Intervista a Marek Koterski

Intervista a Marek Koterski

Autore con 7 Emotions di uno dei più interessanti film della scorsa stagione del cinema polacco, Marek Koterski è un cineasta appartato, meticoloso nella scrittura delle sue sceneggiature cui dedica in media due/tre anni di tempo e dotato di uno humour nero, profondamente malinconico. Lo abbiamo intervistato a Roma nel corso della settima edizione di CiakPolska.

Oltre a 7 Emotions, è in programma in questi giorni anche lo spettacolo teatrale su Fellini da te scritto, un monologo interpretato da tua moglie, Małgorzata Bogdańska, che incarna Giulietta Masina, dal titolo Signor Fellini, lei non mi piace. Ci puoi dire come è nato questo spettacolo?

Marek Koterski: Devi sapere che tempo fa io e mia moglie abbiamo pensato di fare un teatro in valigia, cioè un teatro che si può portare ovunque, portandoci appresso i costumi, le scenografie, tutti gli oggetti di cui c’è bisogno, in modo da poter fare rappresentazioni sia in teatro, sia nelle case per anziani, sia negli orfanotrofi, che anche in prigione. Questo monologo in particolare era il sogno di mia moglie, perché lei è sempre stata innamorata della figura di Giulietta Masina e della storia avuta con Fellini. E la domanda che mi sono posto io, riguardo al rapporto tra la Masina e Fellini, è se il fatto di essere un genio giustifica anche il fatto di essere un figlio di puttana. La genialità, la grandezza, necessita anche una vita privata da incubo oppure no?

E hai trovato la risposta?

Marek Koterski: Sì, all’inizio ero convinto che alla grandezza fosse necessariamente associata la sofferenza e la mancanza di armonia. Adesso non credo più in questo. E penso che si possa avere una vita armoniosa e felice per quanto riguarda l’aspetto privato facendo ugualmente delle cose grandiose intrise di sofferenza. Questa genialità non deve costare ai nostri cari. E quindi io, forte di tutte queste riflessioni e di tutti questi ragionamenti, ho scritto il testo e abbiamo prodotto questo spettacolo a spese nostre.

Oltre alla Masina, c’è anche una passione da parte tua verso il cinema di Fellini?

Marek Koterski: Naturalmente andavo a vedere tutti i film di Fellini quando stavo all’università e frequentavo la facoltà di regia, ma ho sempre sentito più vicino Antonioni e la sua problematica esistenziale. Certo, Fellini è Fellini, ma non mi affascinava troppo questa sua arte circense. Ciò che mi ha sempre interessato è quello che accade tra un lui e una lei. Quindi, non fosse stato per mia moglie, non avrei lavorato a questo testo, anche perché io di solito lavoro su testi originali miei, mentre qui si è trattato perlopiù di adattare e rielaborare i materiali e le dichiarazioni riguardanti la Masina.

Non pensi che nel tuo cinema, e faccio riferimento in particolare a 7 Emotions, ci siano degli elementi di grottesco e di surreale che potrebbero farti avvicinare a Fellini?

Marek Koterski: No, non mi riconosco in queste categorie. Ciascun mio film contiene un’idea riguardo a me. Ogni qualvolta mi accingo a fare un film, vale a dire orientativamente ogni quattro anni, seguo o sono obbligato a seguire un certo metodo, lo stesso metodo: ad esempio, una serie di pensieri che sono predominanti rispetto agli altri, o tutta una serie di riflessioni. E tutte queste cose diventano sempre più urgenti, premono e in qualche modo mi sento costretto ad affrontarle in un film. Non amo queste classificazioni, mi sento piuttosto di dover seguire l’imponenza di questi pensieri che mi ossessionano. E seguo questa corrente.

Qual è allora la corrente che ha seguito per 7 Emotions.

