poi verso i toni fuori luogo di un melodramma roboante che non suscita lacrime di sorta. Quanto al condimento “di genere”, siamo qui decisamente distanti dal precedente, e giocoso, Take Five.

Le tappe del road movie non hanno particolare mordente, in compenso iniziano tutte (o quasi) con il medesimo avvertimento: “Non scendere dalla macchina!” destinato a restare inascoltato. E meno male, altrimenti non accadrebbe proprio niente. Invece, ecco che ogni volta il piccolo Salvo pedina il padre, scoprendo qualcosina in più sul suo piano criminale e di vendetta personale, mentre il rapporto tra i due si consolida, è vero, ma in un’unica direzione: è il bambino ad apprendere dal padre, iniziando a rubare, a mentire, infine impugnando la pistola. Quanto ai personaggi incontrati lungo il percorso, si segnalano di fatto solo due turiste austriache diffidenti e arroganti, intente a vagare per le strade della Puglia e sempre pronte a prendere per i fondelli gli indigeni cafoni, a partire da Vincenzo, naturalmente.

Data l’esilità del tutto viene da considerare che Il ladro di giorni sia di fatto il figlio più furbo, ma altrettanto gracile, di quel cinema italiano on the road che si era brevemente diffuso alla fine degli anni ’90 quando, con il nascere delle prime Film Commission, si inaugurava anche una sorta di ri-mappatura cinematografica e a basso budget dei territori regionali. Ne è passato di tempo da allora, eppure Il ladro di giorni possiede la stessa natura pretestuosa di quei prodotti, nel senso che la sua intera narrazione pare scaturire dalla provenienza dei finanziamenti, per cui ecco che, individuate le due Film Commission più prodighe, Trentino e Apulia, si è tracciata una bella linea retta per unire i due punti. E il gioco è (grossomodo) fatto. Già perché Il ladro di giorni non possiede alcuna urgenza narrativa, non riflette sull’oggi né sul genere di appartenenza, non omaggia i propri “antenati”, non analizza i suoi personaggi né la loro etica personale. Ad un certo punto, in realtà, il senso di colpa di Vincenzo pare incarnarsi in quei flagellanti in processione incappucciati e sanguinanti, ma nulla all’interno della scena in questione fa poi riferimento a una qualche ferita interiore del personaggio. Per cui, diventa chiaro che i penitenti stanno lì per pubblicizzare il paesaggio mozzafiato di Gravina di Puglia e magari nel frattempo consentire a Guido Lombardi di cimentarsi in un inseguimento a piedi nello stile del finale di Blackhat di Michael Mann, con risultati, inutile dirlo, assai più modesti.

Accanto a scarsi eventi significativi si segnala poi un quasi paradossale schematismo narrativo da “manuale di sceneggiatura” che prevede dunque il ritorno di alcuni oggetti o topoi modificati (e arricchiti) di senso, per cui ecco l’action figure di Mazinga (che rappresenta il legame con l’infanzia), il tuffo nel vuoto (a cui prima si rinuncia e poi naturalmente si fa), il bacio (che prima si nega e poi si dà), il legame, sottolineato dalle illustrazioni, tra la vicenda criminale di Vincenzo e L’isola del tesoro di Stevenson, libro che il piccolo Salvo va leggendo nel corso del film.

Sospeso tra scarsi elementi di racconto e schematismi narrativi, Il ladro di giorni, come anticipato, precipita poi nel finale verso un abisso di retorica melodrammatica fuori luogo, con dolly che si alza, pallottole che colpiscono alle spalle, pianti verso il cielo, trampolini da cui tuffarsi per dimostrare di essere diventati grandi, fantasmi che riappaiono per fornire la necessaria fiducia nel salto. È davvero tutto sfuggito di mano stavolta a Guido Lombardi, dalle tappe del racconto alla messinscena dell’azione, fino al quid di un film che sembra proprio fatto solo per unire un punto A con un punto B. In mezzo non c’è molto.

Info:
La scheda di Il ladro di giorni sul sito della Festa del Cinema di Roma.
Il trailer de Il ladro di giorni.

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