Intervista a Kimberly Pucci

Intervista a Kimberly Pucci

«La vita di mio nonno potrebbe essere vista come una sintesi di tre film, The Aviator, Forrest Gump e The Imitation Game». Così esordisce Kimberly Pucci, autrice di un corposo volume biografico, dal titolo Prince of Drones, su suo nonno Reginald Denny, il grande attore del muto di origine britannica, comparso in circa duecento film, da lei affettuosamente ricordato come ‘Reggie’ o ‘Reg’. Si tratta in effetti di una figura decisamente eclettica, che è stato pilota nella Prima guerra mondiale, e che ha brevettato un modello di piccolo aereo radiocomandato, il OQ-2 Radioplane, prodotto in scala dalla sua società, la Reginald Denny Industries, il primo esempio di drone, impiegato dall’esercito americano nelle esercitazioni nella Seconda guerra mondiale. Come il celebre personaggio del film di Zemeckis, ha incrociato tante figure chiave, per esempio quella ragazza che lavorava come operaia per la sua ditta, che avrebbe poi intrapreso una carriera nel mondo del cinema, tale Norma Jeane con il nome d’arte di Marilyn Monroe. La stessa Kimberly Pucci ha avuto una vita da Forrest Gump, con madrina di battesimo Patricia Hitchcock – amica di famiglia dopo che Reginald Denny aveva interpretato Rebecca – La prima moglie –, e nella vita studiosa del comportamento dei delfini sotto l’ala protettrice di John Lilly, il grande neuroscienziato la cui opera ha avuto eco anche al cinema, nei film Il giorno del delfino e Stati di allucinazione. Abbiamo incontrato Kimberly Pucci durante le Giornate del Cinema Muto 2019, dove è stata organizzata una retrospettiva su Reginald Denny.
[La foto è di Paolo Jacob]

Tuo nonno Reginald Denny, che tu chiami Reggie, rappresenta il terzo caso, a mia conoscenza, di un uomo di Hollywood, attore o regista, che è stato anche un aviatore, o è stato coinvolto nell’aviazione. Gli altri due casi sono quelli di Howard Hughes e Merian C. Cooper. Per quanto riguarda il primo, puoi raccontarci in quali occasioni la sua strada si incrociò con quella di tuo nonno?