Marek Koterski: Per risponderti, preferisco partire dall’inizio della mia carriera. Ho iniziato con il documentario, ne ho fatti tredici. E dopo aver fatto tutti questi lavori, ho capito che il documentario non era una cosa che faceva per me [ride, ndr]. Ho sperimentato tutte le forme del documentario, e questo mi è bastato. Per un anno ho fumato sigarette fissando il muro, cercando di capire cosa avrei potuto fare a quel punto. E ad un certo momento qualcosa si è seduto sulla mia spalla e mi ha dettato il mio primo film, che in italiano potrebbe essere intitolato La casa dei matti. Avevo proprio l’urgenza, in quel momento, e anche l’obbligo di scrivere così come mi veniva dettato da quel qualcuno o qualcosa seduto sulla mia spalla. 7 Emotions è il mio nono film e ho sempre più la sensazione di essere semplicemente uno strumento e che il mio compito è solamente quello di ascoltare, di pormi in ascolto rispetto a quello che mi comunica la realtà e anche la non realtà. Perciò accade spesso che io so quello che sto per dire, ma non so cosa significherà. André Bazin ha detto una volta che il cinema è uno strumento di conoscenza. E io, anche se ho fatto un esame su questo argomento, non la capivo questa frase. Poi, quando ho cominciato a fare film, ho capito questo: il cinema non può essere l’illustrazione di una tesi o di una premessa, ma deve esprimere qualcosa e solo dopo io saprò, dal pubblico, cosa significa quello che io sto esprimendo. E qui torniamo a 7 Emotions: non volevo affatto dire che la scuola è qualcosa di negativo, oppure che la scuola di allora era qualcosa di negativo, o che i genitori o i bambini erano cattivi. Io racconto semplicemente ciò che mi gira nella testa. Poi sono gli spettatori a dirmelo. E questa è una cosa che accade realmente perché ogni spettatore vede un film differente. Per esempio alcuni ridono nei momenti in cui altri piangono, e io non ho nessun potere e nessuna influenza su queste reazioni. E non voglio neanche averla. Il mio ruolo è quello di rimanere in ascolto, allontanando i rumori.

Ti dico la mia da spettatore: ho la sensazione che 7 Emotions sia un film sulla malinconia, la malinconia di voler essere adulti quando si è bambini e di voler essere bambini quando si è adulti.

Marek Koterski: Molto interessante. Io sono convinto di questo che, se rimango fedele a me stesso e se resto sincero nei confronti dello spettatore, il film in qualche modo diventerà una cosa migliore di me stesso. Perché accade molte volte che il film mi superi, tanto che mi è capitato che degli spettatori mi dicessero che in un mio certo film c’era un qualcosa che io avrei voluto raggiungere, anche se non era nei miei pensieri in quel momento. Per esempio, prima di 7 Emotions, ho fatto un film, il cui titolo internazionale è Man, Chicks Are Just Different e in cui due uomini viaggiano in macchina per tutto il tempo, parlando di donne. Alla fine di una delle proiezioni, è venuto da me uno spettatore che mi ha detto: «Guarda, durante tutto il film, ho pensato a questa macchina come a un prolungamento del pene». Quindi, come se qui l’automobile fosse l’ultimo baluardo della mascolinità, e io non avevo assolutamente in mente questo.

Vi sono però nel tuo cinema delle situazioni ricorrenti, come ad esempio quella dell’ambiente scolastico, che si vede sia in 7 Emotions che in Day of the Wacko (2002).

Marek Koterski: Sì, ma Day of the Wacko era più impostato sul punto di vista dell’insegnante, perché devi sapere che io prima di fare il corso di regia, ho fatto filologia polacca. E al nostro primo anno eravamo convinti di essere dei poeti. Poi però al secondo anno è venuto il decano che ci ha detto: «Se nella vostra vita riuscirete a ottenere un posto a scuola di insegnante che sia nella vostra città e con un salario minimo che abbia una sua decenza, consideratevi fortunati». E quella cosa, diciamo, ci deluse molto. Mentre per 7 Emotions, oltre a una semplice banalità, e cioè che quello che siamo da adulti lo dobbiamo a ciò che abbiamo fatto nella nostra infanzia, voglio aggiungere che ho fatto un’esperienza totalmente nuova con gli attori. Nei miei film precedenti davo molte indicazioni agli attori, spiegando come volevo che stessero sul set, come volevo che recitassero. In questo film, invece, dove avevo nel cast ben dieci star del cinema polacco, ho usato un altro metodo: per ciascuno dei personaggi che dovevano essere interpretati ho scritto una biografia che partiva dal momento della nascita fino all’età che avevano al momento della loro prima apparizione sullo schermo. E ho consegnato agli attori questa biografia. Infatti, col tempo, mi sono reso conto che, dando troppe indicazioni agli attori, come facevo in precedenza, mi trovavo in contraddizione con questo mio intimo sentire: di non sapere – e di non voler sapere – il significato esatto di quello che metto nei miei film. Perciò la soluzione delle biografie è stato un modo per invitare loro a capire come recitare, come essere al momento del set. E quindi era l’attore che doveva dirmi come voleva recitare, in base alla biografia che avevo scritto per lui. E, alla fine, al momento delle riprese, facevamo solo due ciak.

