Depraved

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Girato nel 2018, l’anno del 200mo anniversario della pubblicazione del seminale romanzo di Mary Shelley con protagonisti il dottor Frankenstein e la sua Creatura, Depraved di Larry Fessenden prova ad attualizzare il gotico ottocentesco per immergerlo nella New York dei giorni nostri. Riuscendoci solo a tratti. Al Trieste Science+Fiction 2019.

Frankenstein, o il Prometeo contemporaneo

Alex lascia la fidanzata dopo un’infelice nottata e torna verso casa da solo. Improvvisamente viene aggredito, accoltellato e lasciato in fin di vita. Si sveglia e scopre che il suo cervello è in un corpo che non riconosce: è Adam, un essere creato da Henry, brillante scienziato militare sofferente di stress post-traumatico a seguito di due turni di servizio in Medio Oriente, e dal suo complice Polidori, predatore determinato a far soldi grazie all’esperimento che ha portato alla creazione di Adam. Mentre Henry viene consumato dal rimorso, solo la sua fidanzata, Liz, tenta di alleviare la solitudine della creatura. Ma non servirà: quando Adam scoprirà le sue origini grazie a un video, la tragedia li colpirà tutti. [sinossi]

Attore (per Scorsese, Jarmusch, Wingard), produttore (per Jim Mickle e Kelly Reichardt), cineasta eclettico che, nel passato, si è avidamente gettato su progetti anche molto diversi tra loro, comprendenti la partecipazione, con Wendigo nel 2001, al Dogma95 di Lars von Trier, persino doppiatore per un “survival horror game” di successo, Until Dawn: Larry Fessenden torna al timone di un lungometraggio con Depraved, presentato in anteprima nazionale nella sezione Neon – Out of Competition del Trieste Science+Fiction Festival 2019, dopo un assenza durata sei anni, da quel Beneath che si poté ammirare sugli schermi del Fantafestival di Roma nel 2013. E lo fa ripartendo dalle origini, del suo cinema e della fantascienza tutta, dal romanzo scritto da Mary Wollstonecraft Shelley nel 1816, a Ginevra, durante un’estate trascorsa con, tra gli altri, Lord George Byron, un consesso che ha ormai trasceso la Storia per entrare nel Mito: parliamo, naturalmente, di Frankenstein, o il moderno Prometeo. Racconto archetipico, se ce n’è uno, adatto a essere plasmato e aggiornato alle epoche e ai progressi scientifici quali esso siano, viene imbevuto, dallo stesso Fessenden anche sceneggiatore (e montatore), di umori sociali e relazionali ormai irrinunciabili, se l’intenzione è quella di ragionare sulla contemporaneità. La fuga nel diventa fuga DAL romanticismo, la solitudine esistenziale opprime ogni classe sociale, a cambiare sono solo le relazioni. Non è più (solo) la paura del diverso, ma l’estrema facilità nel passaggio da un lato all’altro dello specchio, da (s)cacciatore a (s)cacciato.

Alex dunque, terrorizzato da un futuro nebuloso e senza prospettive economiche (o forse solo pigro e inetto, più probabilmente un giusto mix, più umano dell’umano), svolta il vicolo sbagliato e finisce in un incubo a occhi aperti, risvegliandosi in un altro corpo, più precisamente in un patchwork di corpi, di membra cucite una all’altra. Fessenden rende questa nuova Creatura anche un patchwork citazionista, una sintesi (e qui l’alta ambizione comincia a non trovare il giusto corrispettivo nella messa in immagini) di creature cinematografiche del passato, appena sbozzate grazie a una sequenza, o a una strizzatina d’occhio. L’apprendimento del Bub di Day of The Dead (in Italia Il giorno degli zombie, 1983), la camminata sul soffitto del Seth Brundle de La mosca, financo il ping pong di Forrest Gump, una serie di suggestioni che faranno felici gli appassionati, ma che rimangono solo lì, in superficie, a far bella mostra di sé. Non c’è più traccia delle forza prodigiosa che permetterebbe di scalare i muri a mani nude, come, col passare del tempo e delle sequenze, non si notano quasi più le orrende cicatrici, uniche prove tangibili dell’abominio quando la memoria non c’è, non ricorda, va ricostruita anche più dei tendini e delle cartilagini.

“Hai bisogno di droghe, tutti gli americani ne sono dipendenti”, dice il neo dottor Frankenstein Henry (e non più Victor) alla sua creazione, e gli effetti di queste ultime vengono amplificati e sottolineati visivamente tramite inserti volutamente artefatti, che comprendono fulmini che attraversano e squassano lo schermo, in bianco e nero, presi in prestito direttamente dal film omonimo di James Whale del 1931 e dal suo seguito, di quattro anni successivo, La moglie di Frankenstein. Film richiamati, ed era dovuto e insieme inevitabile, anche in altri momenti, con una suddivisione in atti rigida e dal diseguale risultato. Il più riuscito risulta l’atto centrale, dove il nostro Adam viene “educato” ai piaceri della vita dal mecenate dell’esperimento, Polidori. Doppio richiamo: era presente nella villa ginevrina, dove “in una notte buia e tempestosa” Mary Shelley venne folgorata dall’idea di un moderno Prometeo, quel John William Polidori che diede alle stampe, nel 1819, Il vampiro, il primo racconto con l’altra creatura fondante della letteratura (e del cinema, sempre sotto le insegne della Universal) orrorifica; ma come non pensare, vista la sua natura manipolatoria, che non sia anche un’assonanza con il dottor Caligari, protagonista del seminale capolavoro espressionista diretto da Robert Wiene nel 1920? Educato a Bach e Beethoven, Adam ascolta il jazz, il blues, entra in uno strip club, prova la cocaina, impara a mentire. Dopo la cultura, gli vengono (re)insegnati gli istinti che, inevitabilmente, finiranno per prevalere.

Ancora una citazione dallo script originale: “Narcisismo e autolesionismo nascono dai comfort dell’era moderna”. Pronunciata da Polidori, riassume in estrema (e semplicistica) sintesi l’approdo a cui ci condurrà l’opera. Nessuna visita al MET di New York, nessun tomo divorato in una nottata può sopperire al vorace appetito carnale, per un essere al quale tutto è stato insegnato tranne la verità sulle sue origini. Il Rap-X lo/ci rende, inevitabilmente, degli incel che si forzano all’astinenza, per non soffrire, per non avere e ostentare debolezze. Consapevolezza che, per il suo raggiungimento, necessita di un percorso di perversione/redenzione.
Fessenden approccia con spavalderia quest’ambizioso progetto, e il suo (parziale) fallimento è quasi logica conseguenza. Più che Prometeo, torna alla mente Icaro: stili disparati (soggettive, Go-Pro, campi lunghi, in un furioso balletto), sequenze dilatate, assertività pronunciate in macchina e sempre con il punto fermo in chiusura. Qualche faccia nota dell’indie americano tra gli interpreti: Polidori è Joshua Leonard (carriera ondivaga, da The Blair Witch Project a Unsane), la sua consorte Georgina Maria Dizzia (con Demme in Rachel sta per sposarsi). Smisurate ambizioni, spettacolari fallimenti: d’altronde, per un film con questi numi tutelari, non era forse l’unico punto d’approdo possibile?

Info
Depraved sul sito del Trieste Science+Fiction.

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