Society – The Horror

Society – The Horror

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È il trentesimo anniversario di Society – The Horror, l’esordio alla regia di Brian Yuzna che modificò in profondità l’immaginario del “disgusto”. Nel mettere in scena una società alto-borghese cannibale e orgiastica il regista statunitense di origine filippina traccia le coordinate di un horror politico in grado di muoversi non nel campo della metafora ma della messa in scena esibita del corpo e delle sue mutazioni. La versione restaurata è stata presentata al Trieste Science+Fiction Festival 2019.

L’orgia del potere

Bill Whitney vive con i genitori e la sorella in una casa signorile a Beverly Hills. Nonostante la sua agiatezza e la condizione economica, il ragazzo ha dei frequenti incubi di cui parla con il suo terapista, il dottor Cleveland: Bill in realtà non si fida della sua famiglia e dell’alta società. I suoi dubbi vengono vivificati dall’ascolto di una registrazione segreta carpita da Blanchard, ex-fidanzato della sorella, che indicano come la famiglia di Bill sia dedita a orge incestuose. Ma la registrazione scompare, e Blanchard muore in un incidente, mentre gli incubi notturni continuano… [sinossi]

Sono trascorsi trent’anni dall’apparizione di Society – The Horror sul proscenio cinematografico mondiale. Trent’anni in cui tutto è cambiato, senza che nulla cambiasse davvero, almeno da un punto di vista sociale. Perché invece se si prende in esame l’impianto scenico e la struttura narrativa sembrano davvero trascorsi eoni e il film di Brian Yuzna, quello con cui il produttore d’origine filippina esordì alla regia (dopo diresse altri dodici lungometraggi, l’ultimo dei quali è Amphibious, anno domini 2010), sembra appartenere a un’epoca lontana, desueta. Il passato, si sa, è una terra straniera, e non c’è dubbio che oggi l’impatto che Society ha sulle nuove generazioni di homo videns è assai diverso da quello che ebbe nel 1989, quando la presidenza Reagan era terminata da un anno, c’erano già stati i fatti di piazza Tienanmen e si approssimava la caduta del Muro di Berlino, il grande passo per l’umanità che di fatto spezzò il labile equilibrio dei blocchi contrapposti per portare al trionfo del Capitalismo statunitense, improbabile ideale di libertà dell’occidente opulento. Può apparire bizzarro, e forse per taluni finanche pretestuoso che nel tornare con la mente all’opera prima di Yuzna si rievochino fantasmi marxiani e ipotesi di socialismo più o meno reale. Eppure cos’è Society se non il coltello che si rigira nella piaga del Capitale, immergendosi in profondità nella verità per cercare di squarciare la vena che alimenta l’alta borghesia, l’élite socio-culturale che tutto domina dall’alto, decidendo – nel vero senso della parola, almeno nel film – chi vive e chi muore? È a dir poco lungimirante la scelta del Trieste Science+Fiction Festival di riportare alla luce questo piccolo gioiello dell’ultima fase davvero indipendente della produzione off-Hollywood: nel 2019, mentre il divario tra le classi sociali cresce a dismisura – nel più totale disinteresse tanto del sistema mediatico quanto della stragrande maggioranza dei partiti politici, oramai assuefatti dalla droga del sistema liberista –, è utile trovare nuova confidenza con un immaginario che approfitta delle dinamiche dell’orrore per ricordare agli spettatori che il conflitto di classe, e prima ancora la consapevolezza di classe, esiste ancora, per quanto si faccia di tutto per affermare il contrario.

