Light of My Life

Light of My Life

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Western post-apocalittico e fiaba nera sulla paternità Light of My Life di Casey Affleck è un film ambizioso, ben diretto e visivamente ammaliante, ma non del tutto compiuto. Alla Festa del Cinema di Roma in Alice nella città.

Libertà e paura

Un padre e la sua unica figlia di undici anni si nascondono tra boschi e case disabitate, dopo che un virus ha sterminato buona parte della popolazione femminile. La giovanissima Rag è costretta ad un vagabondaggio continuo e a fingersi maschio ogni volta che non può evitare il contatto con altri esseri umani, tutti uomini, resi brutali e senza scrupoli dalla mancanza di femmine. [sinossi]

Interprete emblematico di un cinema indipendente americano devoto a outsiders ribelli e introspettivi, Casey Affleck, già premio Oscar per Manchester by the Sea, a nove anni di distanza dal docu-mokumentary Joaquin Phoenix – Io sono qui! esordisce nella regia di pura finzione con Light of My Life. Presentato alla Berlinale 2019 e ora al Festival di Roma in Alice nella città, Light of My Life ha i toni classici di un’immersione salvifica nella wilderness, sulle tracce di Thoreau e della filosofia trascendentalista americana, nel suo proporre la vita nei boschi e il nomadismo come unica possibilità di sopravvivenza in un mondo dove un’epidemia ha cancellato la popolazione femminile e con essa ogni dettame etico e morale.

Western post-apocalittico e fiaba nera sulla paternità, Light of My Life vede in scena lo stesso Affleck e la piccola Anna Pniowsky, rispettivamente nei ruoli di un padre e della figlia undicenne Rag, alle prese con una vita autarchica nei boschi, ai margini di una società oramai composta da gruppi di uomini abbrutiti, che solo la lettura della Bibbia è in grado (forse) di ammansire. Travestita da maschio per sfuggire alla rapacità virile, la piccola non ha memoria della madre (Elisabeth Moss, in bravi flashback) deceduta per via dell’esiziale virus femminicida che ora sembra debellato. Non resta dunque al severo e salvifico protagonista che incarnare un doppio ruolo genitoriale, cercando anche, e un po’ maldestramente, di fornire alla figlia una parvenza di educazione sessuale.

Intreccio tra The Road (dove erano però padre e figlio on the road post-apocalisse) e I figli degli uomini (lì ad essere pressoché estinti erano i bambini), Light of My Life è in tutta evidenza un film ambizioso, ben diretto e visivamente ammaliante, dove Affleck si ritaglia un ruolo non più solo introspettivo, ma che prevede anche momenti performativi più fisici, come quegli efficaci corpo a corpo in cui affronta dei predatori che cercano di strappargli la bambina. Ma, proprio come nella fiaba narrata nel bel piano sequenza iniziale, il protagonista della storia qui è e resta sempre lui, il padre-protettore, il salvatore unico possibile per la sua bambina.

Se la regia rivela senza dubbio il talento e le capacità dell’autore, la sceneggiatura, firmata dallo stesso Affleck, mostra qualche incompiutezza, dal momento che lascia alcune fondamentali annotazioni sul femminile e sulla paternità a vagare senza una direzione ferma – proprio come i protagonisti – nella natura selvaggia. Anzi, a dire il vero il discorso sulla paternità funziona, così com’è legato allo storytelling educativo, ma approda a conclusioni di stampo paternalistico, per cui la morale della “fiaba” diventa grossomodo questa: se ci si allontana dal padre si incorre in grossi rischi, perché gli altri uomini sono violenti, l’unica, estrema possibilità di difesa, per una giovane donna, è l’utilizzo del fucile, ma questo è sbagliato.

In tal senso dunque Light of My Life è un film senza speranza, almeno per la componente spettatoriale femminile, alla quale Affleck rivolge un monito piuttosto severo: senza una paterna protezione non può sopravvivere. Nel film viene poi suggerita un’ulteriore possibilità di “salvezza” per la bambina che consta nell’essere accolta in una comunità di sole donne che per sopravvivere, però, deve restare relegata in un bunker sotterraneo. Un’altra prospettiva tutt’altro che allettante. Soprattutto per una bambina.

Ma forse per Affleck l’apocalisse è proprio questa e Light of My Life è il risultato di una sua analisi sul femminile – magari anche generata da quelle accuse di molestie che lo hanno colpito -, approdata a tali, drammatiche conclusioni. Il suo film resta però, proprio da un punto di vista etico (etica e morale sono argomenti affrontati nei dialoghi tra i due protagonisti) piuttosto evasivo, erratico, incerto, configurandosi come un affascinante affresco post-apocalittico che affronta temi ponderosi ma non riesce a dispiegarli compiutamente, almeno non del tutto. Serviva allora a questa tetra ballata statunitense e alle sue argomentazioni uno sguardo autoriale più maturo, capace di rischiare, anche di dare scandalo, di sovvertire le regole dell’etica per proporne altre e spingere chi guarda a mettere in discussione la propria idea su libertà, autoderminazione, autarchia, amore parentale.

Info:
la scheda di Light of My Life sul sito della Notorius Pictures.

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