Toby Dammit

Toby Dammit

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Celeberrimo episodio di chiusura del film a sei mani Tre passi nel delirio, Toby Dammit è l’occhio di Federico Fellini aperto sul mondo del cinema in modo sempre più sgranato, traumatizzato e delirante. Niente più , niente più gioco su di sé come grimaldello del metalinguaggio, ma un microcosmo pop la cui folle corsa muore di fronte al fantasma del gotico. Presentato alla Casa del Cinema all’interno dell’omaggio a Józef Natanson organizzato dal festival CiakPolska.

Mai scommettere la testa col diavolo

Toby Dammit è un attore inglese che atterra a Roma, dove è stato convocato per essere il protagonista del primo western cattolico. Sotto gli effetti di alcol e droga non si appassiona minimamente al teatrino di feste e sfilate nel quale viene coinvolto. Una misteriosa bambina gli lancia una palla, e solo allora il giovane sembra ridestarsi dalla sua apatia… [sinossi]

Chi si recherà questo pomeriggio alla Casa del Cinema di Roma potrà assistere a una visione a suo modo unica: non è infatti usuale imbattersi in Toby Dammit al di fuori del suo contenitore produttivo, il film a episodi Tre passi nel delirio, trittico firmato a sei mani da Federico Fellini, Louis Malle e Roger Vadim, in rigoroso ordine alfabetico. Costruito tutt’attorno ai racconti di Edgar Allan Poe – pratica che ispirerà decenni più tardi e nel campo dell’indipendenza tout court Domiziano Cristopharo nell’architettare i suoi P.O.E.Tre passi nel delirio è uno dei tantissimi film collettivi che negli anni Sessanta proliferavano sugli schermi italiani, coproduzioni con l’estero, per lo più con la vicina Francia, in grado di assicurare utili consistenti, di far lavorare maestranze e di far circolare il Made in Italy senza doversi imbarcare in imprese titaniche. Inutile sottolineare come da questa diffusa modalità produttiva, che impegnerà il cinema italiano per oltre un ventennio, sia possibile estrapolare vere e proprie gemme della Settima Arte: si pensi a La ricotta, che Pier Paolo Pasolini firma per Ro.Go.Pa.G. (ma meritano encomi anche gli episodi Illibatezza di Roberto Rossellini e Il pollo ruspante di Ugo Gregoretti) o, per rimanere tra le opere di Pasolini, Che cosa sono le nuvole?, compreso in Capriccio all’italiana.
Non ci vuol molto a rendersi conto di come Toby Dammit sia una creatura del tutto difforme rispetto a Metzengerstein e William Wilson, vale a dire gli episodi con cui condivide lo spazio: dei tre passi nel delirio quello firmato da Federico Fellini è l’unico che evada dalla gabbia del bozzetto, del cortometraggio, termine che non sta in questo caso a sottolineare la durata minore rispetto alla prassi ma semmai il respiro corto, l’incapacità di trasformarsi in qualcosa di perdurante, duraturo, forse persino eterno. Il tempo ha sgretolato l’avant-pop lisergico esibito senza troppa convinzione da Vadim, sia il compitino ordinato e privo di slanci firmato da Malle (per ulteriori approfondimenti si può leggere la recensione del film completo, redatta da Massimiliano Schiavoni in occasione dell’edizione DVD curata da CG Entertainment). Di quei due film brevi pochi serbano memoria.

Destino diverso per Toby Dammit, che a Roma viene proiettato in una copia 35mm fornita dalla Cineteca Nazionale all’interno dell’omaggio che il festival CiakPolska ha donato a Józef Natanson, pittore polacco a cui tanto deve l’immaginario cinematografico italiano. Per Fellini lavorò anche in Satyricon, dipingendo i cieli (elemento che fu anche fonte di discussione tra Natanson e il cineasta riminese), ma il primo incontro professionale lo si deve proprio a questo mediometraggio, straripante corsa verso l’orrido tanto del cinema italiano, quanto della società occidentale e perfino della stessa filmografia felliniana.
Fellini arriva a maneggiare il racconto Mai scommettere la testa col diavolo (che Poe fece pubblicare nel 1841) quando ha già tra le mani ben più di un soggetto: ecco dunque che dal testo originale non vengono desunte che un paio di idee, in ogni caso rimaneggiate all’interno di uno script che si muove in direzione completamente autonoma. Là dove Malle e Vadim si erano arrestati, auto-ingabbiandosi in una struttura narrativa troppo forte e compiuta per uscirne con le ossa intere, Fellini asservisce Poe al proprio immaginario, compiendo una traiettoria inversa, e molto più proficua. Si apre sulle nuvole, Toby Dammit – il nome è comunque quello del protagonista del racconto di Poe –, istante immateriale che si trasforma in un attimo in veduta reale, industriale. L’inquadratura, dall’interno della cabina di pilotaggio dell’aereo che sta trasportando Toby a Roma, ha la stessa valenza di uno schermo, più televisivo che cinematografico a dirla tutta. La vita nell’Occidente opulento e nel pieno del boom è quella dell’homo videns di sartoriana memoria. Tutto è schermo, il reale è diventato l’immagine di se stesso, la tonitruante ed esasperata rappresentazione di sé. Toby Dammit ha già nel proprio esistere la decadenza trionfante della filosofia debordiana. Lo si evince dalla mirabile sequenza ambientata all’aeroporto: colori impossibili tratteggiano un percorso d’uscita in soggettiva del protagonista, che è stupefatto e stupefacente allo stesso tempo. Stupefatto del mondo ridicolo e immaginario che lo circonda (le suore con abiti svolazzanti che riecheggeranno per anni nella mente cinefila di Paolo Sorrentino, per fare un esempio; gli uomini in preghiera inginocchiati sui tappetini), ma anche stupefacente nella sua funzione di divo della società, come dimostra lo sguardo attonito di una donna afrodiscendente.