Kimberly Pucci: Reggie aveva appena terminato Fast and Furious per la Universal, film in cui guidava una macchina da corsa; aveva fatto un brutto incidente insieme a un’attrice. Lui si era rotto diverse ossa, era in convalescenza ma intanto portò a termine un altro film e così sua moglie aveva insistito per fargli prendere una pausa. Lavorava non-stop, aveva ferite sia dalla guerra che dalla boxe e ora addirittura da un incidente in auto per un film. Per cui tornarono in Inghilterra per circa sei settimane, fermandosi dalla sorella Nora, ma anche mentre era lì non riusciva a smettere di lavorare, tutti lo cercavano, la stampa. la Universal, e tutta la Gran Bretagna. Una delle cose che voleva fare era andare da Alan Cobham, un grande pioniere dell’aviazione inglese. Era con lui a un grande evento e questi gli disse: «Guarda, so che volavi con i caccia Sopwith Snipe, sono all’aerodromo fuori Londra. Se vuoi vederli fammelo sapere». Questo perché nel 1927 gli Sopwith Snipe erano appena stati ritirati dall’aviazione inglese, per cui Reggie voleva davvero vedere gli aerei originali su cui aveva imparato a volare. Detto ciò il personale della filiale europea della Universal lo accompagnò lì per farlo volare. Stava provando dei biplani Moth plane quando vide un paio di Sopwith Snipe e disse: «Devo volare su quelli, devo averli», per cui li comprò e dall’Inghilterra li fece spedire fino a Los Angeles. Una volta tornato non gli era concesso volare con il gruppo acrobatico di cui era membro, i 13 Black Cats, e, nel frattempo Hughes stava cercando per tutto il mondo aeroplani risalenti alla Prima guerra mondiale. C’era questa persona della produzione che lavorava con lui, e che si occupava anche di aerei, e che era stato proprio incaricato di cercare quegli aerei. Fu lui a scoprire, dai giornali, che Reginald Denny aveva portato a Los Angeles degli aerei originali della Prima guerra mondiale. Così Hughes chiamò mio nonno. Credo si conoscessero perché entrambi lavoravano a Hollywood, ma non erano amici. Hughes volle vedere gli aerei, si presentò con questo suo manager e vide gli Snipe. Uno di questi aveva dei fori di proiettile per cui volevano usarlo e Reggie gli disse che potevano, ma senza farlo volare in scena, perché lui sapeva quanto erano pericolosi, essendosi schiantato con altri Snipe durante la guerra. Reggie quindi disse di sì, ma di utilizzarli solo come sfondo a terra per le riprese a terra, non in volo, e Hughes acconsentì. Tra l’altro ci furono vittime durante le riprese del film. Il film, Gli angeli dell’inferno, era inizialmente concepito come un film muto, e come tale veniva girato nel 1927, quando l’anno seguente fu introdotto il sonoro. Hughes allora girò nuovamente tutto con il sonoro. Ci vollero circa quattro anni in totale e il film non venne effettivamente distribuito fino al 1930. Reggie e Hughes si rividero, Hughes aveva ancora gli aerei mentre mio nonno nel frattempo continuava a lavorare, si stava occupando della transizione al sonoro. Parteciparono entrambi alla serata degli Oscar al Roosevelt Hotel, la prima per mio nonno. Hughes era presente con vari film di cui era produttore, The Racket e Ali, che vinse. Hughes disse a Reggie che gli aerei erano al sicuro, che non avevano subito danni e che aveva mantenuto la sua promessa. Gli chiese se li rivolesse indietro e se potessero volarci insieme perché non lui non lo aveva fatto. Il nonno e Hughes pilotarono quindi due di quegli aerei insieme, sul Pacifico. Questo è quello che so, che si conoscevano e che gli aerei e il volo erano la connessione tra loro, perché Hughes voleva degli aerei della Prima guerra mondiale autentici. Non era lo stesso rapporto come quello con altre persone, come con John Barrymore al quale Reggie era molto vicino. Un altro fatto è che il genero di Reggie, James Simmons, lavorava per Howard Hughes nel ramo pubblicitario della TWA, più o meno a fine anni Trenta o inizio Quaranta. Barbara, la prima figlia di mio nonno, sposò quest’uomo quando, inizialmente lavorava per Hughes. Potrebbero esserci state ancora delle occasioni di incontro. Ma è un altro affare di famiglia, perché Barbara era figlia di primo letto, mentre mia nonna era la sua seconda moglie. Ho rintracciato suo nipote del quale non conoscevo l’esistenza e che appunto mi ha raccontato che suo padre conosceva e aveva lavorato per Howard Hughes, che pure era stato un pilota dell’esercito ma che aveva fatto anche la pubblicità per la TWA di Howard Hughes. Il nonno però non si lasciava colpire dalle persone, anche se era amichevole, aveva questo aspetto geniale con cui faceva le sue cose… un po’ come Forrest Gump. Ha affrontato così la vita, si concentrava su qualsiasi cosa stesse facendo al momento mentre attorno a lui c’erano tutte queste persone. Lui doveva solo fare un lavoro, far volare un aereo, girare un film oppure inventare un drone. [Ride, N.d.R.]

L’altro aviatore prestato al cinema è Merian C. Cooper, che, vuole la leggenda, aveva anche pilotato uno degli aerei che, alla fine del film, sparano a King Kong, nel film da lui co-diretto con Ernest B. Schoedsack. Dal tuo libro risultano progetti con tuo nonno, in qualità di produttore RKO per La pattuglia sperduta di John Ford e per un progetto di un Amleto non andato in porto. Nessuna connessione invece per quanto riguarda l’aviazione?

