Un giorno di pioggia a New York

Un giorno di pioggia a New York

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Nel suo cimentarsi, almeno apparentemente, con una commedia adolescenziale spassosa e rocambolesca, Woody Allen in Un giorno di pioggia a New York dice la sua sul ruolo dell’intellettuale e sulla sua natura ontologicamente, geneticamente amorale e libertina.

I bassifondi

Due fidanzatini del college, Gatsby e Ashleigh, hanno in programma un weekend romantico da trascorrere a New York, ma i loro piani vanno in fumo non appena mettono piede in città. I due, fin dal loro arrivo a Manhattan, si ritrovano separati e si imbattono in una serie di incontri casuali e bizzarre avventure, ciascuno per proprio conto. [sinossi]

Le taverne fumose di Michelangelo, le sale da gioco di Dostoevski, le risse di Caravaggio. Questi tre personaggi probabilmente non sarebbero stati così grandi se non avessero frequentato i “bassifondi”, sporcandosi le mani con la viva esperienza, la carnalità, il vizio, la perdizione. E dunque anche l’intellettuale, affetto per contagio dalla medesima febbre di vita, non può che essere attratto, oggi come in passato, dal “demi-monde”. Anche perché, in fondo, è figlio di una meretrice. È questo l’assunto, nonché la vera, corrosiva novità attorno a cui ruota Un giorno di pioggia a New York, quarantottesimo lungometraggio per il cinema di Woody Allen, prodotto da Amazon Studios e non distribuito in patria per via delle controverse vicende collegate al sorgere del metoo.

E la succitata “morale-immorale”, viene sciorinata, verso l’epilogo del film, in un’opportuna scena di aperta confessione che, se da un lato riporta alla mente il monologo di Martin Landau in Crimini e misfatti, dall’altro ne rappresenta un superamento: per Allen non c’è più la morale, né la colpa, che nel film del 1989 discendevano proprio dal Dostoevskij di Delitto e castigo, ora si sono entrambe dissolte in un’ammissione disincantata e anti-drammatica, incastonata un po’ a sorpresa all’interno dei codici di una commedia romantica di stampo, almeno apparentemente, adolescenziale.

Galvanizzato da equivoci, agnizioni, contrattempi e incantevoli vedute della Grande Mela, su cui Vittorio Storaro infonde ampie spennellate di luce dorata, Un giorno di pioggia a New York, è la storia, narrata in una rigorosa unità di tempo – il giorno piovoso cui allude il titolo – di uno studente universitario incarnato da Timothée Chalamet, a cui i genitori, esponenti dell’alta borghesia intelletuale newyorkese, hanno imposto l’altisonante ed evocativo nome Gatsby, in perfetto pendant col cognome, altrettanto nobile, di Welles. Cinema e letteratura dunque, Fitzgerald e Orson Welles, ma anche pittura, musica, scoribande nei musei, fanno parte di un compendio multistrato e poliartistico, e punteggiano, quasi come una condanna genetica, il percorso formativo “giornaliero” del giovane rampollo qui protagonista.

Tutto ha inizio quando Gatsby decide di accompagnare la fidanzata Ashleigh (Elle Fanning) a Manhattan, dove lei ha in programma di intervistare il regista hollywoodiano Roland Pollard (Liev Schreiber) per conto del giornalino universitario. Ma quello che principia come un weekend romantico si trasforma ben presto nel serrato montaggio alternato tra le vicissitudini che via via, e con un ritmo rocambolesco à la Fuori Orario, coinvolgeranno entrambi i personaggi. Lui incontrerà la seducente sorella di un’ex fidanzatina del liceo (Selena Gomez), poi finirà proprio là dove non voleva andare, ovvero all’annuale party radical chic della madre. Quanto ad Ashleigh, sarà preda delle insicurezze del maturo regista in crisi, visionerà in anteprima il suo nuovo film, si ritroverà al fianco dello sceneggiatore (Jude Law) proprio mentre questi scopre l’adulterio della moglie, si lascerà trascinare dal fascino da copertina di un divo edonista (Diego Luna). Il tutto condito da un ritmo trascinante che fa dimenticare l’esilità sostanziale dell’assunto grazie ai dialoghi brillanti, densi di citazioni colte, nei quali Allen rispolvera tutta la sua ironia sferzante con un’attitudine quasi liberatoria – dopo il melodramma tragico di La ruota delle meraviglie, che pare scaturire, almeno così ci piace pensare, proprio dal ritorno nel suo milieu di appartenenza.

C’è tanta frizzante leggerezza in Un giorno di pioggia a New York, ma anche una certa naiveté nel modo in cui il regista ottuagenario raffigura questi adolescenti che (con l’eccezione forse del personaggio della Gomez, l’unico a sembrare in qualche modo realistico e dotato di vita propria), come spesso accade agli interpreti alleniani, paiono propaggini dell’autore stesso, con tanto di parlata accelerata, nevrosi e somatizzazioni di nevrosi (si veda il singhiozzo del personaggio della Fanning). In Un giorno di pioggia a New York c’è dunque Allen e l’allenismo, l’autore e la sua “maniera”, il cui status nostalgico pare sottolineato da un ulteriore “automanierismo”, quello di Vittorio Storaro. In tal senso appare rivelatoria “la scena degli abat-jour”, con tanto di accensione del lume domestico in campo: qui il maestro della fotografia sembra proprio volerci “confessare” che ha voluto infondere su interni ed esterni il medesimo calore di un lume da comodino, stigmatizzando così il ritorno di Allen nella sua “casa”, ovvero New York. L’effetto, va detto, non sempre funziona, dal momento che tutto appare fin troppo costruito e si percepisce, quasi tangibile lì nel fuori campo, la presenza di Storaro con l’interruttore delle luminarie pronto tra le mani.

È un film esile e divertente Un giorno di pioggia a New York, animato da un impulso picaresco e libertino che intrattiene con gusto e strappa non poche risate, ma nel quale si scatena prepotentemente anche una riflessione di Allen sulla vecchiaia del proprio cinema, sull’inadeguatezza, accettata serenamente, proprio come un destino genetico ineludibile, di raccontare un oggi che non gli interessa affatto, mentre preferisce dedicarsi a celebrare quel desiderio, forse impossibile, di restare intellettuali adolescenti, per sempre.

Info
Il trailer di Un giorno di pioggia a New York.

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