Tutto principia da un incubo, l’ennesimo che accompagna le notti di Bill Whitney. Eppure il ragazzo dovrebbe avere la mente sgombra da certi pensieri oscuri e malsani: è figlio di una ricchissima famiglia di Beverly Hills, vive in una magione da sogno, la sua macchina è un fiammante fuoristrada. Eppure l’inquietudine si fa largo nell’animo del ragazzo, che sente che qualcosa in quella casa e in quella famiglia non va per il verso giusto. L’unico con cui può davvero sfogarsi è il suo terapista, che lo ascolta con attenzione e cerca sempre di tranquillizzarlo. Un giorno però l’ex fidanzato di sua sorella, tal Blanchard, gli fa ascoltare le conversazioni che ha carpito di nascosto alla ragazza: un malsano mix di allusioni sessuali, orge dal retrogusto incestuoso con i suoi genitori. Il tutto precipita ancor più quando Blanchard muore in un incidente stradale, e ovviamente della cassetta registrata si perdono le tracce…
Arriva per l’appunto nel 1989 Society. Il decennio dell’edonismo sfrenato, della plastica imperante, dell’ubriacatura finanziaria, del miliardario come figura da imitare, e dalla quale trarre ispirazione. Il cinema hollywoodiano risponde nei modi più disparati. Nel campo dell’horror, seguendo la scia di quello che viene comunemente definito “horror politico”, molti registi si oppongono alla marea montante, rigettando l’idea di un’omologazione: si pensi ad esempio, per non perdersi in lunghe liste, a John Carpenter e a Essi vivono. Esistono due forme di rappresentazione della metafora politica, e Society le contiene al medesimo tempo entrambe. La prima, la più evidente, è relativa alla paranoia, e non è altro se non l’evoluzione delle acque agitate da Don Siegel ne L’invasione degli ultracorpi. Anche Yuzna guarda con insistenza dalle parti del classico del 1956, sia nella messa in scena di un personaggio che sembra folle nel suo delirio coerente, sia (e forse ancor più) nell’idea di una società che è programmaticamente pronta per essere invasa. Gli ultracorpi sono già nella società, si riproducono sotto i nostri occhi, e assumono tutte le posizioni dominanti. Dopotutto, se si avesse la pazienza di leggere Karl Marx, ci si potrebbe ricordare della massima “L’ideologia dominante è sempre stata l’ideologia della classe dominante”.

La classe dominante Yuzna (che si affida alla sceneggiatura scritta da Woody Keith e Rick Fry: a quattro mani redigeranno per Yuzna anche lo script di Re-Animator 2, sequel del cult-movie di Stuart Gordon) ce l’ha ben chiara e la mette in scena nel modo più semplice e diretto possibile. Sono i ricconi di Beverly Hills, wasp che si vestono bene, guidano belle automobili, vivono in splendide ville. Sono avvocati, banchieri, broker, medici. Tutti bianchi, tutti puliti. L’immagine è nettissima, inequivocabile, e la fotografia vi si adegua con un nitore abbagliante, quasi che il sole della California irradiasse su ogni fotogramma la sua luce naturale. Anche le riprese notturne, immerse in un bluette dal recondito retrogusto pubblicitario (quasi si giocasse una sfida a distanza con lo yuppie-movie à la Adrian Lyne), sono in realtà chiare, a pochi passi dal softcore, ad anticipare la slavina che arriverà a breve. Perché se nella sua presa di posizione – di classe – Yuzna non ha tentennamenti, la sfida reale allo spettatore Society la lancia sul versante visionario.
In un’epoca storica in cui le mutazioni del corpo sono la scaturigine principale delle riflessioni sulla degenerazione etica, morale e psicologica della società dei consumi – la lezione impartita per lo più da David Cronenberg ha trovato adepti anche in Oriente, come testimonia il canto del corpo elettrico di Shinya Tsukamoto e del suo Tetsuo – Yuzna materializza gli incubi, trasformando l’angosciante timore di un’alta borghesia dedita alle peggiori turpitudini in pura e semplice realtà. I Whitney e tutti i loro amici e vicini sono incestuosi, mostruosi, cannibali. La loro orgia è la fusione di un corpo sociale che si pretende perfetto, e di diritto prioritario. In questa fusione Yuzna si libera di ogni legaccio di realismo per sprofondare in un’allucinazione perversa – rubando il titolo a un film che ha non poche similitudini con questo, e che Adrian Lyne dirigerà un anno più tardi –, permettendo alla sua creatura di volare altissimo, in una sorta di Salò del grottesco. Quasi venti minuti di immersione in un universo altro, doppio satanico e putrescente del mondo in cui viviamo, specchio che deforma pur contenendo nel riflesso la verità più intima. Quello di un mondo di sopraffazione di fronte al quale si può anche fuggire, ma che non può essere sconfitto. Strepitoso inno al kitsch putriscente, sarabanda sarcastica sull’american way of life, smembramento chirurgico del teen-movie e dell’horror, Society è un film a suo modo miracoloso, in grado più di molti altri progetti ambiziosi – ed economicamente più solidi – di cogliere lo stridore assordante sotto la falsa armonia della cosiddetta democrazia.

Info
Society – The Horror, il trailer originale.

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