L’assassino… è al telefono

L’assassino… è al telefono

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Tra giallo e melodramma/fotoromanzo, L’assassino… è al telefono di Alberto De Martino ribalta alcune regole classiche del genere sulla scorta di un’apprezzabile omogeneità stilistica. Con Telly Savalas e Anne Heywood. In dvd per Cinekult e CG.

In quel di Bruges, l’attrice teatrale Eleanor Loraine rientra da un viaggio e cade vittima di un’amnesia totale dopo aver incontrato per caso un misterioso uomo calvo ed elegante. Nel trauma la donna smarrisce anche ogni ricordo della morte del suo compagno Peter, avvenuta anni prima. Assistita dal marito George, dalla sorella Dorothy e da altri amici e specialisti, Eleanor tenta di tornare in sé, confusa da frammenti di memorie che a poco a poco iniziano a riaffiorare nella sua mente fragile, mentre l’uomo misterioso si rivela per un killer che si mette a perseguitarla con l’intento di ucciderla… [sinossi]

Nella sua natura cangiante e multiforme, pronta a piegarsi alle più diverse letture, il giallo italiano assume decisamente i contorni del dramma e melodramma in L’assassino… è al telefono (1972) di Alberto De Martino. Operazione piuttosto inconsueta, il film mostra infatti un singolare connubio tra una dimensione di suspense e un’altra (forse perseguita anche con maggior convinzione) di dramma intimo con risvolti rosa da fotoromanzo. Per convincersi di questo basterebbero trenta secondi dell’insistente commento musicale a opera di Stelvio Cipriani, affidato com’è a un tema principale dai forti accenti melanconici. In realtà De Martino e i suoi sceneggiatori mettono insieme più filoni di successo nel coevo cinema di genere rimpastandoli in un nuovo prodotto. Se è evidente la natura prevalente di melodramma, è altrettanto vero infatti che il versante giallo è a sua volta il risultato di più tendenze intrecciate una all’altra. Giallo psicopatologico, giallo di detection, giallo della persecuzione misteriosa (il killer che segue la protagonista senza alcun motivo apparente), e un involucro secondario e fuorviante di spionaggio e politica estera. Seguendo un frequente modello produttivo di quell’epoca cinematografica italiana, De Martino, la sua troupe e la vicenda del film si spostano poi oltre confine, stavolta in Belgio (Oostende e Bruges), fedeli a un volenteroso orizzonte internazionale.

È altrettanto in linea con le coeve tendenze italiane il ricorso a un titolo efficace, commercialmente imitativo e incoerente con la trama: De Martino si toglie il pensiero di giustificare il titolo dopo appena quattro minuti di racconto, quando l’assassino appare sì vicino al telefono, ma si tratta in realtà di un apparecchio pubblico, e a dirla tutta è Eleanor (la vittima predestinata) a tenere la cornetta in mano per fare una chiamata personale prima di perdere i sensi. Fine. I legami col telefono finiscono qui. Da lì in poi si dipana un racconto che con la mirabile invenzione di Meucci non ha letteralmente più nulla a che fare.

Maneggiando lo stimolante oggetto del giallo, De Martino e i suoi sceneggiatori procedono poi a un primario ribaltamento narrativo che prelude a un sostanziale sprofondamento nell’intimità sconvolta di una fragile protagonista femminile. A dire il vero il ribaltamento al quale si ancora il racconto è abbastanza frequente, anche e non solo nel giallo anni Settanta di casa nostra: qui l’identità dell’assassino è infatti nota allo spettatore fin dalle prime battute (o quantomeno c’è un assassino dichiarato; se poi ce ne sia un secondo, lo sapremo più tardi), mentre il mistero è tutto interno alla protagonista, che da subito finisce preda di una totale amnesia. Il mistero è insomma da cercarsi nella mente fragile e confusa di Eleanor, attrice inspiegabilmente perseguitata da un calvo e laconico killer prezzolato. Perché l’uomo la segue e successivamente tenta più volte di ucciderla? Perché Eleanor non ricorda nulla di com’è avvenuta la morte del suo antico compagno Peter? E quanto sono attendibili i flashback che ritornano, vaghi e frammentari, a poco a poco nella mente della donna?

