Waves
di Trey Edward Shults
Programmaticamente suddiviso in due parti tra loro distinte, per quanto intrecciate sotto il profilo narrativo, Waves è il terzo lungometraggio diretto dal trentunenne Trey Edward Shults. Un percorso riflessivo sull’agire, sulla responsabilità e allo stesso tempo un delicato teen movie. Alla Festa di Roma.
Due vite e una sola morte
L’avvenire si prospetta luminoso per Tyler, giovane afroamericano che sembra avere tutto ciò di cui ha bisogno: una famiglia benestante per sostenerlo, un posto nella squadra di wrestling del liceo e una fidanzata di cui è perdutamente innamorato. Determinato a conquistare il successo e costantemente sottoposto allo stretto controllo del benintenzionato ma dispotico padre, Tyler trascorre tutte le sue mattine e le sue serate ad allenarsi. Tuttavia, nel momento in cui viene oltrepassato il limite, la vita apparentemente perfetta di Tyler comincia a mostrare le prime crepe, e la tragedia è pronta a consumarsi. [sinossi]
Sa come agire sugli elementi più direttamente epidermici il giovane cineasta Trey Edward Shults, e dopo l’esordio Krisha – che i più attenti ricorderanno alla Semaine de la Critique del 2015 – e l’interessante horror It Comes at Night, torna alla ribalta con Waves, presentato alla Festa del Cinema di Roma dopo il suo passaggio dapprima a Telluride e quindi a Toronto. Fin dalle primissime sequenze, che seguono in maniera apparentemente ellittica la vita quotidiana del giovane Tyler, afrodiscendente diciottenne a un passo dal college ed eroe della squadra di wrestling del liceo, si percepisce l’amore per l’immagine prima ancora che per l’inquadratura. Amore per un linguaggio che si possa veicolare elidendo la parola o almeno riducendone l’impatto, e allo stesso tempo per un’America lontana dall’urbanizzazione, persa nei grandi spazi della Florida o del Missouri. Amore per il movimento, per l’atto di filmare che è perfino anticipatore del senso del filmare. Non è un caso, dopotutto, che il trentunenne Shults si sia fatto le ossa sui set di Terrence Malick, da The Tree of Life a Voyage of Time e Song to Song: da quell’esperienza ha tratto il concetto di una libertà della ripresa che non deve essere mai “succube” di una supposta dittatura della pagina scritta. Beninteso, Waves è un film dichiaratamente strutturato, suddiviso in due capitoli netti e di facile distinzione, eppure è impossibile non osservare come ogni scelta di Shults si muova in direzione dell’aria, dello spazio. Un cinema sensibile, in cui l’impianto classico trova il suo rispecchiamento in una pratica pseudo-libertaria – sincera o meno che sia, questo è del tutto ininfluente.
A voler essere cinici si potrebbe suggerire come Shults guardi da un lato al suo mentore Malick ma dall’altro non perda mai di vista Moonlight, il dramma accorato che tanta fortuna (culminata addirittura con il Premio Oscar) ha portato a Barry Jenkins. Pur cambiando la collocazione sociale dei suoi protagonisti – che in Waves sono benestanti – e non affrontando la messa in scena dell’omosessualità, il regista articola il proprio discorso muovendosi su un territorio non troppo dissimile a quello di Jenkins: anche qui si parla di crisi di identità, della necessità di trovare un disperato appiglio nell’altro da noi, e si utilizzano gli elementi naturali per suggerire il percorso di rinascita o dannazione. Si prenda ad esempio l’acqua, che in Waves è riecheggiata a partire dal titolo del film: il padre di Tyler va a pesca, sua sorella risale il fiume in compagnia del fidanzato e attorniata da graziosi e paffuti lamantini, perfino Tyler ha come ricordo più felice del suo rapporto con la bella Alexis un bagno in mare. Lo stesso Tyler che cerca un impossibile conforto nella vasca da bagno. L’acqua come elemento purificatore, dunque, sulla scia di un’interpretazione biblica degli elementi. È dopotutto semplice affidare alle basi del pensiero cristiano la maggior parte delle riflessioni che Shults elabora nel corso del suo film, dal senso di colpa al concetto di responsabilità verso se stessi e gli altri. “Non ho agito”, piange disperata Emily tra le braccia del padre cercando di urlare la propria colpa nei confronti del fratello e ribadendo – qualora ce ne fosse bisogno – i precetti già pronunciati dal prete durante un sermone.
