L’angle mort

Un superpotere può essere un dono, una dannazione o, più semplicemente, qualcosa con cui dover fare i conti nel proprio quotidiano. Dopo l’Acid a Cannes 2019, L’angle mort approda, in competizione, anche al Trieste Science+Fiction Festival 2019.

Le (dis)avventure di un uomo invisibile

Dominick Brassan ha il potere di diventare invisibile, ma è un potere che usa raramente. Anzi, l’ha tenuto segreto vergognandosene, senza parlarne nemmeno alla fidanzata, Viveka. Ma quando la capacità di controllare il suo dono comincia a venire meno, tutta la sua vita, le sue amicizie e le sue relazioni personali ne risultano sconvolte per sempre. Da un’idea originale di Emmanuel Carrère. [sinossi]

“Tutti quanti sotto il sole e tu lì, nel tuo buco”: in questa frase, pronunciata dal protagonista Dominick in uno dei numerosi voice-over che accompagnano la narrazione, c’è il senso di un’operazione teorica che sembra diventare (ancor più) d’attualità ogni giorno che passa, una polemica dopo l’altra, un contrapporsi di due opposti schieramenti dopo l’altro. L’angle mort (Blind Spot il titolo internazionale inglese) di Pierre Trividic e Patrick Mario Bernard inocula massicce dosi di esistenzialismo all’interno del cinema “del superpotere” (parlare di supereroistico, in questo caso, sarebbe concettualmente un errore) e, da uno spunto dello scrittore Emmanuel Carrère, si pone come nuova pietra d’angolo del revisionismo interno al macrogenere, che non produceva contributi interessanti, probabilmente, da Chronicle della meteora Josh Trank, ormai sette anni orsono. L’invisibilità, che accompagna Dominick fin dalla nascita, può anche non essere un dono, ma un qualcosa con cui dover fare i conti, una tentazione, un vizio, una coperta, appunto, grazie alla quale rinchiudersi in un buco, lasciando il mondo e le persone all’esterno.
(Co)stringendo i personaggi all’interno di un 4:3, che permette ai due cineasti transalpini di tenere tutto in campo, dal soffitto al pavimento, il film, selezionato in competizione dal Trieste Science+Fiction Festival 2019, è ambientato in una Parigi quasi inedita, lontana sia dalla Ville Lumière che dalle banlieue, posizionata dunque, fuor di stereotipo, nel mondo reale dell’Europa contemporanea. Questo senso di realtà, obiettivo dichiarato di Trividic e Bernard, viene al contempo attenuato e ampliato dall’eccellente veste fotografica orchestrata da Jonathan Ricqueburg (di cui ricordiamo, valga uno per tutti, lo splendido lavoro compiuto su La mort de Louis XIV di Albert Serra). Dolci sfumature di luci e ombre, silhouette stagliate in controluce, la sensazione è quella di una forte soggettività di sguardo che non riesce, però, a cambiare davvero i contorni di un reale percepito come soffocante.

È tutta una questione di potenzialità inespresse per questo ragazzone afro (ben interpretato da Jean-Christophe Folly), che approccia anche i sentimenti con circospezione, in una società dove ci si approccia, ancora, a una coppia interrazziale con commenti sprezzanti (“devono essere sensi di colpa postcoloniali”, sentiamo dire nel corso di una festa “bobo” di artisti, consesso ultraprogressista, almeno in teoria). Figlio di un chitarrista blues, finisce a imballare chitarre nel sotterraneo di un negozio di strumenti musicali, spedendole ad altri, via da sé, rifiutandosi di suonare. Trauma dell’abbandono di un genitore assente, e ulteriore maledizione da invisibilità, se, in verde età, ci s’insinua nella camera dei genitori e li si vede fare l’amore, con la chitarra lì di fianco, ad aspettare.
Dominick non è l’unico detentore del superpotere, e una sottotrama parallela (ma bisognosa di maggiore spazio) ci porta alla conoscenza di altri invisibili, che, inevitabilmente, occupano ruoli marginali nella società. E qui la metafora diventa lampante: sparire fisicamente, dopo che si è già spariti dai radar del welfare sociale, del lavoro soddisfacente, della possibilità di progettare una vita futura. Doveva essere probabilmente questo, ancor più, il cuore dell’operazione, e invece si allarga ulteriormente il campo, alla ricerca della poesia. La dirimpettaia di Dominick (spendida Golshifteh Farahani, come in About Elly, come in Paterson, come sempre) è un’insegnante di musica non vedente che, in un duro momento per il Nostro, incrocia il suo sguardo e sembra cosciente della sua presenza. Come può non apparire invitante, dunque, scomparire completamente e definitivamente, per perdersi nelle braccia di chi può guardarti (e riconoscerti) solo grazie al tatto?

Si muove intorno a queste tre coordinate dunque, dal rapporto col passato alla quotidianità oppressiva fino agli amori, reali o sognati, L’angle mort, disperdendo un po’, per troppa foga e un pizzico di bulimia creativa, l’innegabile forza dell’assunto. Ma i momenti da ricordare sono tanti: un flashback straniante dove due piccoli amici scoprono di avere in comune la cosa più grande e strana della loro vita, l’abbandono totale alla follia di Richard (proprio l’amichetto in questione) che porterà a Dominick ulteriori sensi di colpa, il “momento Claude Rains” in cui si cita, inevitabilmente, il capolavoro di James Whale del 1933. Come chiudere, dunque, questa dolorosa parabola esistenziale? Forse basta lasciar perdere sensi di colpa, amori romanzeschi e “grandi responsabilità” che derivano dal grande potere, e accettare che il proprio padre sia un uomo imperfetto, suonando un ultimo blues su una “cigar box” appositamente restaurata, tra uno scompartimento di un supermercato e l’altro. Non è rassegnazione, è l’invito, accorato, a smetterla d’inseguire irraggiungibili chimere, e a godersela al meglio possibile, fin che si può. Pacificati, e capaci di accettare la mediocrità senza paura, senza (più) nascondersi. Quando si è invisibili i vestiti restano visibili, si è davvero invisibili solo completamente nudi: l’invisibilità è, quindi, assoluta vulnerabilità.

Info
L’angle mort sul sito del Trieste Science+Fiction Festival.

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