Intervista a Giovanni Cioni

Intervista a Giovanni Cioni

Giovanni Cioni, cineasta, ha vissuto tra Parigi, dov’è nato, Bruxelles, dove si è formato, Lisbona, Napoli e la Toscana, dove attualmente vive. Le sue opere hanno sempre mietuto successi ai festival: Viaggio a Montevideo, Cinéma du Réel 2017, Mostra Nuovo Cinema Pesaro 2017, Dal ritorno, in competizione internazionale a Cinéma du Réel , Biografilm, Filmmaker, Trieste Film Festival, Per Ulisse, premio del concorso internazionale e premio cinemaitaliano al Festival dei Popoli, menzione speciale al festival Cinema e diritti umani, Napoli, in anteprima a Visions du Réel, Nyon, competizione internazionale, Etats généraux du film documentaire, Lussas, aout 2013, Gli intrepidi, in anteprima alla 69 Mostra del Cinema di Venezia, Giornate degli Autori, In Purgatorio, selezionato e premiato in vari festival (tra cui il Festival dei Popoli, Bellaria e Cinéma du Réel). Il suo lavoro è stato pure omaggiato con varie retrospettive: a Visions du Réel a Nyon, a Kinodromo a Bologna, al Babylon a Berlino, al Laceno D’oro di Avellino, ad Annecy Cinema Italien. La sua nuova opera, Non è sogno, che parte da un lavoro in carcere sui testi di Che cosa sono le nuvole? di Pasolini e La vita è sogno di Calderón de la Barca, è stata presentata in anteprima al Locarno Festival e poi al Festival dei Popoli. Abbiamo incontrato Giovanni Cioni a Pavia, in occasione dell’EX|ART Film Festival.

Com’è nato il progetto di Non è sogno? Come mai hai deciso di lavorare con i detenuti del carcere Capanne di Perugia?

Giovanni Cioni: Mi hanno proposto di fare un laboratorio in carcere e cercavo un modo di fare questo laboratorio. All’epoca c’erano le commemorazioni per la morte di Pasolini e nel paese in cui vivo, Barberino di Mugello, mi hanno invitato a fare qualcosa su Pasolini e avevo proposto di fare una proiezione alla Casa del Popolo di La ricotta e di Che cosa sono le nuvole?. Mentre rivedevo Che cosa sono le nuvole? mi sono convinto che il lavoro da fare a Capanne dovesse vertere su quello, volevo che fosse qualcosa di concreto, pratico e anche ludico. Si parte da un film, si rifanno le scene di un dialogo, comunque con Totò, e ci si concentra su quello. Alcuni detenuti parlano male l’italiano e questo è stato un ostacolo nella pratica. Non avevo nascosto il fatto che per me era un modo di rompere il ghiaccio, ma che non volevo fare delle interviste. I detenuti dovevano sentirsi liberi di partecipare o meno, di dire quello che volessero. Prima del laboratorio in carcere, avevo mostrato Per Ulisse, così capivano il cinema che faccio. All’epoca l’idea era di fare un laboratorio di due mesi, da cui avrei realizzato un corto. Lavoravamo tre giorni di fila ogni due settimane, è difficile lavorare in carcere, c’è tutta un’organizzazione. Questo permetteva di avere almeno alcuni giorni in cui si stava insieme e si parlava anche molto. Dopo un mese mi sono reso conto che si sarebbe potuto fare un film, che si sarebbe potuto andare avanti. Che se aspettavo una produzione vera e propria avrei dovuto fare ricominciare un’altra trafila, e dunque bisognava semplicemente proporre alla direzione del carcere di prolungare, perché una volta che hai cominciato è più facile, piuttosto che smettere. L’altro aspetto è che mi sentivo in colpa di andarmene dopo due mesi, mi ero accollato questa responsabilità, nei confronti delle persone con cui avevo lavorato. Non è che gli avessi promesso di diventare famosi con il film e nemmeno che questo gli permettesse di essere liberati. In carcere ci sono tante dinamiche.

Ci sono molte opere realizzate con il coinvolgimento di detenuti, c’è il film dei fratelli Taviani, Cesare deve morire, ci sono compagnie teatrali specializzate, come quella della Fortezza. Tu però non riprendi uno spettacolo compiuto, ma solo le prove, sformate, del materiale grezzo dove entrano in scena i suggerimenti o il ciak. Perché?

Giovanni Cioni: Perché non credo nella drammaturgia della rappresentazione come una cosa liberatoria, cioè una cosa giustificatoria, pur non denigrando quelli che fanno questo lavoro. Credo che le persone possano parlare e dire quello che vogliono. Certe cose le ho tolte anche perché può esserci un meccanismo di denigrazione che può essere pericoloso.

Ne esce una drammaturgia inedita, con situazioni di dramma, ma anche da commedia come la storia di quel rapinatore di banche che si è fidanzato con una donna che è direttrice di banca.

