Gli angeli dell’inferno

Gli angeli dell’inferno

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Fitto di contraddizioni come il suo bizzarro e affascinante autore, Gli angeli dell’inferno di Howard Hughes è un kolossal militarista e pacifista insieme, prodotto di una personalità debordante che si dedica al sogno del cinema a suon di milioni di dollari follemente sperperati. Un’opera specchio del proprio autore, rozza e didascalica ma assai potente ed emozionante. In dvd per DNA Distribution.

Di caratteri decisamente opposti, i due fratelli inglesi Roy e Monte Rutledge sono colti di sorpresa dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Uomo serio e dai saldi valori morali, Roy decide subito di arruolarsi in aviazione, mentre Monte, dandy pigro, sciupafemmine e disimpegnato, finisce in guerra solo per un puro caso. Roy è innamorato della bella Helen, e presenta la ragazza a Monte pieno d’orgoglio e vero amore. Ben presto però Helen si concede anche a Monte, mentre la guerra impazza e mette in costante pericolo le vite dei due fratelli… [sinossi]

Prima di ogni altra cosa Gli angeli dell’inferno (1930) di Howard Hughes è il delirio di un folle, la visione enorme di uno sfacciato miliardario che edifica un monumento al proprio ego e alle proprie manie di grandezza. Com’è noto Howard Hughes fu un tycoon dell’aviazione, appassionatissimo di aerei e anche ingenuo innamorato del cinema. Fu autore di diverse imprese personali, e tra queste rientrano pure due lungometraggi di cui fu regista, pur col sostegno non accreditato di rinomati professionisti – in questo caso Edmund Goulding e un James Whale praticamente esordiente. Per un rapido excursus sulla vita e le opere di Howard Hughes torna sempre buono The Aviator (2004), biopic che Martin Scorsese dedicò agli anni giovanili del riccone affidandolo alle capacità istrioniche di Leonardo DiCaprio secondo un approccio maestoso e un po’ superficiale.

Tombeur de femme per dive (ebbe relazioni con Katharine Hepburn, Bette Davis, Ava Gardner…), soggetto a disturbi mentali di carattere ossessivo sempre più invadenti nel corso della sua vita, Howard Hughes produsse cinema con enorme dispendio (e sperpero) di mezzi, e Gli angeli dell’inferno è in qualche modo il film-summa non di un autore cinematografico, ma di una biografia extrafilmica. Realizzato a ridosso dell’avvento del sonoro tra il 1927 e il 1930, il film fu infatti prima progettato e avviato come pellicola muta, salvo poi essere rigirato ex-novo quando Hughes si rese conto delle mirabilie espressive garantite dall’avvenuta acquisizione di rumori, musica e soprattutto parola umana non più aggiunti al momento della proiezione da un imbonitore nel buio e da un pianoforte o orchestra, bensì direttamente (e illusoriamente) “incorporati” nel film. L’attrice norvegese Greta Nissen fu sostituita dall’appena diciottenne Jean Harlow poiché la prima prescelta disponeva di un inglese dal forte accento straniero, elemento del tutto ininfluente in ambito muto ma divenuto scomodissimo nel nuovo progetto di film sonoro. Jean Harlow rigirò dunque tutte le sequenze del principale personaggio femminile, la temibile e inaffidabile Helen, mentre dal punto di vista più macroscopicamente formale Hughes si trovò ad alternare creativamente colore e bianco-e-nero.

Hughes pretese che al film partecipassero anche veri aviatori della Prima Guerra Mondiale, così come rifiutò l’utilizzo di modellini, sostituiti da effettivi aerei da guerra. Durante la lavorazione qualche pilota ci perse pure la vita, mentre lo stesso Hughes rimase ferito. Una delle leggende più note riguardo al film vorrebbe che il totale del girato ammontasse alla cifra astronomica di 560 ore. Un cumulo di follie e capricci che solo una disponibilità finanziaria pressoché illimitata poteva garantire. Cosicché la visionarietà cinematografica qui fa rima prima di tutto con ricchezza e opulenza, con ostentazione di mezzi, spettacolo attrazionale, esibizione di meraviglie per un pubblico desideroso di emozioni forti.

