Extra Ordinary

Extra Ordinary

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Un apologo femminista “mascherato” da commedia soprannaturale, che centra l’obiettivo (e il cuore del pubblico) grazie soprattutto a un copione calibrato e ricco di sfumature. Extra Ordinary torna in Irlanda, dal Trieste Science+Fiction Festival 2019, carico di allori.

Fantasmi dall’inconscio

Rose è una dolce e solitaria istruttrice di guida irlandese, ma è anche dotata di poteri soprannaturali, che chiama “talenti”, che le consentono di comunicare con gli spiriti e che ha ereditato dal padre Vincent. Rose ha un rapporto di amore/odio con i suoi “talenti” e cerca di ignorare le costanti richieste dei vicini a proposito di spiriti e fantasmi: di solito, esorcizzare bidoni della spazzatura stregati o sassolini infestati. Ma quando Christian Winter, una meteora del rock in declino, fa un patto col demonio per tornare alla ribalta e getta un incantesimo su un ragazza del posto, il padre di lei, Martin Martin, chiede aiuto a Rose. Rose dovrà superare le sue paure e lavorare assieme a Martin per salvare la ragazza, catturare il tizio e tornarsene a casa in tempo per uno spuntino… [sinossi]

Méliès d’argento, Premio della critica web, Premio del pubblico e Premio “Nocturno”: a parte il riconoscimento principale, l’Asteroide, Extra Ordinary di Mike Ahern e Enda Loughman s’impone in ogni graduatoria ed è l’opera generalmente più apprezzata del Trieste Science+Fiction Festival 2019. Il sapiente cocktail d’ingredienti orchestrato dai due cineasti irlandesi, all’esordio nel lungometraggio ma già attivi nei corti con il nickname D.A.D.D.Y., unisce Ghostbusters al cinema di Richard Curtis, la parodia di gusto british alla Pegg/Frost alle commedie americane, con una protagonista (la brava Maeve Higgins) ricalcata, per fisicità e goffaggine, su attrici comiche come Melissa McCarthy e Amy Schumer, con un pizzico di post-Bridget Jones, aggiornato alle (relativamente) nuove istanze rivendicative di genere. Il risultato è un gustoso “pastiche” che diverte e non spaventa, che fa riflettere (il giusto) e si affida completamente all’istrionismo del suo terzetto di interpreti principali, completato dall’irlandese Barry Ward (Jimmy’s Hall con Ken Loach) e Will Forte, comico californiano mattatore al Saturday Night Live (ma già capace anche di prove drammatiche, come in Nebraska di Alexander Payne). Ancora una volta, la conflagrazione tra Usa ed Europa, segnatamente Eire, tra stili e dinamiche differenti, “stressate” quel tanto che basta per portare al riso lo spettatore.

Le anime vaganti sulla Terra non portano terrore o maledizioni, ma si limitano a seguire i cari ancora in vita, rimettendo in atto la sequela di dispetti e piccole prevaricazioni che contraddistingueva, magari, la loro quotidianità coniugale. Il Martin Martin di Barry Ward (nome reiterato come l’Humbert Humbert del Lolita di Nabokov, un testo che fa del rapporto tra Europa e Usa una delle architravi tematiche; il film dispiega inaspettate raffinatezze di scrittura, chissà quanto volontarie) è totalmente succube dello spirito della moglie defunta, ancor più di quando era in vita. Ed è il sovvertimento dello stereotipo, quello del marito irlandese possessivo e manesco, a farsi cifra stilistica reiterata, fino ad arrivare all’happy end che ribalta i classici canoni e porta al rifiuto, FINALMENTE, del principe azzurro e del “finché morte non ci separi”. Anche perché la morte, appunto, spesso non basta per concludere e separare, se la mente non risulta pronta a lasciar andar via l’idea stessa del matrimonio.

Uomini disastrati e deboli, dunque, donne forti e dinamiche, e il divertentissimo Christian Winter di Will Forte ad assumere su di sé ogni stereotipo, idiota fallocentrico con bastone di legno compensativo/sostitutivo, star di successo con una sola canzone, un po’ modellato sulle fattezze di Alan Parsons. Il vero valore aggiunto, portatore della follia da comicità demenziale americana all’interno dello schema. Si aggiungano effetti speciali semplici ed efficaci, ed ecco pronto il film d’esportazione europeo buono per ogni pubblico, di qua e di là dall’oceano.

Capiamo quindi perfettamente il successo (anche se qualcosa ci sorprende) ma non siamo tra chi si spella le mani con gli applausi. Di sicuro il tempismo è perfetto, il soprannaturale mescolato con istanze “me too”, le leggende irlandesi e Ghostbusters, un successo preparato meticolosamente a tavolino. Più che a un’opera, però, siamo di fronte a un’operazione, della cui ricezione, comunque, non si può mai esser certi: Ahern e Loughman (quest’ultimo, presente a Trieste, sembrava più sorpreso che felice quando è dovuto salire sul palco per la quarta volta) hanno subito trovato il tono, la commistione tra elementi pop e fantasy, le battute giuste che vanno a segno nel momento giusto. Si sono conquistati, probabilmente, il diritto ad un’opera seconda, dalla quale ci aspettiamo (e pretendiamo) un pizzico in più di coraggio.

Info
Extra Ordinary sul sito del Trieste Science+Fiction Festival.

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