Aniara

Alla penuria di mezzi e risorse economiche si sopperisce con la forza delle idee. Una tipologia di fantascienza affascinante, che si poggia sulle spalle dei maestri per poi tentare il salto nel vuoto. Aniara porta in Svezia il Premio Asteroide del Trieste Science+Fiction Festival 2019.

In crociera verso l’ignoto

Tratto dal profetico poema epico dello scrittore svedese, e Premio Nobel, Harry Martinson. Aniara è una delle molte astronavi che vengono utilizzate per trasportare la popolazione terrestre verso la sua nuova casa: Marte. Il veicolo è stato disegnato per venire incontro ai bisogni di una specie che ha appena terminato di consumare la sua terra d’origine: è un gigantesco centro commerciale. Ma, mentre sta lasciando la Terra in rovina, Aniara entra in collisione con dei detriti spaziali e finisce fuori rotta. I passeggeri di Aniara prendono lentamente coscienza del fatto che non saranno mai più in grado di tornare indietro: continueranno a viaggiare per sempre in un vuoto e freddo universo. [sinossi]

Aniara è una gigantesca astronave, che fa la spola tra la Terra e Marte per condurre in salvo gli esseri umani, costretti ad abbandonare un pianeta devastato e morente. Fusione tra centro commerciale e nave da crociera, è un gigantesco ambiente artificiale e controllato, completo di svaghi. Lo svago più richiesto è di sicuro l’esperienza con MIMA, un computer di bordo che ricrea nella mente scenari ed esperienze passate, coordinati da una “Mimaroben” di professione. Lei è la protagonista, il veicolo d’ingresso per gli spettatori, il personaggio di cui seguiremo la traiettoria emotiva parallelamente a quella del viaggio spaziale: Aniara, già dopo pochi minuti, perde la rotta e va alla deriva, vedendo progressivamente svanire le speranze di un ritorno a casa, sia questa vecchia (ormai inservibile) o la nuova, sulla superficie del Pianeta Rosso. Questa piccola società alla deriva nel cosmo riuscirà a rimanere tale, o sarà inevitabile (s)cadere nella violenza e nella prevaricazione?

Tratto da un poema fantascientifico in versi, scritto dal premio Nobel svedese Harry Martinson nel 1956, Aniara si rivela essere l’aggiornamento alle nuove istanze psicoambientali di una cosmogonia ai tempi pensata per riflettere sulla Guerra Fredda in atto, nell’anno della repressione del dissenso, operata con l’ausilio dei carri armati sovietici, delle rivolte di Budapest. Tante le tematiche del poema che la coppia di cineasti/sceneggiatori, Pella Kågerman e Hugo Lilja, riprendono e aggiornano, a partire dall’invenzione migliore, quella che, per sua stessa ammissione, ha convinto definitivamente il Presidente di Giuria Brian Yuzna ad assegnare al film il Premio Asteroide del Trieste Science+Fiction Festival 2019: MIMA, il computer di bordo che custodisce e perpetua l’arte, la soggettività delle percezioni e dello sguardo sul mondo. Riproduzioni di opere d’arte si trovano ovunque, nei corridoi dell’astronave/megamall; ma all’arte (ormai) inerte, anche e soprattutto perché nient’altro che blandamente riprodotta, trasformata digitalmente in sequenza di dati, si contrappone la vivida forza delle immagini mentali, generate da una IA che induce al relax e all’isolamento, sorta di ultimo rifugio new-age prima di andare incontro alla fine.
Kågerman e Lilja fanno coppia anche nella vita, e in sede di analisi questo dato è molto più che un’improvvida incursione nella vita privata: hanno avuto da poco un figlio, sono spaventati, s’interrogano sul possibile futuro dell’umanità nella quale andrà a svilupparsi e a crescere. E questa urgenza espressiva si avverte tutta, in un’opera che procede per ellissi ben distribuite, scomponendo l’apocalisse dell’umanità in una lenta e costante progressione, usando magistralmente la location a disposizione (un centro commerciale abbandonato) per nascondere le ristrettezze di budget, rendendo percepibile tutto il travaglio artistico necessario a condurre in porto, da esordienti nel lungometraggio, una nave mastodontica e carica di ambizione. Perché i riferimenti a Tarkovskij (soprattutto a quello del dittico fantascientifico SolarisStalker, naturalmente) sono evidenti, perché c’è l’ambizione kubrickiana di scrivere il futuro, di delineare una sorta di nuovo processo evolutivo, e perché il materiale letterario di partenza, specie in patria, merita rispetto e può incutere timore.

Una volta trovata, e indovinata, la veste fotografica di un film completamente (e forzatamente) rinchiuso in interni, con un buonissimo lavoro “al neon” della collaboratrice Sophie Winqvist Loggins, e con l’effettistica digitale semplice ed efficace legata a MIMA del veterano Johan Arnesk (al lavoro in passato per David Fincher e Tomas Alfredson), pur prendendosi qualche pausa di troppo, i due cineasti trovano un ritmo narrativo piano, che inocula le progressive distorsioni comportamentali dei (tanti, nessuno particolarmente incisivo) personaggi di contorno all’interno di una quotidianità di cui si percepisce la pianificazione, ma senza che questo renda il tutto troppo meccanico e costruito.
L’entità MIMA, vera forza, lo ripetiamo ancora una volta, del film, favorendo le connessioni neurali tra i passeggeri e il loro passato, mette in atto una grande opera di salvataggio dei dati, digitalizza il pensiero per eternarlo. L’essere umano esposto troppo a questa sollecitazione tende a sviluppare dipendenza, l’IA di MIMA invece, a contatto con tutto il carico di emozioni e dolori rilasciategli quotidianamente, rischia il sovraccarico. Nella tensione tra questi due estremi, risiede la sopravvivenza della razza umana: se l’esile filo si spezza, il filo con la memoria, con il passato, arriva, inevitabilmente, la barbarie. Un piccolo film di fantascienza che apre grandi interrogativi, proprio il tipo di prodotto cinematografico che ci si aspetta di vedere in un festival di genere con l’occhio vigile sulla produzione europea. Quello che indubbiamente è il Trieste Science+Fiction Festival.

Info
Aniara sul sito del Trieste Science+Fiction.

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