Hasta que muera el sol

Hasta que muera el sol

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Presentato al Doclisboa ’19, nella sezione Da Terra à Lua, Hasta que muera el sol è un documentario, di produzione portoghese, del filmmaker Claudio Carbone, il racconto della vita quotidiana nella comunità etnico-linguistica Terraba in Costa Rica, tra riti ancestrali e vita in armonia con la natura, nella lotta contro i rinnovati colonialismi.

The Sun Also Rises

Adan e Byron, indigeni della comunità etnico-linguistica Terraba in Costa Rica, ci mostrano la vita quotidiana e la resistenza dei popoli nativi americani, tra la riappropriazione della terra e la riscoperta di un’identità perduta. Il film segue i due amici, tra loro uniti da un senso di appartenenza alle proprie radici. Adan reclama le terre ancestrali della Terraba, mentre Byron si reca a Panama per incontrare la sua comunità madre. [sinossi]

Una grande piroga di legno portata a mano dagli indigeni attraverso la giungla, prima di farla arrivare al fiume. Un’immagine fortemente evocativa, herzoghiana, la miniatura della nave di Fitzcarraldo. Una scena di grande suggestione che segna un punto chiave del documentario Hasta que muera el sol, opera del filmmaker Claudio Carbone, di produzione portoghese, presentata nella sezione Da Terra à Lua di Doclisboa ’19. Alla visione romantica ottocentesca del regista tedesco, si sostituisce qui il punto di vista, pieno, degli indigeni delle comunità Terraba, Teribe, Salitre, di Panama e Costa Rica, che Claudio Carbone ha conosciuto e frequentato. La piroga viene intagliata solo da un grande albero che cada spontaneamente, secondo il rispetto degli indigeni per la foresta, e ciò spiega quella che sembra un’irrazionalità logistica.

Una prima ripresa aerea dà subito idea del tema e della sua entità: il verde della foresta interrotto da chiazze di deforestazione, risultato delle attività di sfruttamento invasive a opera di colonizzatori, capitalisti non indigeni, per spolpare la superficie boschiva e ricavarne aree di pascolo. Pochi elementi didascalici per inquadrare i problemi, che poi emergono spontaneamente dai dialoghi, dalle situazioni. E pure non vengono fornite spiegazioni rispetto alle due scene di danza tribale, riprese nel film, evitando il carattere di documentario etnografico. La consapevolezza della sacralità della terra madre, la transitorietà della vita umana, resa relativa al confronto con la longevità degli alberi della foresta, il saper prelevare dalla natura quanto basta, in modo da non comprometterne la capacità di rigenerazione. Questi concetti rappresentano il nucleo della cultura degli indigeni, che si tramanda ancestralmente. La stessa semina del riso, la cui crescita è seguita nell’arco temporale del film, avviene su uno spiazzo che non è stato arato, diserbato, violentato, come nelle pratiche agricole nostre, improntate al massimo rendimento, ma solo sommariamente sgombrato. Il riso crescerà in competizione con l’altra vegetazione. E si fa accenno, a un certo punto, alla pratica di irrorare i campi con pesticidi, portata avanti dai possidenti terrieri non indigeni. Carbone decide inoltre di non sottotitolare i dialoghi nell’originale lingua indigena Teribe, mantenendoli criptici e inviolati, un sapere che deve rimanere inconoscibile. Uno di questi discorsi confluisce in immagini aeree della foresta, avvolta dalla nebbia, in una dimensione panica.

Trapelano, spontaneamente, racconti di soprusi e torture, a opera di latifondisti non indigeni, nella più totale impunità. Un colonialismo che persiste, ben inquadrato dalla strofa di una canzone, che fa combaciare l’introduzione della Bibbia, a opera di missionari colonizzatori, con la perdita del proprio territorio. La lotta per il riappropriarsi della propria, legittima terra madre, vede anche un tavolo di confronto con una ministra, che solleva problemi di rappresentatività per la popolazione indigena. Ma emergono pure delle contraddizioni, come l’uso di strumenti della società moderna, le torce per la pesca, le bottiglie di plastica, anche tagliate e riutilizzate. Contraddizioni apparenti o segno dell’impossibilità di fuggire dall’omologazione globale?

Info
La scheda di Hasta que muera el sol sul sito di Doclisboa.

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    Claudio Carbone, nato a Potenza, laureato in architettura, ha compiuto studi nel campo dei movimenti sociali presso varie università di sociologia nel mondo (Brasile, Portogallo, Costa Rica). Il suo primo lungometraggio, Hasta que muera el sol, è stato presentato a Doclisboa, dove lo abbiamo intervistato.

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