Libido

Nevrosi, traumi infantili, unico luogo chiuso (o quasi), pochi personaggi, sadismo, sexy e psicanalisi. Libido di Ernesto Gastaldi e Vittorio Salerno è un film piccolo e molto godibile, realizzato con mezzi limitati eppure stimolante e inventivo, dai gustosi sapori cinici e beffardi. Protagonista un giovane Giancarlo Giannini. In dvd per Cinekult e CG.

Ancora bambino, Christian subisce un forte trauma assistendo alla morte di una delle amanti del padre, maniaco sessuale che ama seviziare le sue donne. Molti anni dopo Christian ritorna nella villa a strapiombo sul mare dove avvenne il fattaccio, accompagnato dalla moglie Eileen, dal tutore Paul e dalla moglie di questo, Brigitte. Di lì a poco Christian compirà infatti venticinque anni ed entrerà in possesso dei beni del padre, ma il tutore Paul deve accertarsi della solidità psichica del ragazzo. Per parte sua, Christian è terrorizzato dall’idea di diventare come suo padre, il quale a poco a poco sembra materializzarsi nella villa come fantasma tramite strani fenomeni. O forse non è realmente morto, dal momento che si suicidò gettandosi dalla scogliera ma il suo corpo non fu mai ritrovato… [sinossi]

Carillon, pupazzetti e traumi infantili. In Libido (1965) di Ernesto Gastaldi e Vittorio Salerno si rintracciano subito, fin dalla prima sequenza, elementi espressivi che nel giallo italiano si trasformeranno in canone vincente di lì a qualche anno. In qualche modo Libido prende infatti le mosse da una struttura narrativa che sembra codificare in anticipo sui tempi una delle modalità più ricorrenti nel giallo di casa nostra legato a orizzonti psicopatologici. È infatti un usuale stratagemma nel nostro cinema da fine anni Sessanta alla prima metà dei Settanta quello dell’introduzione al racconto tramite un antefatto traumatico, che si profili come primario elemento di accesso a una dimensione di perversa devianza, fatta di shock senza rielaborazione destinati a trasformarsi in prioritaria ragione di una catena di delitti. Spesso l’antefatto ha a che fare con un’infanzia a contatto precoce con la violenza e la perversione, e costituisce il terreno sul quale edificare una personalità disturbata. Gli autori italiani rendono poi funzionale questo braccio portante tramite l’utilizzo di inquietanti trovate espressive che evocano uno scenario infantile ma ossessivo, come pupazzetti meccanici, carillon, nenie e filastrocche con frequenti sonorità iterative. Sta proprio nella ripetizione l’immediata evocazione di un orizzonte ossessivo, che rimanda sottotraccia anche a un certo sorrisetto ghignante e beffardo.

Realizzato con discreto anticipo rispetto alla conclamata esplosione di un fenomeno commerciale, il film di Gastaldi&Salerno si apre con una sequenza esattamente in linea con questa tendenza. Il piccolo Christian, che successivamente diventerà protagonista adulto col volto giovane di Giancarlo Giannini, sta giocando col suo carillon del Grillo Parlante quando sente grida dal piano di sopra. Sale un’ampia scalinata e assiste alle perversioni di suo padre, sadico maniaco sessuale che ama seviziare le sue amanti. Stavolta però il gioco sadico finisce con la morte della donna, e Christian ne ricava un trauma che condiziona pesantemente la sua vita. Se tale introduzione al racconto sembra per l’appunto profilarsi come l’anticipazione di una collaudata struttura narrativa, d’altra parte Libido si appoggia a uno sviluppo sensibilmente diverso dalla pratica whodunit, in cui in genere l’antefatto traumatico innesca la personalità omicida dell’assassino la cui identità è coperta dal mistero fino alla fine. Gastaldi&Salerno rovesciano invece questa struttura; fin dal primo momento sappiamo che il bambino traumatizzato è Christian, e da adulto egli non diventa automaticamente assassino ma cerca in ogni modo di resistere alla presunta predestinazione psicologica innescata dalle perversioni di suo padre e dal trauma scopico subito in tenera età. In sostanza, per tre quarti del racconto Libido registra i tentativi di Christian di non diventare un assassino, e l’interesse spettatoriale è avvinto a questa incertezza. Per stessa ammissione di Gastaldi nell’intervista contenuta come extra del dvd, ciò è dovuto all’intima convinzione dell’autore che il giallo sia altro rispetto al cinema argentiano, da lui definito “cinema di suspense”.