Kimberly Pucci: Il nonno e Merian erano amici. Hanno iniziato a lavorare insieme nel 1933 grazie a John Barrymore. Barrymore e Reggie avevano recitato insieme a teatro, a Broadway nel Riccardo III, nel 1920. Poi hanno girato anche diversi film insieme, erano ottimi amici, amici per la pelle. A quel tempo Merian era a campo della RKO e Barrymore voleva realizzare una versione cinematografica dell’Amleto. Hanno assunto per questo Robert Edmond Jones lo stesso art director e set designer che avevano utilizzato nel Riccardo III e con il quale Barrymore aveva collaborato in altre rappresentazioni teatrali. Era molto bravo, sperimentava un nuovo technicolor a tre colori. Barrymore voleva che dirigesse un corto. Lo hanno realizzato davvero, l’ho trovato su YouTube, un corto dell’Amleto che dura pochi minuti, la scena con il fantasma. Barrymore interpretava Amleto, Reggie era Orazio e c’erano anche altri due attori. Lo hanno presentato a Merian Cooper, il quale voleva girarne un lungometraggio con Gloria Swanson o un’altra attrice famosa nel ruolo di Ofelia. Stavano per realizzare questa prima versione cinematografica dell’Amleto per l’RKO, con tanto di sonoro perché era il 1933, ma i problemi di alcolismo di Barrymore e altri fattori hanno portato alla sospensione del progetto. Non è mai stato realizzato, ma a Merian Reggie e il suo lavoro piacevano molto e gli fece firmare un contratto per sei film, poi girati tra il 1933 e il 1934. Il primo fu proprio La pattuglia sperduta diretto da John Ford. Per cui erano decisamente molto amici anche se non so se abbiamo mai volato assieme. Se è vero che Merian ha pilotato uno degli aerei che si vedono in King Kong, film del 1933, vuol dire che volava ancora in quegli stessi anni in cui lavorava con Reggie. Reggie aveva già dato via i suoi due Snipe, uno al Los Angeles County Museum e l’altro alla Los Angeles High School. Lo racconto verso la fine del libro, ma quello che aveva donato, anzi più che donato, dato in prestito al Los Angeles County Museum, quando ormai era pienamente impegnato con i droni e tutto resto, questo era finito, durante la Seconda guerra mondiale, esposto fuori dalla March Air Force Base e si è arrugginito. Ci hanno poi lavorato sopra per restaurarlo e ora quell’aereo si trova al Canadian Aviation Space Museum, è l’unico Sopwith Snipe esistente ancora in grado di volare, per questo vorrei andarlo a vedere. Quando, alla fine del 1928, ha donato uno degli aerei alla scuola e prestato l’altro al museo, il suo Curtiss JN-4 Jenny si era schiantato. L’incidente era finito sui giornali: dopo aver volato sugli Snipe con Howard Hughes, decise di fare un giro con il Jenny che non utilizzava da un po’ di tempo ma l’aereo si schiantò vicino a Los Angeles. Reggie non si era fatto male, tanto quanto in altri incidenti. In quegli anni, dopo aver sposato mia nonna e aver dato via gli aerei, per quello che so, lui non volava, non ho alcun dato a riguardo. Quindi difficilmente può aver volato con Merian. Erano decisamente molto amici grazie ai sei film fatti insieme mentre Merian era a capo della RKO. Il fatto che ci fossero queste connessioni tra cinema e aviazione dipende dal fatto che gli anni Venti sono stati anche l’era d’oro del volo, quando si era all’apice della tecnologia sia nel cinema che nell’aviazione, è quando tutto è cominciato. La Northrop Grumman, la più grande compagnia in ambito militare e di sicurezza mondiale, aveva comprato la compagnia di Reggie, la Radioplane Company, nel 1952. Sono quelli che hanno dato il via allo sviluppo della tecnologia dei droni in campo militare, ora si occupano di sorveglianza con questi enormi droni. Hanno questo prototipo di drone da portaerei, l’X47B. Ormai stanno prendendo il posto degli aerei da combattimento, come quelli ad Aviano. Questi droni sono fantastici. Li hanno chiamati “le nipoti di Reggie”, come me. [Ride, N.d.R.]

L’altro aspetto curioso di tuo nonno, da Forrest Gump, è che lui incrociò Marilyn Monroe, ma non nel cinema. Quanto proprio nella sua fabbrica di droni.