Come ormai assodato da molta letteratura specialistica, il giallo italiano a cavallo tra anni Sessanta e Settanta si presenta talvolta come una rilettura di genere di coeve tematiche da cosiddetto “cinema d’autore”. Se sovente si sono messi in luce i legami tra il cinema di Argento e quello di Antonioni, spesso ciò vale anche per i cosiddetti “epigoni minori”, che più volte sembrano perseguire però una strada esteticamente molto distante dalle opere del giovane maestro romano. Sono numerosi del resto gli esempi di giallo italiano più o meno coevo che vedono dibattersi i protagonisti (spesso figure femminili) al centro di una faticosa lettura di realtà e memoria, e/o intrappolati in universi incomprensibili – tra esempi di varia qualità, e tralasciando i notissimi esempi argentiani, è sufficiente menzionare Tutti i colori del buio (1972, Sergio Martino), e il memorabile, decisamente sui generis, Le orme (1975, Luigi Bazzoni). In questo solco si colloca anche L’assassino… è al telefono, che evoca un racconto di frantumazione dell’oggettività tramite la messa in crisi dei ricordi e delle percezioni di un personaggio centrale. Il racconto va infatti incontro a una robusta rarefazione della realtà oggettiva, sia pure perseguita tramite strumenti un po’ rigidi e meccanici. De Martino ricorre a sagaci soluzioni espressive come il filtro alla visione che si frappone spesso tra macchina da presa e profilmico (ostacoli visivi, vetri e vetrine di negozi, tendaggi), oppure ad altri escamotage che rendono l’immagine “di seconda mano”, fluida, imprendibile e rarefatta (riflessi su vetro, riflessi sull’acqua). Da un punto di vista più macroscopico, De Martino compone invece sezioni narrative di difficile collocazione univoca su alternativi piani di realtà. Almeno nel corpo centrale del racconto avviene infatti un continuo scivolamento senza soluzione di continuità tra presente oggettivo, immagine mentale e brani di memoria, dove il ricordo si rivela a poco a poco per inaffidabile e mendace.

Certo De Martino non mostra particolare scioltezza nella gestione di un materiale narrativo così sfuggente, ricorrendo a un’ingessata giustapposizione di elementi d’ambiguità che spesso rendono il racconto di faticosa ricezione. Ma a differenza di altri gialli italiani coevi altrettanto catalogati come cinema bis, L’assassino… è al telefono rivela soprattutto un’invidiabile omogeneità stilistica, che magari non denota particolare vivacità e inventiva ma che spesso riesce a limitare i consueti alti e bassi del genere a processi di invecchiamento del gusto comune. Ne troviamo tracce immediate nel trattamento riservato ai flashback, che pure s’inseriscono spesso abilmente in un intrigante intarsio di enigma su un passato da decifrare. Stilisticamente però i flashback portano i segni evidenti di un’estetica superata, ripercorsa da De Martino con piena adesione a una retorica condivisa: in più di un caso si ricorre al ralenti, all’enfasi fotografica affidata agli effetti del flou, all’invasivo commento musicale e a un generale kitsch nella gestualità degli attori. Ancora, qua e là l’approccio naïf si traduce in effetti banali (quei volti che nella memoria di Eleanor si sostituiscono uno all’altro rasentano il ridicolo). D’altra parte, in una delle sequenze-chiave (il ritorno al cottage, teatro dell’omicidio di Peter) De Martino mostra una gestione elegante della commistione tra presente e passato (in sostanza, il passato è controcampo di soggettive e semisoggettive di Eleanor collocate nel presente narrativo), e il ralenti decisivo è efficace e inquietante, ben coadiuvato da stridenti effetti sonori. È innegabile che De Martino cerchi una propria linea stilistica soprattutto nel non mettersi fretta, nel pedinare Eleanor all’interno del suo labirinto mentale adottando tempi lunghi e rifiutando di frequente l’evidenza del dialogo didascalico in nome di una rara attenzione per la logica narrativa, spesso agilmente trascurata nel giallo di casa nostra. Poi certo, magari lo spiegone è solo rimandato, e prima o poi i personaggi intervengono a chiarire tutto il possibile. Ma più volte De Martino segue le proprie figure affidandosi quasi esclusivamente alla forza dell’immagine, corroborata soltanto dall’invadenza (altro segno dei tempi) del commento musicale, sempre il solito, sempre uguale, sul lungo termine forse la maggiore e involontaria fonte d’angoscia dell’intero film per la sua estenuante iteratività. Fra le varie marche d’epoca che il film di De Martino si porta appresso ve ne sono sicuramente altre due importanti: il sexy e la psicanalisi, che tuttavia restano coerenti a un orizzonte di semitoni e rifiuto per gli eccessi – il sexy è ridotto a pochissimi frammenti, la psicanalisi funge da filo conduttore narrativo senza alcuna superficiale pretestuosità.

