Le tre vite di C’era una volta a Hollywood

Le tre vite di C’era una volta a Hollywood

C’era una volta… A Hollywood, clamoroso successo commerciale che Quentin Tarantino ha raccolto un po’ ovunque, è stato bocciato dall’organo della censura in Cina. Ma in realtà, al di là dello stretto dato sulla carta liberticida, cosa vuol dire esattamente quel che è accaduto?

Come è noto, l’ultimo film di Quentin Tarantino, di successo in tutto l’Occidente, è stato bocciato dall’organo della censura in Cina. Cosa vuol dire questo? Da quando le quasi 40.000 sale allestite nel mainland sono state rese disponibili per il mercato internazionale, sono diventate la classica gallina dalle uova d’oro quasi esclusivamente per gli Studios, in grado di portare cifre esaltanti e persino di salvare film che hanno faticato in Occidente, come ad esempio Pacific Rim o Gemini Man. È quindi evidente che la Sony avesse tutto l’interesse per portare Rick Dalton sugli schermi cinesi, anche considerando che il gigante Polybona, una delle case di produzione più potenti in Cina, è tra i principali finanziatori del film. Sì, di fatto C’era una volta… A Hollywood è un film parzialmente cinese. Come altrove, il processo di approvazione del visto censura prevede diversi passaggi (4, come in Italia negli anni ’50 e negli USA negli anni ’60) e diversi tentativi, basati sui tagli proposti dal governo. Ad esempio il film di Ningao, No Man’s Land, fu rigirato e rimontato per 4 anni prima di vedere la sala. Va da sé che un processo del genere può essere estremamente mortificante. Noi non sappiamo quante volte C’era una volta… A Hollywood sia stato mostrato in via non ufficiale alle autorità di stanza a Pechino, ma ricordiamo bene che, all’approssimarsi di Cannes 2019, fino all’ultimo momento è stato incerto se Tarantino avrebbe presentato un cut semi-definitivo, un’insicurezza che dava da pensare. La produzione ha reso nota l’esistenza di diverse ore di footage scartato e, guardando il film con occhio puramente tecnico, è impossibile non notare che vi sono degli aggiustamenti quasi invisibili (altri evidenti) tipici di un rimontaggio di riprese di recupero, che interessano solo il terzo atto, lì proprio dove il percorso drammaturgico richiede gli elementi più sensibili per il rating. A quanto pare, nonostante il molto materiale sul “pavimento della moviola” a disposizione, Tarantino e la censura cinese non hanno trovato un accordo. Ora, è utile spiegare la differenza tra “tagliare” e “rimontare” un film. Sottrarre delle scene a un master originale precedentemente distribuito nel paese di origine è un atto che può compiere chiunque. Si tratta, appunto, semplicemente di togliere, spesso a discapito della logica narrativa. Diverso è il rimontaggio. Se sposto o aggiungo scene rispetto al master, si tratta di un altro film. Una versione differente dello stesso film. In Cina ci sono stati casi come Deadpool, uscito nella versione alternativa con il racconto che parodiava Una storia fantastica, e soprattutto Iron Man 3, dove è stata girata (chissà da chi) una scena ad hoc nella quale Tony Stark viene operato da alcuni medici cinesi che decidono che Iron Man è utile per il bene dell’umanità. Inoltre la produzione ha modificato lo script per renderlo eleggibile al visto di distribuzione, così il personaggio del Mandarino viene “decinesizzato”, diventando un “attore che finge” perché ideologicamente per il governo cinese non ci possono essere personaggi cinesi cattivi. Questo tipo di rimontaggio ha generato polemiche tra i netizen del Mainland, offesi di apparire come dei sempliciotti agli occhi dell’Occidente.

Se parliamo di Marvel e Disney, come è noto, non ci aspettiamo scrupoli artistici. Cosa succede se il bersaglio di questo processo poco salutare è il regista che più di ogni altro ha basato la propria immagine e la propria poetica sull’amore e il rispetto per il cinema? La pazienza di Quentin Tarantino era stata già messa duramente alla prova ai tempi dell’uscita in sala di Django Unchained. A Pechino, per settimane, ogni manifesto pubblicitario, ogni schermo in ogni stazione della metro annunciava l’uscita del primo film di Quentin Tarantino nelle sale cinesi. Un battage pubblicatario del genere oltre a essere costoso prevedeva un’affluenza di pubblico enorme, letteralmente decine di migliaia di sale occupate almeno per un mese e previsione di ingenti guadagni (anche dal governo stesso che si becca il 70%). Il giorno dell’uscita, 11 minuti dopo l’inizio delle prime proiezioni mattutine, il film viene bloccato e ritirato. Cosa possa essere successo non è ufficialmente trapelato, se non che l’ufficiale preposto all’approvazione era cambiato nel frattempo. Voci dicono che qualcuno in alto sia rimasto scandalizzato dalla natura del protagonista, Jamie Fox. Il film uscì molto dopo, in poche sale quando era già disponibile su Internet, e ultra tagliato. Come se i censori provassero un certo qual piacere sessuale a violare così pesantemente un’opera d’arte. Certo che c’erano i presupposti per mettere una bella pietra sopra i rapporti tra Hollywood e il mercato cinese. Invece Tarantino ci riprova e il 25 ottobre la sale riportano nei cartelloni digitali 从前在好莱坞 con il poster di Leonardo Di Caprio e Brad Pitt in bella mostra, ma il film in sala non c’è. Non tutto è perduto. Non può essere perduto. Per quanto umiliante, ci sono interessi economici enormi da tutte le parti. Tarantino deve mantenere la propria integrità di autore, senza scendere a compromessi che possano mostrarlo come un film Disney qualsiasi, nel momento di maggiore debolezza della sua carriera, ovvero dopo l’affaire Weinstein. Sappiamo ora che negli Stati Uniti uscirà una versione nuova,  con scene in più. Quello che potremmo definire un nuovo “master originale precedentemente distribuito nel paese di origine” che potrebbe essere sottoposto alla censura cinese. Un master che loro non possono rimontare, perché di fatto è già stato rimontato ufficialmente per volere del regista, ma che comunque possono tagliare come vogliono. Non cambia niente? Eccome se cambia. La nuova versione non aggiunge però le scene tagliate con Manson, con Roth, con la Robbie o con Moh.
Intanto abbiamo sentito deliri su Shannon Lee che avrebbe fatto pressioni sul governo cinese, lo stesso governo che non si è fatto problemi a sbattere in galera il figlio di Jackie Chan per qualche cannetta, nello stesso paese dove l’immagine di Lee Xiao Long, al secolo Bruce Lee,  la vedi solo come testimonial di un fast food di noodles in brodo alla stregua del Kentucky Fried Chicken e di Ronald McDonald. Ci sarebbe da chiedere a Shannon se si sente offesa. Nel frattempo non si può che essere vicini a Quentin Tarantino in questo momento difficile.

Info
Il trailer cinese di C’era una volta… A Hollywood.

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