È del resto ben debitore delle emozioni forti pure l’intreccio, elementare quanto archetipico, incardinato intorno ai più primordiali legami affettivi in conflitto (due fratelli di carattere opposto arruolati in aviazione nella Prima Guerra Mondiale e messi in difficoltà dall’amore per la stessa donna), e poi onore, coraggio, patriottismo, militarismo e pure antimilitarismo. Hughes non sembra infatti aderire a solide e persuasive visioni del mondo, né propone al pubblico etiche convinte e coerenti, tanto che Gli angeli dell’inferno può apparire per l’appunto imbevuto simultaneamente di patriottismo e pacifismo. Si badi bene, Hughes non evoca un orizzonte etico all’insegna della problematicità e dell’ambiguità tragica, bensì semplicemente giustappone punti di vista che si alternano senza preoccupazioni di coerenza né di profondità di riflessione. Così, secondo una nettissima spartizione bidimensionale, i due fratelli Rutledge, protagonisti della vicenda, si scompongono in Roy, probo, integerrimo e coraggioso, e in Monte, dandy disimpegnato, forse vigliacco ma anche contestatore anarcoide e pacifista. Dopo lunghe peripezie, il rapporto tra i due fratelli si chiude su una nota di incredibile e gigantesca tragedia (ingenua e infantile nella sua enormità) dove l’onore in guerra è preservato così come si erge a figura eticamente trionfante il Roy senza macchia, ma lungamente e indubbiamente Hughes mostra di provare comprensione e simpatia umana per Monte, mattacchione sciupafemmine, a suo modo tenero e leale, al quale è concessa anche un’emozionante tirata populistica contro le logiche della guerra.

Quello di Hughes è un pacifismo alla buona, apparentemente pure sincero, che utilizza didascalicamente i propri personaggi per intonare meste litanie al crepuscolo delle illusioni giovanili e dei relativi ideali. Per Hughes la guerra interviene sostanzialmente a spazzare via una sorta di idilliaco e idealizzato ordine internazionale oltre la Storia in cui i popoli si amano e si vogliono bene – all’esordio, i britannici fratelli Rutledge condividono all’università una sincera e profonda amicizia col tedesco Karl, ritrovandoselo poi come nemico al fronte. È la guerra (e la donna) a rompere una sorta di incantesimo tutto al maschile, dove vigono fratellanza, goliardia, affetto sincero e solidarietà tra i popoli, e dove i maschi sono ricondotti a una condizione quasi pre-sessuale. La donna è invece vista come male e minaccia; benché Hughes si sforzi di riservare una nota di comprensione anche per i desideri di libertà della spavalda Helen, la sostanza ci pare fortemente misogina, chiusa coerentemente dall’uscita di scena della donna dopo uno sgradevolissimo accesso d’ira contro Roy. La guerra insomma è brutta e fa male, e senza mezzi termini né particolari sfumature Hughes la addita come un flagello supremo da addebitare all’egoismo di un allegorico Potere senza volto. Ma la guerra, dal momento che purtroppo esiste, va anche combattuta con onore, ardimento, coraggio e con pieno spirito patriottico, prestandosi al più alto sacrificio se necessario. Non quello del proprio corpo (che in guerra è già previsto nelle regole del gioco), bensì addirittura del corpo di chi si ama.

La guerra non è fratricida solo perché spinge l’essere umano a uccidere i propri simili, ma è pure letteralmente fratricida, poiché l’onore può avere anche il prezzo altissimo (e rozzamente simbolico) dell’uccisione dell’affetto più caro. Patriottismo e pacifismo insieme, insomma: Gli angeli dell’inferno è tanto semplice e naïf nel suo impianto ideologico quanto complesso e spericolato sul piano formale. È politico secondo linee rozze e corrive che seguono il filo di riflessioni fortemente semplificanti, pronte a trasformarsi in strumento di emozioni forti e immediate per un ampio pubblico. È banalmente (e poco convintamente) politico senza essere filosofico, poiché sciorina implicite frasi fatte sulla guerra senza compiere né suggerire una vera riflessione intorno a essa. È il punto di vista di un miliardario, non di un maitre-à-penser. Un miliardario che vede la guerra come pura e semplice distruzione, ma anche come terreno per l’espressione di alti valori etici più o meno condivisibili a seconda delle proprie specifiche convinzioni (il lancio dei soldati tedeschi giù dal dirigibile, narrato come il molto onorevole gesto probabilmente suicida di coraggiosi servitori della Nazione). È il punto di vista di un miliardario espresso anche, e soprattutto, riguardo al cinema tramite il cinema stesso. Di fatto Gli angeli dell’inferno si tramuta in un’enorme occasione per fare sfoggio di ricchezza produttiva e di relativi gigantismi estetici. La guerra e l’etica annessa passano in secondo piano e si trasformano in strumento per l’allestimento di una lunga occasione di meraviglia visiva.