Ad agire è senz’ombra di dubbio Shults, che accompagna una narrazione non priva di giri a vuoto (c’è una meccanica nella costruzione della tragedia, che è anche il punto di svolta del film, che appare molto posticcia, impostata e priva di profondità) con la sua macchina da presa svolazzante, ellittica, ariosa, e il suo montaggio attrattivo, non fermo alla logica ferrea dell’evolversi della storia. Spezza anche a metà il film, con una decisione non priva di coraggio, abbandonando quella che fino a quel momento sembrava la storia principale – vale a dire il percorso di maturazione difficoltoso di Tyler – per aprirne un’altra, con protagonista la sorella di Tyler, il suo distacco dalla famiglia nel momento della massima crisi tra i suoi genitori e l’avvicinamento a Luke, compagno di squadra nel wrestling del fratello a sua volta con una situazione familiare devastata, con un padre violento e assente da anni che ora sta morendo di cancro in un ospedale del Missouri. Questa cesura, questa divaricazione in due segmenti, è l’aspetto più interessante di un dramma per lo più canonico, vivificato dalle interpretazioni degli attori ma non privo di una retorica perfino stucchevole. Nella giravolta che getta via una narrazione per concentrarsi su altro si respira, per quanto ancora a singhiozzo, un’idea di cinema compiuta, accurata, ricca di sfumature. E nella seconda parte Waves cresce, anche per quella camera che si muove rotonda e ansiosa tra il sedile del guidatore e quello accanto, in una rotazione a trecentosessanta gradi che rievoca per lo spettatore la sensazione di passione, follia, e autonomia che Emily e Luke stanno vivendo, nonostante il carico sulle spalle di una vita che ha già mostrato loro il suo volto più ferale.
ps. Una nota a parte la merita la bella colonna sonora lavorata da due certezze come Trent Reznor e Atticus Ross. Da principio si disse che Waves sarebbe stato un musical, e se tracce di questa suggestione sono difficili da rintracciare va detto che la colonna sonora anche al di là dello score originale di Reznor e Ross, segna dei colpi al cuore notevoli quali FloriDada degli Animal Collective o True Love Waits dei Radiohead.
- Genere: drammatico, teen movie
- Titolo originale: Waves
- Paese/Anno: USA | 2019
- Regia: Trey Edward Shults
- Sceneggiatura: Trey Edward Shults
- Fotografia: Drew Daniels
- Montaggio: Isaac Hagy, Trey Edward Shults
- Interpreti: Alan Fritz, Alexa Demie, Anjolie Judah, Avis-Marie Barnes, Carter Harcek, Celeste Angelina Sandoval, Chris Rodriguez, Crystal Vazquez, David Garelik, David Payton, Elisa Lau, Ellen Marguerite Cullivan, Emily-Rose Fabian, Gia, Hakeem Vilamar, Hanna Balicki, Harlan Drum, Jasonn Gonzalez, Joseph giambrone, Joshua Brockington, Kaylin Filipiak, Kelvin Harrison, Kim Ostrenko, Kristin Wollett, Lucas Hedges, Marie Joasil, Milton James Jones, Nicholas Ryan Hernandez, Peggy Sheffield, Ruben E. A. Brown, Sidnei Barboza, Sterling K. Brown, Steve Heinz, Taisha Perez, Taylor Russell, Tiffany Sanz Yamini, Valdez Williams, Vivi Pineda
- Colonna sonora: Atticus Ross, Trent Reznor
- Produzione: A24, Guy Grand Productions, JW Films
- Durata: 135'




Roma 2019
Song to Song
Moonlight
Voyage of Time – Il cammino della vita
The Tree of Life