Giovanni Cioni: Anche il momento dell’appiglio sembra una cosa recitata, ma in realtà non lo è. I tempi di lavorazione erano molto compartimentati. La mattina ci si vedeva, arrivavano alcuni, poi gli altri, si cominciava a parlare, non si girava, registravo solo alcune cose per l’audio. Discussioni come quelle dell’appiglio sono venute fuori da queste chiacchierate. Poi nel pomeriggio le mettevamo in scena. Si ripartiva da quella determinata domanda e chi voleva intervenire, entrava in campo. Non sapevo cosa sarebbe poi successo. Quella storia sembra una commedia effettivamente, ma in carcere si passa molto tempo a rappresentarsi, a raccontarsi storie tra di loro, a volte fallaci. Si tratta di farsi un film mentale per sopravvivere. Domenico, l’ergastolano, per fortuna a Pasqua avrà il primo permesso. La sua figura chiude e apre il film. Nel periodo delle riprese era stato trasferito, è stato operato, poi è tornato. Conoscevo la sua storia perché il fatto, per cui è stato messo dentro, avvenne quando ero a Napoli per fare In Purgatorio. Ci fu l’omicidio efferato di un edicolante e bisognava trovare un colpevole. Io sono convinto che lui sia innocente, è stato incastrato. In una situazione familiare, dove già il padre stava in carcere. Hanno fatto tutto in tre mesi, l’hanno costretto a confessare, poi quando ha detto che ha confessato per le botte subite l’hanno denunciato per diffamazione. E lui ha tentato il suicidio. Durante il periodo in cui abbiamo fatto il film ha cominciato a capire che, accettando la sua sorte, poteva cominciare ad avere dei permessi. Ce n’è un altro, quasi coetaneo a lui, e pure ergastolano, un ragazzo più schivo, anche nel film appare poco. Questo ha avuto avvocati che gli hanno consigliato di starsene buono, anche se innocente, perché non non sarebbero mai tornati indietro. Gli han detto di comportarsi bene. E lui ha già avuto dei permessi di una, due settimane per andare in famiglia. Domenico l’ha capito ora. In più è morto suo padre, che stava raccogliendo un dossier per scagionarlo. Domenico mi ha chiesto se potessi far qualcosa, io non posso farci niente, ma se qualcuno si interessasse a lui grazie al film non sarebbe male. Domenico ti commuove nella sua maniera di guardarti fisso. Mi è rimasto impresso fin dall’inizio. Ora che è morto il padre, non so cosa succederà, ci sono i fratelli, ma lui è solo. Non si può immaginare cosa sia lottare per sapere di essere vivi.

Nel film, anche nel poster, si dà rilievo a quel telo verde, del chroma key, che permetterebbe di incollare sfondi virtuali, cieli, nuvole, per dare l’illusione di uscire da quel luogo chiuso, claustrofobico. Il cinema potrebbe fornire un mezzo tecnico per evadere, con la fantasia. Però solo poche volte applichi un’immagine di fondo, e nella maggior parte del film il chroma key rimane uno sfondo verde, senza sovrimpressioni. Come mai?

Giovanni Cioni: Tutto si concentrava su quel telo verde. Eravamo in una specie di auditorium, con un palco dove avevo messo il telo. Poi spegnevamo tutte le luci e stavamo tutti attorno a questo telo, e diventava uno spazio dove si stava bene, come se non fossimo più in carcere. All’inizio avevo pensato di farli emergere in qualche modo dal film di Pasolini. Mi sono poi reso conto che questo verde così, nudo, andava benissimo, perché così ti concentri sulla cosa importante, cioè i loro visi quando parlano. Non è il mio film più claustrofobico perché, nonostante si svolga in un solo luogo, è un film che viaggia.

Ci sono poche scene in esterni, con i campi, il casolare e i cavalli che combaciano con il racconto di infanzia di un detenuto, anche se non precisamente, perché non sono quei cavalli della sua infanzia, per come li descrive.

Giovanni Cioni: Avevamo girato coi cavalli quella mattina e poi ho detto al detenuto che avevamo visto dei cavalli ma nel montaggio non ho lasciato quest’ultimo passaggio, questo perché non importava che combaciassero, l’importante è che fossero i cavalli nei campi attorno al carcere. Questo carcere sembra una specie di castello di Kafka, il luogo di una fiaba terrificante. Questa prigione ha un particolare curioso. Quando hanno espropriato la terra per edificarla, c’era un casolare, il cui proprietario ha fatto causa, opponendosi all’esproprio. Tutto è rimasto sospeso, intanto hanno costruito le mura del carcere. Però il casolare è sempre lì, disabitato, perché non si può entrare, perché c’è il carcere. Ci sono dei conigli che probabilmente sono discendenti di conigli del casolare, prigionieri anche loro, che si sono moltiplicati. Conigli magri, non scappano. Li trovi ovunque, un prato pieno, e i nibbi e le poiane hanno capito che lì ci sono dei conigli indifesi e regolarmente li vedi abbattersi su di loro per ghermirli. Dal carcere vedi questo rudere che sembra proprio la casa della strega. Non ho potuto riprenderlo, è strettamente proibito, per questa causa ancora pendente.