Kimberly Pucci: È una storia piuttosto divertente, della quale parlo anche nel libro. Reggie ha lavorato con Ronald Reagan nel 1941 nel film Il diavolo con le ali (International Squadron), si conoscevano, collaborarono per International Squadron. Penso che fosse circa la fine del 1943, o l’inizio del 1944 quando scoprirono Norma Jeane. Lei ha iniziato a lavorare con loro e suo marito era partito per la guerra. Reagan era nell’esercito ed era impegnato in film da far vedere ai soldati oltreoceano, per il morale delle truppe. Reggie gli raccontò della sua fabbrica di droni e Reagan andò a visitarla e voleva in qualche modo farla vedere anche ai ragazzi della sua unità. Si presentò ancora lì con una troupe cinematografica e con un fotografo, David Conover, che si occupò di fare fotografie alle donne al lavoro per conto della rivista Yank, the Army Weekly. Da quello che lui ha raccontato ai giornali, stava fotografando diverse donne al lavoro nella catena di assemblaggio quando si è trovato davanti questa donna che stava montando le eliche. La fotografò e stava per proseguire ma si bloccò. Ha affermato che c’era qualcosa di speciale in lei, metà donna metà bambina. Per cui le chiese se potesse farle altre foto e quale fosse il suo nome. Lei si presentò e gli confessò che voleva diventare un’attrice. Conover le rispose – ho letto tutto questo in un giornale che ho citato –; «Sai, prima devi farti fotografare per inserirti, devi essere una modella prima di diventare un’attrice» e dopo tutto ciò se ne andarono. Questo succedeva appena prima della fine della guerra. Lei lasciò la Radioplane e divenne Marilyn. Anni dopo, quando Reggie recitava in My Fair Lady a Broadway, il primo adattamento del Pigmalione, Norma Jeane, al tempo sposata con Arthur Miller, andò con il marito a vederlo perché era un grande evento. Andarono poi nei camerini e lei fece le congratulazioni a Reggie, ringraziandolo. Gli disse che nessuno le credeva quando raccontava che una volta lavorava ai droni, anzi la cosa faceva ridere. Il nonno rispose che a lui capitava la stessa cosa, al che guardò Arthur Miller e gli ribadì che lei aveva costruito i droni utilizzati in guerra. Le loro vite erano praticamente parallele, entrambi molto popolari, come star del cinema e sex symbol, e molto intelligenti.

La tecnologia del drone sta avendo ora applicazioni alla portata di tutti, sembra impensabile che già esistessero all’epoca, pur con tecnologie più primitive e che già si chiamassero droni.

Kimberly Pucci: Sì, non lo sapevo nemmeno io. Nel prologo racconto di quando un ragazzo mi chiese se sapessi cosa fossero i droni e per non sembrare stupida risposi di sì, anche se nella mia testa mi stavo domandando cosa fossero. Persino il mio vecchio capo, il produttore Jon Peters, quando gli dissi che avevo iniziato a scrivere il mio libro, mi chiese se stessi scrivendo di una star del cinema, al che gli risposi che questa star aveva inventato anche i droni. Mi guardò stranito, era sulla settantina ed è un grande produttore ma non è un aviatore, per cui mi chiese cosa fosse un drone. Questo è successo un paio di anni fa, gli chiesi se davvero non ne avesse idea, sua figlia era presente e reagì con una frase del tipo; «Ma come, papà!». Però lo rassicurai dicendogli che io ero come lui e che ho scoperto cosa fosse un drone solo negli anni Ottanta. Quando Reggie stava sviluppando il suo radioplane nel 1935, iniziò a pensare anche a come poter aiutare i soldati e agli usi militari. All’epoca c’era già quella definizione, quella parola era già in uso anche se non so con quale significato effettivo. Lui ebbe l’idea di sviluppare questa tecnologia con un qualcosa di più del semplice aereo telecomandato. Gli esperti definiscono il drone come «un aereo radiocomandato con un lavoro preciso, una missione, con una telecamera o per scopi militari». Inizialmente Reggie li chiamava robot volanti oppure radio-plane, due termini separati. Quando ha iniziato a presentare il progetto ai militari nel 1936, utilizzava una sola parola, radioplane; c’era il radioplane 1 e poi con i test anche il 2, il 3, il 4 fino a quando, dopo questa sperimentazione, non sono stati approvati per scopi militari e la marina gli ha dato il nome ufficiale TDD (Target Drone Denny). Firmò il contratto con l’esercito nel 1940, e successivamente nel 1941 fu il turno della marina che diede quel nome.