Ma avete fatto molte prove?

Marek Koterski: Sì, sei mesi. In questo periodo, ciascuno di loro conviveva e in qualche modo viveva nella biografia che avevo scritto per loro e poi ogni tot giorni ci incontravamo per vedere come progrediva il loro lavoro sul personaggio. La cosa più bella di tutto questo è che nessuno di loro era sorpreso del fatto di dover recitare il ruolo di un bambino. Mentre io ero terrorizzato da questa idea, loro no.

Vedendo il film e le loro prove attoriali, si percepisce che si sono divertiti molto.

Marek Koterski: Non so se si sono divertiti, però ti posso dire che tutti gli attori che recitavano in ruoli di personaggi adulti erano invidiosissimi degli altri che interpretavano i bambini.

Ma vi è qualcosa di improvvisato, oppure gli attori seguono fedelmente quello che hai scritto nella sceneggiatura?

Marek Koterski: No, rispetto a quello che c’è scritto nella sceneggiatura, non cambia nemmeno una virgola. Per esempio Day of the Wacko ha i dialoghi tutti scritti in 13 sillabe, perché credo molto nel ritmo, che aiuta molto la percezione dello spettatore.

Come se fosse in versi.

Marek Koterski: Sì, tutti i testi che vedete nel mio cinema sono meditati e ragionati nell’arco di un tempo molto lungo.

Quanto ci metti per scrivere una sceneggiatura?

Marek Koterski: Da due a tre anni. Pensa che rispetto alla lunghezza normale di una sceneggiatura, che è di cento pagine, le mie – nelle prime stesure – sono di 1000 pagine. Per cui ogni volta, taglio qualcosa come 900 pagine.

Quindi per te la scrittura è la fase più importante della realizzazione di un film?

Marek Koterski: Devo dire in effetti che non mi considero un regista delle immagini, mi definisco più che altro un autore. Quando giro un film, faccio una prova sul set e mostro al direttore della fotografia, che è Jerzy Zielinski che ha lavorato anche in America, un grande, gli faccio vedere come si muoveranno gli attori. Quindi gli chiedo se è tutto ok, e subito dopo gli dico: ok, giriamo. Ricopro totale fiducia in lui.

Sempre in 7 Emotions c’è una scena che mi ha colpito molto, quella dell’impiccagione, che mi ha fatto tornare alla mente l’impiccagione nel Pinocchio di Collodi. Vi era un riferimento da parte tua?

Marek Koterski: No! Anzi, questa è la dimostrazione che lo spettatore è più intelligente del regista. [ride, n.d.r.] Io in realtà intendevo far riferimento a un terribile episodio di cronaca avvenuto in Polonia qualche anno fa.

C’è questo particolare curioso nei tuoi film, che il protagonista si chiama sempre allo stesso modo, Adas Miauczynski, un po’ come il Michele Apicella morettiano, anche se quello era interpretato sempre da lui, mentre il tuo Adas è incarnato da diversi attori nei differenti film.

Marek Koterski: Già. Devo dire che inizialmente mi identificavo molto con Adas, poi pian piano le nostre strade si sono divaricate, anche perché in fin dei conti credo di essere un po’ più felice di Miauczynski. Poi c’è da dire questo che il mio cognome ha come suffisso kot, che in polacco significa gatto, quindi Adas Miauczynski ha come suffisso miao. Nel primo film non c’era bisogno di cognomi, c’era solo Adas. Nel secondo film, invece, arriva una scenografa che mi dice che andava messa una targhetta per il nome del protagonista e che dunque serviva anche il cognome. E mentre mi scervellavo, ad un certo punto mi è venuta in mente la mia mamma che quando mi lamentavo mi diceva: non miagolare. E allora da qui è venuto il cognome.

Info
La pagina dedicata a Marek Koterski su IMDB

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