L’idea del giallo è invece per Gastaldi in qualche modo più classica, legata ad Agatha Christie, al cinema di Clouzot, a un orizzonte in cui la macchinazione, l’intrigo familiare e l’interesse economico restino prevalenti sull’orchestrazione di sequenze violente e spaventose. Libido appare in effetti più in linea con le ascendenze evocate da Gastaldi: il motore dell’intreccio è la posta in gioco di denaro ed eredità, e resta più che evidente il debito nei confronti di I diabolici (1955, Henri-Georges Clouzot), opera che appare una delle linee-guida più ricorrenti di molto giallo italiano di quel tempo o del decennio successivo. È un modello dichiarato da diversi autori (tra di essi anche Sergio Martino), costantemente ripercorso per intrecci in cui si delinei come impalcatura principale la messinscena di un finto ritorno dall’oltretomba per spaventare a morte (o spingere alla follia) l’ignara vittima di un complotto criminale. Alla clouzotiana e cardiopatica Christina risponde qui il fragile e forse psicolabile Christian – curiosa e probabilmente non casuale pure l’assonanza tra i nomi dei due personaggi. Se a Christina si fa credere che il marito da lei apparentemente ucciso si aggiri come fantasma in città e per casa, d’altro canto per Christian è allestita una messinscena simile in cui il padre maniaco, ufficialmente morto suicida, sembra muoversi di notte nell’antica magione, lasciando credere sulle prime allo spettatore che ciò possa anche far parte di un progetto di psicodramma finalizzato a sbloccare il ragazzo dal trauma subito da bambino. Il whodunit è qui sostituito sul finale da una rapida serie di colpi di scena che ribaltano il punto di vista narrativo e che hanno strettamente a che fare con l’interesse economico, in un classico orizzonte di giallo familiare (qui secondo un concetto di famiglia allargata). Lo scioglimento abbina anzi due umori cinici e beffardi: da un lato si registra il tentativo di ribellione al maschio, messo alle corde da una spavalda alleanza femminile (quasi una rivalsa nei confronti delle sevizie misogine del padre di Christian), dall’altro la messinscena reiterata del ritorno dall’oltretomba, allestita per far impazzire Christian e sottrargli l’eredità, finisce per renderlo davvero pazzo e per indurlo alle stesse perversioni del padre.

Libido ha dunque una chiusura acre e sarcastica; la messinscena reiterata lungo il racconto finisce per tramutarsi in profezia della reale conclusione, e il paradosso è esplicitato da un cristallino scioglimento circolare, in cui Christian si suicida esattamente come fece il padre e la donna incatenata al letto dal padre è riallestita da Christian stesso – la circolarità è ulteriormente enfatizzata dall’utilizzo della stessa attrice sia nell’incipit dell’antefatto, sia nello scioglimento, la bionda Mara Maryl, moglie di Gastaldi e accreditata anche al soggetto del film (nell’intervista Gastaldi conferma che in fase di scrittura sua moglie suggerì di rifarsi al modello di I diabolici). Infine, il carillon del Grillo Parlante, caduto insieme a Christian giù dagli scogli, continua a suonare e muoversi in modo ossessivo, ma poi si ferma. Christian è liberato dall’ossessione, ma al paradossale prezzo della vita.

Nel doppio ruolo sostenuto da Mara Maryl troviamo probabilmente uno degli ambigui paradossi proposti dal film, stavolta in una terra di mezzo tra filmico ed extrafilmico: se infatti da un lato la scelta di far interpretare le due donne dalla stessa attrice è perfettamente sensata e coerente, dall’altro tale coerenza espressiva risponde perfettamente anche al profilo di un’opera realizzata al risparmio. Libido è infatti un piccolo film che fa di necessità virtù nel modo più produttivamente espressivo possibile. Come racconta Gastaldi, il progetto del film nacque infatti come scommessa dei due produttori Luciano Martino e Mino Loy. La scommessa ruotava intorno al quesito “Per esordire come regista, è meglio avere una preparazione tecnica o una di sceneggiatore?”. Già sceneggiatore di numerosi titoli, Gastaldi si propose dunque per regista di questa opera prima, coinvolgendo al suo fianco Vittorio Salerno con lo scopo di accaparrarsi gratis suo fratello Enrico Maria per un ruolo nel film – Enrico Maria Salerno poi non accettò e il ruolo andò ad Alan Collins/Luciano Pigozzi. Martino e Loy misero nel film cinque milioni a testa, col minimo garantito si arrivò a ventisei milioni di budget per un totale di diciotto giorni di riprese. Per una produzione così piccola, Gastaldi e Salerno si videro un po’ obbligati a stringere fortemente le dimensioni del loro racconto in un orizzonte di realistica fattibilità. Così la scelta cadde su un intreccio che coinvolge solo quattro attori, due uomini e due donne (una in un doppio ruolo, per l’appunto), senza nemmeno l’ombra di una comparsa, così come le location sono ridottissime. Una volta finite le riprese e avviato il montaggio, Gastaldi&Salerno si resero conto che il film era persino troppo breve, solo 75 minuti a fronte dei 90 concordati col distributore, e grazie al furbesco riutilizzo di alcune “interrotte” si raggiunse più o meno la durata richiesta. I titoli di testa furono invece completamente affidati al fascino degli pseudonimi anglofoni o comunque stranieri: per la regia Gastaldi&Salerno optarono per un unico pseudonimo collettivo, Julian Berry Storff, composto dal nom de plume adottato da Gastaldi per i suoi romanzi (Julian Berry) e dal cognome della madre di Salerno (Storff). Tra gli altri credits, saltano agli occhi la traduzione buffamente letterale di Giancarlo Giannini (John Charlie Johns), il ritorno di Gastaldi anche come aiuto regia (Ernst Gasthaus: tanto per dare la misura dell’esiguità della troupe, il regista Gastaldi si attribuisce ironicamente nei titoli anche i meriti dell’aiuto) e l’evocativo Serge Martin come direttore di produzione.