Se nel suo insieme l’opera può sembrare anche trionfo del kitsch, d’altra parte per alcune sequenze lo stupore attrazionale si conserva intatto a distanza di quasi novant’anni, e mantiene un surplus di gioia per gli occhi se rapportato all’epoca della realizzazione. Gli angeli dell’inferno è un kolossal che in quanto tale è quasi costretto a ridurre ai minimi termini la complessità dei personaggi coinvolti. Le loro vicende private devono conservarsi facili e immediate per lasciare ampia priorità a lunghe sequenze d’azione. È anche per questo che il lungo racconto si dispiega secondo ritmi narrativi fortemente episodici. Il tempo narrato è pianamente orizzontale, senza alcuna enfasi sugli intervalli temporali tra un episodio e l’altro, affidati a ben marcate ellissi segnalate da nette transizioni. Tale episodicità enfatizza inevitabilmente l’autosufficienza espressiva del singolo brano; di fatto è il singolo episodio la vera unità di misura narrativa, il vero centro d’interesse di Hughes, che adotta l’andamento di un racconto vagamente paratattico. All’interno della singola sequenza stile e montaggio appaiono invece molto classici per i confronti tra pochi personaggi (le sequenze più intime), mentre per tutto ciò che riguarda il coté d’azione bellica si scatena una maestosa visionarietà che fa anche ampia ricerca sul colore. Lungo il film Hughes utilizza più volte il viraggio, dallo splendido cielo violetto per il duello all’alba al blu per gli attacchi aerei notturni, mentre nel caso della sequenza del ballo di società si ricorre al Multicolor stampato in Technicolor. Si deve ammettere però che se quest’ultima sequenza colpisce per la grandeur, d’altro canto restano decisamente più suggestive le sequenze virate, in particolare per l’attacco del dirigibile tedesco, dove il blu notturno è impressivamente squarciato dall’arancio del fuoco quando il velivolo va in fiamme.

È infine affidata a un consueto bianco e nero la sequenza più emozionante, quel lungo attacco aereo in prefinale quasi privo di dialoghi per il quale Hughes in persona s’incaricò di effettuare le riprese in volo. Qui lo stupore attrazionale si divide in parti uguali tra il visivo e il sonoro, dove i rombi di motore sono al centro di un’insistita enfasi secondo la logica di un’esibizione autoreferenziale in chiave acustica, al tempo freschissima acquisizione espressiva di ultima generazione. Benché risalente alla fine degli anni Venti, di fatto Gli angeli dell’inferno è proto-cinema espanso, che fa dell’ostentata grandezza la sua cifra stilistica più marcata e ricercata. Grande nelle dimensioni, grande (e rozzissimo) nei sentimenti narrati, grande pure nella première a Hollywood – fu un maestoso evento mondano con la partecipazione in sala di molte stelle del cinema. Poi certo, seguendo il racconto pare che la guerra la combattano in tre persone: guardacaso sul dirigibile si ritrova l’amico Karl, e guardacaso sul finale il comandante tedesco che fa prigionieri i due fratelli Rutledge è la stessa persona che Monte ha cornificato all’esordio. Semplificazioni narrative che intrecciano l’allegoria all’infantilismo. Si sa, i bambini hanno enormi fantasie. Sconfinate. E Howard Hughes forse non era altro che questo. Un bambino ricco che giocava praticamente con il mondo intero tra le mani.

Extra:
un primo contributo in lingua inglese composto da trailer, immagini di repertorio della World Premiere e una breve nota su Howard Hughes (14′ 30”), e un secondo ricchissimo contributo, ossia un altro film intero (Sky Devils, 1932, A. Edward Sutherland – titolo italiano Il coraggio della paura), protagonisti Spencer Tracy e Ann Dvorak, opera prodotta da Howard Hughes in cui si riciclano in parte alcune sequenze girate per Gli angeli dell’inferno e rimaste inutilizzate (89′).
Info
La pagina Wikipedia dedicata a Gli angeli dell’inferno

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