Intervista a Claudio Carbone
Claudio Carbone, nato a Potenza, laureato in architettura, ha compiuto studi nel campo dei movimenti sociali presso varie università di sociologia nel mondo (Brasile, Portogallo, Costa Rica), e sta attualmente svolgendo un dottorato di ricerca in “Development studies” presso l’Università di Scienze Sociali di Lisbona. Il suo interesse cinematografico si concentra sul concetto di territorialità e analizza quelle personalità, e le loro resistenze quotidiane, nella lotta per la produzione dello spazio. Regista e direttore della fotografia, è autore dei corti documentari: Cielito Rebelde, Rosso Vivo, Anoher Lisbon Story. Abbiamo incontrato Claudio Carbone durante il Doclisboa 2019, dove ha presentato il suo primo lungometraggio, Hasta que muera el sol.
Puoi parlarmi del progetto di Hasta que muera el sol? Come sei arrivato a realizzarlo e come mai con una produzione portoghese?
Claudio Carbone: Vivo a Lisbona, sto costruendo la mia vita professionale in questa città, dove ho dei contatti. È molto più semplice per me trovare una produzione portoghese che non italiana o costarichense. In realtà io ho sempre autoprodotto tutti i miei lavori, sono partito a fare le riprese senza nessun finanziamento, cosa che farò anche per il prossimo film, mi stanca lavorare con produzioni strutturate. Ero in Costa Rica per motivi accademici, in una facoltà di Sociologia. Ho girato il film e sono tornato in Portogallo e l’ho mostrato a Bruno Cabral che ha una piccola casa di produzione, la Garden Films. Lui si è innamorato del film ed è nato un rapporto umano molto forte tra noi due. Ho usufruito di un finanziamento dell’Ica, che è un fondo portoghese che appoggia l’internazionalizzazione. Abbiamo avuto contributi per la postproduzione. Quindi siamo stati un altro anno a fare il montaggio. Per me è stata un’esperienza nuova, sono potuto andare in studi di suono, di color correction. E ora presentiamo il film qui, a Doclisboa.
Come sei arrivato invece a quella popolazione indigena?
Claudio Carbone: Ho conosciuto per la prima volta le comunità indigene durante un viaggio in Messico per il mio primo film. Uso il documentario come strumento politico. Il mio primo lavoro è stato sulle comunità indigene zapatiste, per me è stato un incontro fondamentale perché ha cambiato completamente la mia identità politica. Quando ho avuto l’opportunità di andare in Costa Rica, potevo anche studiare dei contesti urbani e sociali, siccome io sono architetto, però c’era questa opportunità di lavorare con delle comunità indigene. Ho deciso di provare ad avvicinarmi nonostante fosse una cosa che accademicamente non avessi mai fatto. La prima volta è stata con un’altra comunità indigena, non quella che ho filmato. Ho conosciuto questo personaggio, Adan, capello lungo, molto riservato, sempre distante, curioso, che mi ha detto che stava occupando una terra che gli era stata strappata via da contadini non indigeni. Mi sono interessato di questa storia e sono andato praticamente a vivere con lui. Poi ho conosciuto l’altro protagonista, Byron, che utilizza un’altra forma di resistenza, che è la riappropriazione e il recupero di identità perse. A partire da questi due personaggi ho costruito la storia del film.
C’è un momento clou nel film, quello del trasporto della barca nella foresta, che, pur con le diverse scale di grandezza, funziona come una citazione da Fitzcarraldo. Qual è il retroscena?
Claudio Carbone: Quando ho capito che potevo filmare una cosa del genere, ho colto subito l’occasione, da cinefilo, per il riferimento. Sono contentissimo di essere riuscito a girarla. È stata una cosa fortuita, perché quando sono arrivato a Panama succedeva il giorno prima che io partissi. È una loro tradizione che si trasforma in necessità perché questa comunità vive a ridosso di un fiume, quindi utilizzano le barche per trasporto, e questa è una barca abbastanza grande per trasportare le vacche. Costruiscono queste barche solo quando cade un albero gigante, spontaneamente, perché questo è un pezzo unico di dieci metri. Quindi dipende da dove cade l’albero. Stavolta era caduto a due ore di cammino dal fiume e il trasporto della barca è durato nove ore. Io ho filmato tutto ed ero distrutto senza aver assolutamente aiutato. Davvero un lavoro micidiale. Sono contento di aver avuto l’opportunità di filmarlo, non credo esistano altre documentazioni video di questa cosa. Ho filmato qualcosa che potrebbe essere interessante anche a livello antropologico, etnografico, perché purtroppo sono culture che si stanno perdendo.
