Tornare

Accartocciato nel passato della sua protagonista, interpretata da Giovanna Mezzogiorno, Tornare di Cristina Comencini si risolve, al cospetto di un disarmante schematismo narrativo, in un misogino monito verso le ragazze “leggere”. Alla Festa del Cinema di Roma.

Opache presenze

Napoli, anni ’90. La quarantenne Alice rientra dall’America. È morto il padre. Alice si ferma nella casa di famiglia: ha deciso di venderla, e occorre svuotarla degli oggetti di una vita. Inaspettatamente, Alice scopre che la casa è abitata da una ragazza giovane e bellissima. Con lei inizia un dialogo intenso, come il legame che si crea con Marc, un uomo affascinante e gentile. Per Alice si schiude un mondo nuovo, che apre squarci sul suo passato e sulla sua esistenza. [sinossi]

Certo cinema italiano ha un serio problema con il suo passato, e di conseguenza con il suo presente. Forse non dobbiamo dimenticarci che viviamo ancora nel lutto della scomparsa del nostro cinema classico e sono tante le situazioni che fanno in modo di ricordarcelo, più o meno felicemente, a partire dalla stessa ideazione della Festa del Cinema di Roma, che è un omaggio irrisolto alla grande Roma “cinematografara” degli anni che furono. Ma, se di fronte alla sparizione del cinema classico hollywoodiano, un certo gruppo di giovani intraprendenti registi americani si inventò la New Hollywood, giocando proprio sull’effetto nostalgia rispetto ai tempi andati e rilanciando al contempo il discorso, che abbiamo in Italia di paragonabile? Nulla, e continua a essere così da quando quel nostro cinema è morto, più o meno alla fine degli anni Settanta, tra Salò, la morte di Pasolini, quella di Rossellini, Todo modo e Brutti, sporchi e cattivi. Non ce la si vuole prendere, è chiaro, con tutto il mondo – il tempo passa, purtroppo -, si vuole quantomeno sottolineare il fatto che quel “certo” cinema italiano che si citava all’inizio ha una sua responsabilità di cui è il primo a pagare le conseguenze, quel cinema che fa dell’effetto nostalgia la sua professione e la sua ossessione, che guarda continuamente al passato rimuovendo in ogni modo il confronto con il presente, come se il presente esistesse solo in funzione della rievocazione di quel che fu.

Questa tendenza, che un tempo si sarebbe potuta definire “tornatoriana”, aveva almeno una sua dimensione di grandeur grazie a film come Nuovo cinema paradiso; un tratto che ad esempio ora si può trovare giusto in Sorrentino e nella sua Grande bellezza. Da un po’ di tempo e per un certo numero di registi, invece, come ad esempio proprio Cristina Comencini, il passato è diventato strumento di rimosso, di non risolto, di incapacità di leggere il presente, di impasse generalizzata. E qui arriviamo ai fantasmi. All’uso sconsiderato che certo nostro cinema che guarda al passato fa della figura fantasmatica. Si pensi a La scoperta dell’alba, dove addirittura la protagonista dialogava al telefono con se stessa bambina; si pensi a Magnifica presenza con i fantasmi nascosti per casa che poi si palesano in maniera irritante; si pensi – sempre per restare a Özpetek, a Napoli velata, dove i personaggi si riappaiono come fantasmi gli uni agli altri; si pensi – per tornare un pochino più indietro – al fantasma della storia patria messo in scena ne La meglio gioventù (e, più specificatamente, al ridicolo involontario del fantasma del personaggio interpretato da Alessio Boni). Si pensi, infine, proprio a questo nuovo film di Cristina Comencini, significativamente intitolato Tornare e tutto costruito intorno a presenze fantasmatiche, che poi altro non sono, per lo più, che altre facce/altre età della protagonista, incarnata da Giovanna Mezzogiorno.

La suggestione meriterebbe di essere approfondita e analizzata meglio, ma in ogni caso si ha la sensazione che questa tendenza la si può forse far risalire a un piccolo grande classico del nostro cinema, Fantasmi a Roma di Antonio Pietrangeli, solo che quello era un gioco, un divertissement, una fuga temporanea del regista dal raffronto costante con la sua contemporaneità; qui, in questi film, il gioco diventa strumento per provare ogni volta, in maniera meccanica, a incarnare ciò che non può essere incarnato, se non con grande attenzione: lo spettro del passato.

Indirettamente, dunque, anche in Tornare Cristina Comencini si confronta con il nostro cinema che fu, così come aveva fatto in maniera esplicita in Latin Lover. Anche perché nel momento in cui il personaggio della Mezzogiorno si ritrova nel 1967 per seguire la se stessa giovane è già ricostruzione d’epoca, è già tuffo nei ricordi e nella bella musica e nei bei vestiti dei tempi andati, è già memoria del pop e dei colori primari, ed è già un immaginario che ormai è stato fagocitato dalla brutta televisione. Ed è come se, in questo guardarsi alle spalle, in questo confronto con i se stessi e gli altri da sé del passato, questo “certo” cinema italiano non abbia superato la fase dello specchio, come se non fosse in grado di riconoscersi dotato di un’identità sua propria e abbia bisogno di fare affidamento su altro, su un rimosso che non riesce a ricostruire. In tal senso, l’inquadratura di Tornare in cui la protagonista si vede riflessa come trina, nelle sue tre diverse età, sta a significare non solo la scissione del personaggio, ma anche quella del film che, nella scarsezza del materiale narrativo a disposizione, ha attinto in maniera confusa da lacerti di memoria e non ha saputo sviluppare una narrazione degna di questo nome.

Ma quel che più è peggio – e che ci costringe infine a entrare nel merito del film – è che tutto questo riaffacciarsi verso il passato si declina per la Comencini in un moralistico, perbenista e misogino monito verso le ragazze “leggere”, così come viene descritto il personaggio della Mezzogiorno da giovane, tanto da aver pagato tragicamente questo suo comportamento disinibito. E anche qui il confronto col passato serve indirettamente – e non si sa quanto volontariamente – a condannare la libertà e la trasgressività degli anni Sessanta, rispetto alla situazione attuale e alla condizione punitiva e anti-libertaria che si vive di questi tempi; questo, anche se il film, stando alla sinossi, è ambientato negli anni Novanta, ma è come se fosse ambientato in un oggi senza telefonini; d’altronde lo slittamento di date sembra dovuto solo all’età della Mezzogiorno, che evidentemente non poteva avere diciott’anni nel ’67.

Tornare arranca perciò tra diversi passati – l’età dell’infanzia e quella dell’adolescenza – che si materializzano nella casa di famiglia e ce li sottopone in maniera schematica in relazione con il presente, potendo gestire pochissimi personaggi e trovandosi dunque costretto a passare dal confronto della protagonista con il primo, a quello con il secondo, per poi tornare al primo, e così via. Ci si ritrova perciò incastrati in una concatenazione banale, a cui si è cercato vanamente di porre il freno con una serie di simbolismi insistiti e calati dall’alto, dall’Alice di Lewis Carroll alle matrioske che contengono vari personaggi, fino alla psicoanalisi e alla sindrome di Narciso. Ma è tutto inutile, perché – ancora una volta – non si esce da un cinema e da un mondo chiuso in se stesso, in cui la personalità autoriale non fa filtrare nulla all’interno della casa-set-film se non il suo proprio narcisismo.

Info
La scheda di Tornare sul sito della Festa del Cinema di Roma.

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