Anche la tua vita è stata un po’ una vita da Forrest Gump. Mi puoi raccontare dei rapporti di amicizia tra la vostra famiglia e la famiglia Hitchcock?

Kimberly Pucci: Alfred Hitchcock e Reggie erano molto amici, hanno lavorato insieme a Rebecca, il suo primo film americano. Patricia è l’unica figlia di Alfred e Alma, che lui spesso inseriva nei suoi film. Lei era molto amica di mia madre, quando stavo crescendo, era un po’ più vecchia di lei, di circa cinque anni. Lei è la mia madrina di battesimo e considero Alfred come il mio bis-padrino [Usa, come gioco di parole, il termine “great-godfather”, N.d.R.].

Prima di occuparti a tua volta di cinema, hai studiato il linguaggio dei delfini avendo come maestro il celebre neuroscienziato John Lilly, fautore degli studi sugli stati alterati di coscienza, che hanno ispirato il film di Ken Russell Stati di allucinazione, e assertore della possibilità di comunicare con i delfini, cosa ripresa invece nel film di Mike Nichols Il giorno del delfino. Mi puoi raccontare della tua esperienza con John Lilly?

Kimberly Pucci: Ricordo una sua festa di compleanno a Malibù, era il 1978. c’era anche Timothy Leary ed erano tutti presi dagli esperimenti con acidi e LSD e poi con la vasca di deprivazione sensoriale. Erano tutti hippy eccentrici e brillanti. Io avevo circa 20 anni e stavo lavorando con il suo team a San Francisco e Los Angeles, sulla comunicazione con i delfini, e poi proseguimmo le ricerche alle Hawaii. Fu davvero un trip incontrare John Lilly e sua moglie. Loro mi mostrarono la vasca di deprivazione sensoriale, ma non l’ho mai provata. Avevo sentito la canzone dei Moody Blues su Timothy Leary, Legend of a Mind, lui lo conoscevo di nome ma non lo avevo mai incontrato o visto. A quella festa mi ritrovai a parlare con lui di tante cose. Dopo mi si avvicinò una ragazza che mi disse: «Sai con chi stavi parlando?» e siccome non ne avevo idea fu lei a dirmi che si trattava di Timothy Leary. Con John Lilly lavoravamo con i delfini in un delfinario, ma i delfini venivano ammaestrati per fare gli spettacoli ed è per questo che io me ne andai. Sono stata sempre ossessionata dai delfini, cominciando a leggere i libri di Jacques Cousteau. Ho sempre amato gli animali, ho avuto cavalli per tutta la mia vita, insieme a gatti, cani e uccelli. Però in quel parco marino, nel periodo in cui stavo lavorando lì, catturarono cinque delfini in mare aperto. Una mattina arrivai sul posto alle 8 circa e, non me lo dimenticherò mai e ho pure delle foto, ho nuotato con questi delfini. Il personale, che mi voleva usare come cavia, mi chiese di entrare nella vasca con loro. Presi la mia attrezzatura ed entrai ma mi resi subito conto che erano delfini selvatici presi dall’oceano. E mi resi conto che quelle persone volevano mettermi alla prova e vedere come si sarebbero comportati quei delfini, ma questi appunto erano selvatici e avrebbero anche potuto uccidermi. Una volta dentro iniziarono a emettere dei suoni, il loro classico click¸ perché per loro ero un’estranea e loro non avevano mai nuotato con un essere umano. Inizialmente tutto sembrava ok, ma all’improvviso hanno iniziato a nuotare in circolo attorno a me, molto velocemente, creando delle onde al punto che le persone presenti si diedero da fare per tirarmi fuori. Dopo tutto questo ho scoperto che una delle femmine stava sanguinando, si era graffiata e secondo me stava piangendo. Quando chiesi agli altri cosa fosse successo, questi mi risposero che era saltata fuori dalla vasca e che loro l’avevano rimessa dentro. Tutto ciò mi colpì, ho pensato di non poter andare avanti così e che quegli animali dovevano essere liberi. Non si possono tenere i cetacei in cattività, pensa alle orche. È successo che abbiano ucciso delle persone, ma sono animali brillanti e bellissimi e dovrebbero essere semplicemente liberi. Penso che siano molto più intelligenti di noi. Lo faccio presente anche alla fine del libro, perché Reggie pensava che ci comportiamo come scimmie. Io credo che questo dipenda dalla nostra mente abbinata alla tecnologia. Abbiamo le menti e i pollici, il dito opponibile, per operare il joystick, per cui possiamo o distruggere o creare, ma dovremmo fare del bene senza abusare di questi doni.

