L’uomo del labirinto

L’uomo del labirinto

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Lo scrittore Donato Carrisi torna alla regia con L’uomo del labirinto, traendo ispirazione dalle pagine di un suo romanzo come già in occasione dell’esordio La ragazza nella nebbia. Qui firma un thriller dicotomico e psicologico, ricco di ambizioni in parte destinate a rimanere frustrate. Con Toni Servillo, Dustin Hoffman, Valentina Bellé e Vinicio Marchioni.

Il tuo inconscio è una stanza chiusa…

Una mattina d’inverno la tredicenne Samantha Andretti viene rapita mentre sta andando a scuola. Dopo 15 anni riuscirà a fuggire da quella che a tutti gli effetti è stata una segregazione totale dal mondo: in ospedale troverà il dottor Green che deve aiutarla a ricordare per poter catturare il suo sequestratore sulle cui orme si mette anche Bruno Genko, detective in fin di vita cui tanti anni prima si era rivolta inutilmente la famiglia di Samantha per cercare di salvare la figlia… [sinossi]

Dopo il pregevole esordio da regista con La ragazza nella nebbia, Donato Carrisi torna a mettere in scena un suo romanzo, L’uomo del labirinto, che ha alcuni punti di contatto con il lavoro precedente ma tende più spiccatamente all’horror. Se nel primo film ci trovavamo in un contesto alpino e in un’enclave montanara inquietante, qui l’ambientazione è completamente sospesa: siamo in una grande città presumibilmente americana, avvolta da un caldo torrido che fa scoppiare incendi improvvisi e le cui strade ricostruite in studio sono stilizzate come un fumetto. Sospese e stranianti sono anche la dimensione temporale quanto l’asettica stanza d’ospedale in cui la rediviva Samantha Andretti (Valentina Bellé) viene ricoverata: il tutto concorre fin da principio a un senso di disorientamento percettibile e marcato. A virare maggiormente in direzione orrorifica sono però innanzitutto i ricordi della ragazza, rapita a 13 anni e ora 28enne, che per 15 anni ha vagato in un labirinto sotterraneo, fuori dal mondo e indifferente allo scorrere degli anni, un luogo buio come gli incubi e pieno di porte chiuse come un inconscio riottoso a rivelare i propri segreti. È questa tonalità spaventosa, data da ambienti irreali e onirici, a strutturare il senso de L’uomo del labirinto donandogli almeno una qualità chiara.

Film di notevole ambizione registica, evidente anche nell’arzigogolato gioco interpretativo che chiama in causa lo spettatore, L’uomo del labirinto risulta però piuttosto squilibrato nella propria tessitura narrativa “bipartita” in cui da una parte troviamo la peculiare indagine psicologica del dottor Green (Dustin Hoffman), un profiler che dialoga con la vittima per riconoscere dentro di lei le tracce del criminale che l’ha sequestrata, mentre dall’altra troviamo l’investigazione chandleriana di Bruno Genko (Toni Servillo), detective prossimo alla morte che si rimette sulle tracce del sequestratore di Samantha subito dopo la sua liberazione, sentendosi forse colpevole di non aver fatto nulla quando i genitori della giovane rapita si erano rivolti a lui, anni prima. Le due linee narrative procedono parallele, del tutto indipendenti anche nei codici evocati nell’immaginario spettatoriale, ma la seconda prende il sopravvento portando il film in un ingarbugliato percorso in cui si innestano continuamente personaggi e situazioni nuove, in un affastellamento di soggetti e oggetti non dissimile ai reperti ammassati di una vecchia cantina (come quella in cui Servillo si troverà a un certo punto). Genko, sigaretta sempre accesa e superalcolico sempre a portata di bicchiere, conduce il racconto dentro a un poliziesco dalle eccessive virate, dagli sbandamenti repentini e dai colpi di scena poco incisivi perché, in fondo, aggiungendo personaggi, sottotrame e sorprese, si perde soprattutto la tensione: c’è un senso di ridondanza nel mettere troppa carne al fuoco, un’accumulazione che può produrre addirittura noia. Se Hannibal Lecter citava Marco Aurelio ne Il silenzio degli innocenti per ricordare alla detective Starling che, per analizzare una situazione, serve soprattutto “semplicità”, nel giallo di Genko/Servillo ce n’è così poca da far ritrarre l’interesse dello spettatore. Più intrigante il rapporto statico e frontale tra il dottor Green e la povera Samantha, intessuto di reminiscenze e terrori indicibili riesumati o suggeriti sovente con mancanza di sensibilità da parte del profiler. In questo caso il problema, però, è che un “risolutore attento” potrà intuire parecchio e in fretta su dove il film andrà a parare, togliendo nuovamente il gusto per la suspense e lasciando semmai soltanto la curiosità di capire come, esattamente, il regista ci porterà su di una strada piuttosto deducibile.

Alla sua seconda prova, Carrisi cerca un passo in avanti con un film di maggiore complessità rispetto al solido poliziesco d’atmosfera girato in precedenza. Ma pare perdersi un po’ anche lui nel suo stesso labirinto. La messa in scena è, come detto, stilizzata in ogni elemento, dagli interni curatissimi delle case alla fetida prigione in cui è stata segregata Samantha, dalle strade psichedeliche e gli sfondi palesemente artefatti alla “stanza” con le foto dei bambini rapiti e risucchiati nel buio del male. Tutto risulta astratto, come se in realtà l’unica scena concreta, materica, fosse quella della mente umana con le sue ossessioni, i suoi mascheramenti, i suoi falsi ricordi, le sue angosce più recondite. Non funziona perciò che risultino stilizzati anche i personaggi, segni/funzioni di una sciarada che il regista onnisciente porta avanti in primo luogo con chi guarda e la cui soluzione appare anche per questo macchinosa. Non esattamente una ripresa del thriller italiano anni Settanta – quello di Argento, Fulci, Martino e dei film tricolori con improbabili, spiazzanti, protagonisti americani – L’uomo del labirinto come La ragazza nella nebbia risente certamente dell’influenza di Avati con le sue comunità chiuse e le sue religioni deviate, le sue deformità esteriori e interiori, non possedendone però (ancora) la nettezza narrativa e la precisione simbolica. Carrisi inevitabilmente è obbligato a guardare anche agli anni Novanta americani, il decennio in cui thriller e noir (a partire dal già citato capolavoro di Demme) negli Stati Uniti vengono reinventati e ridefiniti, ma giustamente vorrebbe meticciare quel mondo di serial killer, psicotici e detective cercando un’ulteriore elaborazione del genere. L’operazione riesce molto parzialmente, specie a causa di uno sviluppo centrale tirato per le lunghe e di una regia dalla mano spesso pesante (il prefinale, con quel montaggio alternato che dovrebbe disvelare lentamente qualcosa di cui ormai sappiamo già tutto, è quasi sfinente), mentre sono interessanti i momenti in cui emergono spasmi di paura e suggestioni infernali legati all’esperienza estrema della segregazione, in cui – come riportano la criminologia e le testimonianze di persone riuscite a scappare dopo anni di prigionia – il rapporto tra vittima e carnefice è assai invischiato, ambiguo e perciò ancor più spaventoso. Laddove si affacciano queste paure psichiche, L’uomo del labirinto centra un obiettivo che non riesce a mirare altrimenti nella costruzione di un intreccio troppo sorprendente per esserlo veramente. Toni Servillo, Dustin Hoffman e Valentina Billé ce la mettono tutta per dare spessore a esili fantasmi sospesi tra la vita e la morte: talvolta ci riescono bene, tutti e tre.

Info
Il trailer de L’uomo del labirinto.

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