La genesi del film è insomma bizzarra, e anche molto condizionata dalle pratiche industriali del tempo. Tuttavia i due registi sfruttano al massimo grado le limitate possibilità a loro concesse. Scelgono infatti un grande classico della claustrofobia cinematografica, il racconto in (pressoché) luogo unico e con pochi personaggi, puntando molto sulla crescente tensione reciproca e pressione psicologica. Il contesto rimane eminentemente commerciale, ma il tentativo, non si sa quanto intenzionale, si profila quasi per elitario, raffinato, interrogativo nei confronti del cinema di largo consumo. A fianco di qualche sapore gotico (la villa isolata, l’ipotesi del fantasma…), vi è anche da registrare una costante frizione tra schemi da giallo classico e profumi di modernità. Innanzitutto, fin dalle prime battute il film evoca un corposo sostrato di cultura psicanalitica – il film si apre con una lunga citazione da Sigmund Freud sul concetto di libido. La ricorrenza della psicanalisi nel giallo italiano va di fatto a sovrapporsi alle dinamiche tradizionali del mistero e della detection, finendo per costituirne il terreno di primaria fertilità secondo una diffusa volgarizzazione anche modaiola di sesso e psicanalisi lungo tutti gli anni Sessanta e Settanta italiani. Al moderno della psicanalisi, e ben intrecciato a essa, si aggiunge infatti il ricorso al sexy, qui molto attenuato nel vedere (giusto qualche timido strip di Mara Maryl) ma per i tempi decisamente audace nelle idee – del resto si parla di sadismo e di libido perverse. Infine è estremamente moderna, e in linea col suo tempo, l’evocazione di un universo narrativo pervaso dal dubbio e dall’indecidibilità. In tal senso risulta una felice intuizione visivo-narrativa l’allestimento della stanza degli specchi. È infatti in una camera da letto ottagonale, tutta circondata di specchi, che ha luogo il trauma infantile, e che si sistema la bionda Mara Maryl col marito Pigozzi nel fatale ritorno alla villa. Soluzione fortemente suggestiva, la stanza degli specchi frantuma e reitera il visivo, a testimonianza di quanto pure una piccola produzione possa trovare gemme significative con un minimo di inventiva.

Libido appare altrettanto profetico riguardo all’uso delle soggettive, mentre nel complesso ripercorre anche una serie di luoghi canonici del mistero e dell’inquietudine – i vari machiavelli per far credere a Christian che suo padre si aggira ancora per casa (sedie a dondolo che si muovono vuote, pipe fumanti, calzature abbandonate, orme bagnate sul pavimento…). Nato come puro gioco e costruito come tale secondo i criteri di un gustoso puzzle autoreferenziale, Libido trascende insomma il breve orizzonte in cui vede la luce, e ancora oggi si propone come un prodotto godibile, ben fatto, tanto debitore verso modelli pregressi quanto proiettato a un futuro prossimo. Mentre nascosto sotto la superficie, ma perfettamente udibile, risuona un sorrisetto cinico e cattivo, come il suono digrignato di un Grillo Parlante automatico.

Extra: trailer originale, “La libidine del giallo” (35′ 18”) – intervista a Ernesto Gastaldi a cura di Manlio Gomarasca e Davide Pulici.
Info La scheda di Libido sul sito di CG Entertainment.

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