E come giudichi il film Il giorno del delfino?

Kimberly Pucci: John Lilly teneva i delfini in cattività per i suoi esperimenti sulla comunicazione, ma lui come me credeva nel lavoro a contatto con queste creature. Il giorno del delfino è una sorta di beffa, cercano di insegnare a queste specie intelligenti il nostro stupido linguaggio, tentando di far ripetere al delfino qualsiasi cosa gli venisse detto, di fargli ripetere le parole umane. Quello che John Lilly voleva fare, con i suoi studi, siccome era convinto della loro intelligenza superiore, come fossero degli extraterrestri, era di registrare i loro versi, i loro click e tutti quei suoni differenti [Imita i suoni dei delfini, N.d.R.]. Successivamente analizzava l’audio e quello che ha scoperto è che se tu e io stiamo parlando e un delfino è presente, in una vasca, lui registra la nostra conversazione, e a suo modo la riproduce, facendo i suoi versi, a più alta frequenza. Lilly ha scoperto che in un click del delfino c’è come un paragrafo di suoni della nostra conversazione, tantissime parole in uno solo verso. Riproducendo la registrazione al rallentatore si riconoscono le parole umane. Quindi a proposito di quel film, gli esseri umani pensano di insegnare il proprio linguaggio invece di imparare da loro. Il film Gorilla nella nebbia è stato prodotto dal mio capo, Jon Peters, quando ormai lavoravo nel cinema. Sono stata alla première e sono dovuta uscire dalla sala, perché era la stessa cosa, con i bracconieri e tutto il resto. Come per Il giorno del delfino, non ho mai visto la fine. Cercavano di insegnare ai gorilla, ecco forse perché mi ha infastidita tanto. Ho anche il libro, ma non penso di averlo mai letto. No, rifiuto questo simbolismo dell’essere umano e del suo abuso, della nostra dominazione e l’arroganza del nostro narcisismo secondo cui noi siamo quelli intelligenti. Anche in alcuni recenti film di fantascienza con gli extraterrestri, siamo convinti che loro ci vogliano attaccare o uccidere, per cui viviamo nella paura e attacchiamo per avere il predominio. Con i delfini e gli animali è la stessa cosa, cerchiamo di insegnargli qualcosa ma personalmente non credo che siamo intelligenti. Anche Reggie la pensava così, amava gli animali. Quando è diventato una star del cinema, alla Universal volevano fargli fare delle scene slapstick o altro che lo facesse risultare stupido o folle. Lui era contro questa major. Diceva: «Cercano di fare di me una scimmietta, devo lottare per la mia dignità sullo schermo, alla fine non è la compagnia a soffrirne, ma io nella mia reputazione come essere umano». Teneva molto a tutto questo, ha salvato molti cavalli che ha portato al suo ranch, lasciandoli correre. Io non ho un cavallo, anche se sono sempre stati presenti nella mia vita. Amo gli animali. Lui pensava spesso alla mentalità da scimmia degli umani, a come le persone pensino senza vedere. Il giorno del delfino lo avrebbe infastidito, avrebbe detto: «Quindi state insegnando a questi esseri intelligenti a parlare come noi?».

Info
Il sito de Le Giornate del Cinema Muto di Pordenone.

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