Non è sogno

Non è sogno

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Presentato fuori concorso a Locarno 72 e nel concorso internazionale al Festival dei Popoli 2019, Non è sogno di Giovanni Cioni parte da un laboratorio di recitazione in un carcere per riflettere sulle condizioni di vita carceraria, sulla situazione stessa di reclusione, sulla impossibilità di vedere il cielo e le nuvole, su ogni fuga all’esterno che si rivela un sogno mediato dal cinema.

La recita della vita

Siamo in un film nel film, sviluppato intorno alle prove di alcuni dialoghi fra Totò e Ninetto Davoli in Che cosa sono le nuvole? di Pasolini e frammenti di La Vita è sogno di Calderon de Barca. Queste prove interpretate, ripetute, con i ciak, da detenuti di un carcere, diventano gli innesti di racconti di sogni, storie di vita, alcune terribili, tra cui quella di Domenico, ragazzo ergastolano. [sinossi]

Che cosa sono le nuvole?, episodio di Capriccio all’italiana, apoteosi poetica del cinema pasoliniano, contiene un riferimento, in un poster, a Las Meninas, il celebre dipinto di Velázquez che rimanda, con la presenza stessa del pittore e con l’idea dello specchio, alla rappresentazione nel suo farsi, a ciò che definiremmo ora, nel cinema, come il backstage. Il quadro è un punto di contatto con un’altra opera di Pasolini, Calderón, spettacolo teatrale in scena proprio in quegli anni. Giovanni Cioni riprendendo tanto Che cosa sono le nuvole?, quanto La vita è sogno di Calderón de la Barca, aggiunge un nuovo contenitore, in un gioco esponenziale di scatole cinesi metalinguistiche, visto che l’episodio pasoliniano contiene a sua volta l’Otello shakespeariano, laddove l’arte è equiparata a uno stato onirico («Siamo in un sogno dentro un sogno» dice Totò/Jago). Ma la meta-rappresentazione porta alla nuda e cruda realtà, alla vita dura dei carcerati che, partendo da rappresentazioni di testi onirici, non può che far concludere che la vita sia tutt’altro che un sogno.

Con Non è sogno, presentato a Locarno 72 e al Festival dei Popoli 2019, Giovanni Cioni riprende un laboratorio teatrale e attoriale, dal titolo Nuvole, iniziato a ottobre 2016 con i detenuti del carcere di Capanne (Perugia). I due testi impiegati hanno in comune, oltre alle considerazioni di cui sopra, la rappresentazione di uno stato di chiusura, di prigionia, di impossibilità di vedere il cielo e le nuvole se non dopo rottamazione, condizione che accomuna le marionette pasoliniane al principe Sigismondo, rinchiuso in una torre. E, possiamo aggiungere, i bambini prigionieri nello scantinato del mostro di Marcinelle, nella ricostruzione teatrale che Milo Rau ha fatto di quell’orribile fatto di cronaca, usando tra i sottotesti ancora Che cosa sono le nuvole?. Da Pasolini, Cioni riprende da un lato l’idea della rappresentazione povera, popolare dei drammi classici, come i suoi personaggi che traducono Shakespeare con un linguaggio semplice, dialettale. I brani dei testi sono però recitati dai carcerati senza molta convinzione. A Cioni non interessa la teatroterapia, quella al limite verrà dopo, e nemmeno il risultato finale della recita, come per le tante realtà che in Italia realizzano spettacoli con i detenuti raggiungendo anche livelli molto alti, come è il caso della Compagnia della Fortezza. Cioni segue i primi passi delle prove, includendo ancora il backstage, il ciak o la voce del suggeritore.

Con Non è sogno, i testi sono un pretesto, o al limite hanno una funzione catartica, per far scaturire, spontaneamente, la drammaturgia della vita, i racconti dei detenuti, gli ultimi, la loro condizione, sia di detenzione che quella che li ha portati in carcere. Quella verità da non nominare, da esorcizzare, altrimenti non c’è più. Il dramma di chi, pure, forse è vittima di un errore giudiziario e non ha la possibilità di una difesa adeguata. La rassegnazione di passare in reclusione parte della propria vita, quando non tutta, come nell’impietosa notifica dei fogli di fine pena. Chi non sa cosa sia la vita fuori, e non vede più le nuvole, da sedici anni; chi ha tentato tre volte il suicidio per impiccagione, come modo di attirare l’attenzione ma rischiando seriamente la morte. Storie di spaccio e di droga, di infanzie difficili. Ma possiamo trovare anche la commedia, in quel contesto. Come quella del rapinatore di banca che è fidanzato con una direttrice di banca, quasi come nel primo film di Woody Allen, Prendi i soldi e scappa. Partendo dalla recitazione, Giovanni Cioni arriva a riprendere i volti veri, scavati, consumati, senza alcuna maschera.

Campeggia lo sfondo verde nel film, richiamato anche nella locandina. Si tratta dello sfondo del chroma key, quell’effetto speciale che permette di incollare un qualsiasi sfondo dietro un soggetto. Da un lato è un richiamo a quel teatrino povero di marionette di Pasolini, che all’epoca suonava anche come un richiamo allo spazio vuoto delle avanguardie teatrali. Ma il verde potrebbe essere anche una superficie di interfaccia che permette l’illusione cinematografica di uscire dal carcere, di proiettarsi verso spazi aperti, di immergersi nel cielo e nelle nuvole. Frequente nella fantascienza vedere il relax dell’equipaggio di astronavi che si concedono momenti in spiagge tropicali virtuali, che poi si dissolvono rivelandosi come proiezioni in un’apposita stanza. Ma in Non è sogno, nella sua forma come da work in progress, il verde rimane, a parte poche scene, uno sfondo di colore, un sipario che non si apre. Che fa il paio con i momenti in cui i detenuti sbirciano tristi dalla finestra, o con l’inquadratura delle sbarre alla finestra. Solo due scene in esterni in tutto il film, di prati e cavalli, a richiamo delle storie dei personaggi. Due scene in cui la mdp di Cioni galleggia spaesata, come in attesa di un soggetto assente, come quando, in Dal ritorno, filmava i dintorni del campo di sterminio senza il sopravvissuto che avrebbe dovuto fargli da guida.

Info
La scheda di Non è sogno sul sito del Festival dei Popoli.

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