In una canzone, che si sente, viene fatto un preciso riferimento alla Bibbia come elemento di colonizzazione culturale. Che canzone è?
Claudio Carbone: Questa è una frase famosa di Eduardo Galeano. C’è un aneddoto particolare su questa musica. Lui stava ascoltando una musica reale sul cellulare che si intitola La maldición de Malinche di una cantante messicana, Amparo Ochoa. Volevamo usare questa canzone, ma ci hanno chiesto tanti soldi per i diritti, quindi abbiamo realizzato una musica simile, quella musica l’ho scritta io. Il riferimento maggiore è a quella frase di Galeano che dice: «Prima avevamo la terra, quando sono arrivati i conquistadores ci hanno dato la Bibbia e ci hanno chiesto di chiudere gli occhi, quando abbiamo riaperto gli occhi, noi avevamo la Bibbia e loro avevano la terra». Ho costruito questa musichetta su questa frase che è abbastanza forte. C’è un’altra musica che è una canzone peruviana che si chiama Ojos azules, che però lo stesso Byron aveva modificato. Non so da chi l’avesse sentita perché era un po’ diversa. Parlava di prendere il san pedro, che è una droga per dimenticare qualcuno mentre nell’originale si parla di ammazzarsi. E poi invece che ‘azules’ erano ojos bonitos, occhi belli, ed è di un ragazzo portoghese che ha sempre fatto le musiche dei miei film, mi piace tantissimo come lavora.
Hasta que muera el sol è filmato in modo sobrio, usi il drone, di cui di solito si abusa, solo all’inizio, per visualizzare il territorio verde con le chiazze di deforestazione. Come mai questa scelta?
Claudio Carbone: Il drone ha rappresentato un grande dibattito durante il montaggio, in cui eravamo impegnati in tre. Abbiamo provato a capire se fosse il caso di eliminarlo, io ero anche disposto a farlo, però avevamo bisogno di dire qualcosa per introdurre il film e farlo capire un po’ meglio. In questo caso siamo noi a dire qualcosa, e quindi abbiamo utilizzato un discorso cinematografico diverso da quello del film che è molto più intimo. Mentre filmavo, da solo con camera e microfono, cercavo di mantenermi il più distante possibile per quanto si possa fare, chiaramente una telecamera non scompare mai. Volevo tenere il film il più intimo possibile, per dare voce a chi è filmato. Chiaramente nel montaggio c’è la mia visione. Quando dovevamo dire qualcosa che era esterno al film, quando eravamo noi a decidere che dovessero essere dette quelle cose, abbiamo deciso di buttarlo sul drone.
C’è poi un’interessante panoramica che passa dal verde della vegetazione a un grigio di un terreno più brullo. Come mai?
Claudio Carbone: Per quella scena abbiamo deciso di fare un lavoro di color correction. Già era arido il terreno, ma abbiamo deciso di renderlo ancora più desertico. Una scelta per cambiare completamente linguaggio. Quello che si vede di più durante il film è un verde che compare dappertutto, in quel momento volevamo mostrare la devastazione che questa occupazione sta portando a quei territori. Questo era un territorio indigeno e lui cammina in una monocultura di ananas che distrugge il territorio. Un momento abbastanza intenso. Lui cammina, cammina in questo deserto di ananas.
Nel film mostri anche quelle che sembrano delle contraddizioni per una società che si pone al di fuori di quella industrializzata, per esempio nell’uso della plastica. Come si possono interpretare?
