Le ragazze di Wall Street – Business is Business

Le ragazze di Wall Street – Business is Business

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Le ragazze di Wall Street (il cui sottotitolo tutto italiano suona sgradevole: Business is Business) è il terzo lungometraggio da regista di Lorene Scafaria, e ben sintetizza lo stato delle cose in quel di Hollywood e dintorni. Una storia “vera” che vorrebbe ergersi a inno alla sorellanza ma non ha alcuna coscienza morale, di classe, e si trasforma ben presto in un confuso pastrocchio che narra il riscatto solo attraverso la brama di denaro e mette in mostra uno sguardo intriso di puritanesimo. Negli Stati Uniti sono andati in brodo di giuggiole per l’interpretazione di Jennifer Lopez, sicuramente accorata ma non in grado di ergersi al di sopra delle proprie doti di ballerina. Dopo l’anteprima alla Festa di Roma il film approda nelle sale.

Cercasi soldi disperatamente

Ramona è una madre single e nella vita fa la spogliarellista. Dopo il crollo di Wall Street nel 2008 la donna spiega ad alcune sue colleghe che i loro clienti migliori sono proprio quelli da incolpare per aver mandato all’aria l’economia della nazione. Quale modo migliore per prendersi una rivincita derubandoli? [sinossi]

Ha ragione il titolo originale, The Hustlers, perché le ragazze di Wall Street raccontate nel film di Lorene Scafaria sono delle truffatrici. Ma a ben vedere a cogliere in profondità il senso intimo di questo enorme successo commerciale – vedremo come reagirà il pubblico italiano – è proprio lo sgradevole sottotitolo scelto dalla distribuzione italiana: business is business. Non pulsa altro che “business” nel cuore di questa commedia che si pretende molto più vitale, intelligente e “importante” di quanto non si dimostri nella realtà dei fatti: tutte le azioni, di ogni tipo e compiute da ogni persona, che si svolgono all’interno delle quasi due ore di film hanno come scopo ultimo il commercio. Si può cercare di ammantare questa propensione nei modi più disparati, dal desiderio alla voglia di rivalsa, ma ciò che resta alla fine è il tentativo puro e semplice di accumulare denaro. Una lettura della società statunitense che avrebbe potuto essere decisamente interessante, se solo si avvertisse ne Le ragazze di Wall Street la volontà di mettere in atto una via crucis politico-economica. Invece nulla. Scafaria gioca con molti riferimenti cinematografici, da Oliver Stone alla sbornia post-Quaalude di The Wolf of Wall Street – cui allude senza finezze anche il titolo nostrano –, ma dimostra di non averli compresi. Non basta una sortita in cucina con la 3,4-metilenediossimetanfetamina (comunemente nota come MDMA) per donare a un film una qualità drogata, così come non è sufficiente mostrare riccastri dediti alle tentazioni della carne per pensare di aver messo alla berlina il sistema. Perché pochi film contemporanei, una volta usciti dalla galassia cinecomica, appaiono sistemici come questa commedia non troppo sagace né mai davvero amarognola.

Non è un caso che negli Stati Uniti critica e pubblico siano andati letteralmente in brodo di giuggiole di fronte alla storia di Ramona e del suo gruppo di spogliarelliste-truffatrici (perdendosi anche in iperboli per l’interpretazione tutt’altro che espressiva di Jennifer Lopez: che sapesse ballare non era una novità, ma la recitazione è materia altra). All’interno vi è infatti condensato il senso ultimo, a ben vedere, dell’immagine che Hollywood ambisce a dare di sé, e per diretta conseguenza della società statunitense. Scafaria dirige una storia di donne che decidono di lavorare insieme per mettere nel sacco gli uomini – in questa chiave il film si presta a similitudini con Ocean’s 8 –, prende di mira l’establishment che portò alla rovina il Paese ai tempi della crisi dei Subprime, e soprattutto si affida alla realtà per lanciarsi nell’impresa. Sì, perché il suo film deve i vagiti a un articolo che Jessica Pressler redasse nel 2015 per New York Magazine: “The Hustlers at Scores”, era il titolo. Non è neanche un caso che tra i produttori si scorga il nome di Adam McKay, fautore di una nuova interpretazione del concetto di “film politico” con La grande scommessa e Vice. È da quelle parti, alla ricerca di un pastiche avant-pop che sappia anche graffiare, che in più di un’occasione getta l’occhio Scafaria – anche sceneggiatrice. Ma a mancare è proprio il ritmo, il senso del tempo e dello spazio, la capacità di essere crudeli anche senza abbandonare in modo compiuto il tono più giocoso o grottesco. Scafaria, lo si scriveva, non è Stone, non ne possiede la coscienza di classe; non è Scorsese, con la sua frenesia incontrollabile ma perfettamente gestita attraverso le inquadrature e il montaggio; non è neanche Soderbergh, ovviamente, con la sua rilettura sapida dell’heist movie.
Il concetto di femminismo e sorellanza de Le ragazze di Wall Street non è più evoluto di quello di Sex and the City: le donne hanno avuto poco potere? Bene, sfruttassero il loro corpo per fregare gli uomini e prender loro il potere, che è però solo e soltanto quello economico. Il denaro. Vogliono solo ed esclusivamente questo Ramona e le altre. Non si tratta di un cambio di sistema, ma solo di un cambio di posizioni al vertice della cupola del sistema. La stessa battaglia per Hollywood che vedrà il sistema rimanere intatto, inintaccabile e sempre più sfavillante ma con una “sensibilità” maggiore verso chi non ha avuto posizioni di vertice, dagli afrodiscendenti alle donne. Altro che “new” Hollywood!

Scafaria scoperchia senza volerlo le evidenti ipocrisie di una determinata fetta del progressismo statunitense, gattopardescamente alla ricerca di un cambiamento di facciata che permetta il tranquillo scorrere delle acque sempre nella medesima direzione. Lo fa attraverso una commedia mai davvero grintosa, pronta a cedere senza troppe reticenze alla lacrima facile, dove la nuova ondata di puritanesimo si evidenzia anche nella scelta di muoversi nel mondo dello strip-tease facendo bene attenzione a edulcorare sempre la materia, rifuggendo da qualsivoglia “compromissione” con il sesso, con l’evidenza del corpo. Un film a suo modo gentile – ma Scafaria, che aveva scritto per Peter Sollett il molto grazioso Nick & Norah, si era dimostrata molto più a proprio agio sia in Cercasi amore per la fine del mondo che in The Meddler – Un’inguaribile ottimista – ma nato stanco, prevedibilissimo in ogni sua progressione narrativa e diretto con sguardo pigro e spudoratamente pensato per uno schermo piccolo, non cinematografico. Se avete voglia di imbattervi in un film che partendo dall’ambiente dello spogliarello riesce a comporre anche un quadro del sistema di potere da una prospettiva davvero antagonista lasciate da parte questa commediola un po’ squallida e molto furbetta e riscoprite l’allora ingiustamente bistrattato Showgirls di Paul Verhoeven. Scoprirete cosa significa possedere uno sguardo politico, sia nella riflessione socio-economica che nella rappresentazione del corpo, e dell’umano.

Info
Il trailer de Le ragazze di Wall Street – Business is Business.

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