Per quanto riguarda i brani, da Otello/Pasolini e Calderón, come li hai scelti?

Giovanni Cioni: Ho deciso io di lavorare su quei testi. Di Calderón ho fatto una prima scrematura, sono stato meno sistematico. Da Pasolini hanno lavorato sullo stesso testo tutti quelli che erano presenti all’inizio, perché poi nell’arco di otto mesi la composizione è cambiata, tra quelli che trasferiti e liberati. Di Calderón ho dato una scelta di cinque/sei estratti e poi si lavorava su alcuni. Il testo che mi premeva è quando il padre di Sigismondo gli dice: «D’avvisarti sto cercando che tu forse stai sognando e credi di esser desto», però il lungo monologo del principe Sigismondo che si interroga, quello l’ha scelto Paolo, che l’ha recitato. Il monologo «Sogno o son desto» l’ha scelto Maurizio. Insomma gli avevo lasciato libera scelta poi dopo c’erano le proposte. Anche Aziz, l’egiziano più anziano, improvvisa, ci gioca. Li incitavo anche a prendersi delle libertà. Alla fine alcuni sono venuti con dei testi che avevano scritto, delle poesie. Dobre, il ragazzo rumeno racconta due sogni terrificanti e molto belli perché lui si sente in colpa. Lui vive dentro dall’età di 16 anni, certe cose sono quasi reali, quando si sveglia in carcere e non c’è più nessuno. Incontra la gente, il direttore gli taglia la testa, tutta la gente fuori che li vuole ammazzare o mangiare, e torna dentro. Si rende conto di tante cose sulla condizione di chi sta dentro. Lui dice esplicitamente, a un certo punto fuori campo, quando racconta del suo progetto di matrimonio: «Io non so com’è la vita fuori». Ora lui ha chiesto e ottenuto di essere estradato e di scontare la pena in Romania. Da lì ci sentiamo regolarmente su facebook, lì si può stando in carcere. Dovrebbe esser liberato in primavera per buona condotta.

Il film è diviso in segmenti, ognuno dei quali corrisponde a un brano, di Pasolini o Calderón. Le nuvole compaiono dal secondo segmento, passando da Pasolini a Calderón. Ci sono richiami anche filologici?

Giovanni Cioni: La mia intenzione non era di essere filologico. Con Calderón cercavo piuttosto delle immagini che dessero un senso atemporale, quindi invece di cercare tante immagini diverse, ne cercavo una che rimandasse a quello, le nuvole. Che ho ripreso sopra casa mia. Le immagini usate come sfondo del chroma key sono le nuvole nelle parti di Sigismondo nella rocca come per dare un aspetto fantastico. Si muovono delle nuvole. Quella casa fuori dal carcere ci porta in un luogo fiabesco e poi la fiaba diventa una fiaba nera, come nel mio film Dal ritorno. All’epoca ho letto molto sui campi di concentramento, prima di conoscere Silvano, il protagonista di quel film, sopravvissuto a Mathausen. Ho letto Se questo è un uomo e poi Imre Kertész che è molto più sconvolgente perché quasi assente. E poi ho letto I racconti di Kolyma di Šalamov, quello sui gulag, che ha fatto trent’anni nei campi di Stalin in Siberia. Lui racconta in brevi episodi, parlando di se stesso in terza persona. A un certo punto hai l’impressione che siano favole. Il racconto fiabesco è quello che ti permette di raccontare l’orrore? E poi lui parla del fatto che si raccontano tante storie dentro, proprio come quello che ho constatato nel carcere. C’erano anche lì delle gerarchie, c’erano i cantastorie, che esprimevano l’esigenza di raccontare quelle condizioni. Quando dici fiaba pensi a una cosa gentile, ma in origine erano terribili.

Hai avuto la fortuna di incrociare Jean Rouch, frequentando dei suoi laboratori. Cosa ti ha insegnato?

Giovanni Cioni: A ballare con la telecamera. Il fatto che ti immergi, non stai guardando, non stai facendo un’inquadratura, la vivi. L’inquadratura non è fare la bella immagine. È l’unica formazione di cinema che abbia fatto, per il resto sono autodidatta. Era un workshop indirizzato a gente che non aveva necessariamente voglia di fare cinema, ma voleva utilizzare il cinema in ambito di ricerche etnografiche.

Info
La pagina dedicata a Giovanni Cioni sul sito del Locarno Film Festival.

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