All’aeroporto si svolge la funzione determinante per comprendere fino in fondo Toby Dammit: il protagonista, interpretato da un sublime Terence Stamp, e la macchina/cinema sono la stessa cosa, corrono verso la stessa perdizione, si autodistruggono nel medesimo modo, drogati e decapitati per incapacità a essere reali, davvero tangibili ed esistenti. Tra luci, scatti, penombre, illuminazioni improvvise, Fellini – accompagnato in questa avventura da un Giuseppe Rotunno in forma smagliante e dall’inventiva traboccante – disegna il punto di svolta, suo e del cinema italiano nel suo complesso. Gli anni Sessanta vanno verso il declinare (il film uscirà nelle sale italiane nel settembre del 1968), e con loro la stagione più esaltante del cinema italiano, quella segnata in modo indelebile da La dolce vita – ma anche dagli spaghetti-western, e infatti Toby è a Roma per interpretare il “primo western cattolico”. Fellini, che ha aperto una breccia internazionale nel cuore di un immaginario italiano in grado ora di essere popolare e deterritorializzato al medesimo tempo, torna su di sé, sul proprio sguardo e sulle dinamiche produttive che da quello sguardo si sono ingenerate, e vi scava una voragine nel petto per poter estrarre un cuore forse ancora pulsante. O forse no.
Si è fatta una grande speculazione nel corso degli anni sull’ideale “furto” che Fellini avrebbe compiuto nei confronti di Operazione paura, diamante puro del cinema gotico che Mario Bava diresse nel 1966. Affidandosi anche alla memoria di Giulietta Masina, e dello stesso Bava, si deduce che il fantasma della bambina che causerà dapprima la voglia di libertà e dunque la morte di Dammit sia apparsa nella mente di Fellini dopo la visione dell’horror del collega, ed è innegabile che il collegamento sia quasi immediato. Ma il punto non è collocare o meno questo piccolo plagio nella sfera della volontà. È evidente che si tratti di una scelta volontaria, ed è altrettanto evidente che questa scelta comporti uno slittamento nella lettura di Toby Dammit. Il gotico deve decapitare il moderno.

Fellini filma una corsa a perdifiato, senza tettuccio per permettere all’aria di prendere possesso del tutto – i fantasmi sono fatti d’aria, dopotutto – e ai cavi metallici di divellere teste, perché quel mondo rutilante che ha messo in scena dapprima ne La dolce vita e quindi in ha superato il bordo, ha sconfinato, ha occupato ogni posizione di potere. Nel finale del film del 1960 c’era ancora una speranza di sopravvivenza all’accumulo di superficialità, ed era rappresentata dalla ragazzina che tenta disperatamente di farsi sentire da Marcello Mastroianni: lo guardava allontanarsi, come tutto quel mondo teso come un cavo d’acciaio per non dover accettare il proprio gargantuesco fallimento. Meno di dieci anni più tardi quella ragazzina, retaggio di un’Italia contadina, povera ma ancora pronta a ragionare, è solo un fantasma, l’immagine evanescente che torna a rammentare a un’umanità sbrindellata, drogata del proprio successo prima ancora che delle sostanze psicotrope, quello stesso fallimento. Solo uno spettro che si aggira per l’Europa dei set, delle mille luci, delle vetrine colorate, degli spot, delle copertine delle riviste. Muto, con una volontà di giocare che è oramai, giocoforza, anche voglia di uccidere. Toby Dammit, come saranno successivamente Casanova e Ginger e Fred, è uno dei film più (suo malgrado?) politici della carriera di Fellini. Lo è perché nel ragionare sul suo protagonista il regista non rinuncia mai a mettere in scena il mondo che lo ha costruito e che a sua volta dalla sua presenza è costruito, in quel gioco di specchi sistemico che renderà tutto riflettente, e dunque immateriale, intangibile, impossibile da modificare.

È anche il cinema dello stesso Fellini a dover modificare traiettoria. L’avanspettacolo sempre un po’ sinistro ma in fin dei conti gaudente e prospero de Lo sceicco bianco e La dolce vita (e quello poverissimo e dunque chaplinianamente già disperato de La strada allo stesso tempo) è volato via, crasi tra la ricostruzione del dopoguerra e il respiro dell’ideale che non ha più senso in una terra di conquista come l’Italia esplosa a colpi di economia industriale e capitalista. Quella avventata sbornia è stata seguita da un risveglio nell’agiatezza del contante che è già immersione in uno stadio incubale. Una lunga danza nei gironi danteschi quella corsa in automobile che nel suo rappresentare la più evidente strafottenza liberata (ma non libertaria) ne svela anche il sottofondo di cattività imperante. Il cavo che strappa via la testa di Toby è il legaccio a cui in realtà è sempre stato avvinto, senza rendersene davvero conto. In questa disperazione cupa eppur frenetica, come il corpo dello scarafaggio che non sa frenare l’irrequietezza delle zampe anche dopo che gli è stata staccata la testa, vive il nuovo cinema di Fellini, abitato da mostri deformi, che squarciano il buio grazie alla luce di riflettori sempre più freddi, sempre più spaventosi, sempre più mortiferi. Un preziosissimo manufatto che meritava di essere estratto da quella cella condivisa che ne ha ridotto le potenzialità, e che merita di essere collocato tra i parti più compiuti, geniali e densi di disperato sarcasmo di Fellini, a quasi cento anni dalla sua nascita (li si festeggerà il 20 gennaio 2020).

Info
Una clip di Toby Dammit.

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