È anche un cinema ovviamente derivativo, che non solo trova i suoi referenti diretti in un profluvio autoctono e coevo di opere più o meno affini, ma che guarda con attenzione anche a modelli extranazionali. Per la sequenza in prefinale ambientata in teatro è stata evocata l’immediata reminiscenza di Paura in palcoscenico (1950, Alfred Hitchcock), ma De Martino mostra comunque la capacità di appropriarsi dei modelli e di rimetterli in scena con gusto e scaltrezza. In quel brano De Martino rinuncia pure all’onnipresenza della musica, e riduce la portata espressiva della lunga sequenza solo all’immagine e ai rumori. Affidandosi a un sapiente découpage e a un finissimo uso degli spazi scenici e dei tagli angolari L’assassino… è al telefono trova in quel prefinale il suo vero apice, dando luogo a un piccolo capolavoro in cui l’insieme risulta adeguato, efficace e pure raffinato. Assai funzionale risulta in tal senso l’utilizzo di Telly Savalas nei panni del killer silenzioso. Nel suo impeccabile completo beige, cravatta, pugnale o pistola, la pelata di Savalas incombe minacciosa sulla confusa Anne Heywood, suggerendo anche umori gustosamente sardonici. Il risultato finale conserva una propria indubbia eleganza di messinscena, benché non disponga di un soggetto brillantissimo e le sorprese nelle ricerche di Eleanor dentro la propria memoria non siano certo strabilianti. Riguardo alla soluzione finale affidata all’ennesimo personaggio di omosessuale psicopatico, non c’è poi molta ragione di additare il film per omofobia. Anche questo assassino omoaffettivo, come altri del periodo, uccide per rabbia verso un amore impossibile. Esso va a inserirsi in un ampio catalogo coevo che identifica nei tormenti del “diverso” (così li chiamavano allora) la fonte di un inestinguibile dolore proteso a sfociare tragicamente in follia omicida, a metà strada dunque tra il luogo comune scandalistico, la diagnosi psichiatrica a buon mercato e la franca esposizione di un’umanità violata.

In un diapason che va dalla pregnanza realistico-espressionistica di I ragazzi del massacro (1969, Fernando Di Leo) alla morbosità di genere di Giornata nera per l’ariete (1971, Luigi Bazzoni), l’omosessuale omicida è un leit-motiv della produzione italiana per un ampio lasso di tempo, e se non si tratta di omosessualità è comunque un “trauma gender” ad aver dato vita al profilo psicotico dell’assassino – vedi Quattro mosche di velluto grigio (1971, Dario Argento). Nel caso di L’assassino… è al telefono, a ben vedere, si tratta di una chiusura a suo modo coerente per un racconto che si propone innanzitutto come un melodramma-fotoromanzo; il fatale intreccio tra amore e morte finisce infatti per collocarsi in una dimensione di bizzarro fumettone/feuilleton. Nella sua correttezza formale il film di Alberto De Martino assume dunque le sembianze di un’opera che fa volume. Non eccelsa, non pessima. Media, puramente e splendidamente media. Al tempo, una nobile goccia nel mare di un’oceanica produzione italiana.

Extra: trailer originale, “Il genere è il mio mestiere: Alberto De Martino” (51′ 21”) – intervista a cura di Manlio Gomarasca.
Info La scheda di L’assassino… è al telefono sul sito di CG Entertainment.

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