Claudio Carbone: Ci sono moltissime contraddizioni nelle comunità indigene. Il film inizia proprio dicendo che ci sono degli indigeni che stanno vendendo la propria stessa terra, sono alcuni di loro che stanno compiendo atti di autolesionismo, compromettendo quello che è il territorio rimasto e la cultura. In questo territorio specifico hanno perso tutto. C’è un movimento, sorto da poco, che cerca di recuperare, oltre alle terre, una cultura ormai persa. Il grande dramma di questo territorio è che è passata la Panamericana, quella strada che si vede nel film, che collega il Canada fino all’Argentina. Passandogli in mezzo, ha facilitato una nuova colonizzazione, di questi contadini non indigeni. A partire da questo falso mito dello sviluppo, al quale gli stessi indigeni hanno partecipato, negli anni Sessanta, quando è stata costruita questa strada, sono stati introdotti moltissimi dei nostri costumi peggiori. Ci sono fortissimi tassi di alcolismo, e poi depressioni. Hanno distrutto un’identità. Gli indigeni si trovano in mezzo una grande infrastruttura che gli è stata proposta, che hanno accettato non si sa per quale ragione, e adesso si trovano in una situazione drammatica, dove qualcuno cerca di reagire, come i protagonisti del mio film per cercare di recuperare quello che è stato perso. Le contraddizioni sono moltissime. Sono molti gli elementi dai quali possiamo apprendere concetti fondamentali come l’autonomia. Io penso che noi dobbiamo imparare molto da questo. Loro cercano di diventare autonomi politicamente, quindi di autogovernare il proprio territorio, di mettere in pratica questi concetti di un sistema differente dal capitalismo che si trova dappertutto.
Colpisce anche il modo in cui seminano il riso, in una spianata ma senza arare, senza cancellare del tutto la vegetazione preesistente. Anche quello è un elemento interessante che mostri.
Claudio Carbone: Il riso ho cercato di utilizzarlo come metafora. Uso molto le metafore nei miei film, a me piace da spettatore vedere dei film dove lo spettatore possa partecipare, pensare a quello che gli pare di quello che vede. Metto scene di cavalli che per me possono rappresentare qualcosa, ma per lo spettatore qualcos’altro, quello che gli pare. La scena del riso per me significa che si sta provando a coltivare qualcosa di nuovo. Durante il film il riso cresce e il film finisce col taglio del riso, che non si può tagliare ancora perché non è ancora pronto, se lo si taglia marcisce. Non è ancora pronta questa nuova rinascita ma stiamo lavorando per quello. Le metafore forti sono quelle che loro stessi hanno creato come la figura del toro che combatte contro i demoni, dove il toro è la Spagna e i demoni sono gli indigeni. Questa festa finisce con l’uccisione del toro, che però non sono riuscito a filmare, che è una previsione futura di una decolonizzazione, nella consapevolezza di quello che gli è successo. Era importante filmare quella scena, non esserci riuscito è un mio grande rammarico, poteva essere un finale differente, con più speranza rispetto a questo. Era importante mantenere questa immagine: il film inizia con il toro durante la notte, che per me significa che c’è stato un attacco che dura, secondo il discorso zapatista che parla di una lunga notte, da 500 anni, un attacco che è antico. Quando poi si arriva veramente alla scena del toro, si arriva a un giorno, i giorni d’oggi, dove c’è un colonialismo che ha una figura diversa da quella di 500 anni fa ma che ancora esiste, ha cambiato forma, è ancora forte, ancora attacca.
Perché, nelle scene in cui i personaggi parlano il loro linguaggio autoctono, non usi i sottotitoli?
Claudio Carbone: Interessantissimo è il discorso tra l’uomo anziano e quello giovane, dove lui parla indigeno e l’altro risponde in spagnolo. Bruno, il produttore voleva tradurlo, ma io ho deciso di no, perché è un modo di mostrare che una cultura sta svanendo. C’è qualcuno che capisce quello che dici, ma ti risponde con una lingua che non è la sua. In realtà si capisce quello che sta dicendo solo a partire da una risposta, che quella dell’altro, parlando di questo viaggio, però non ho voluto tradurlo, ho voluto lasciare questa inintelligibilità.


Intervista a Luísa Homem
Hasta que muera el sol
Suzanne Daveau
Nomad – In cammino con Bruce Chatwin
Longa noite
Doclisboa 2019
Prazer, Camaradas!
Odissea nuda
Intervista a Patricio Guzmán
La memoria dell’acqua
The Green Inferno