Beats

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Beats è il nuovo film del cineasta scozzese Brian Welsh. Un accorato e dolce racconto della generazione che a inizio anni Novanta pensava di potersi opporre alla società dell’ordine (propagandata tanto a destra quanto tra i “nuovi” laburisti di Tony Blair) a colpi di techno e rave. Al Torino Film Festival in Festa Mobile.

Grazie, signor Tony Blair

Scozia, 1994. Gli adolescenti Johnno e Spanner sono grandi amici ma qualcosa sta per cambiare: la famiglia del primo intende trasferirsi dai sobborghi in cui vivono in un quartiere residenziale; Spanner resterà invece in quel contesto di povertà e squallore assieme al fratello, un piccolo criminale. Ma i cambiamenti non sono solo logistici: Johnno è destinato a una buona scuola in attesa di una buona occupazione, mentre le prospettive di Spanner rimarranno prossime allo zero. Prima di separarsi Johnno e Spanner vogliono fare qualcosa che non hanno mai fatto: passare un’ultima notte assieme partecipando a un rave illegale… [sinossi]

Tony Blair, neoeletto leader del Labour Party, blatera dalla televisione indicando al popolo britannico le progressive sorti della Terza Via che da lì a qualche anno lo condurrà a Downing Street. Nei primi venti minuti di Beats compare più volte, sul piccolo schermo di un appartamento o di un negozio di elettrodomestici, il volto dell’uomo che pubblicizzò la nuova middle class senza diritti e che due lustri dopo disse all’Europa che Saddam Hussein poteva annientarci nel giro di mezz’ora con il suo arsenale bellico. Occorre infatti contestualizzare questa storia di amicizia, dolce e tenerissima, nel suo côté d’epoca per cogliere il sentimento prevalente del film e il valore del bianco e nero in cui il lavoro di Brian Welsh è girato. Il suo essere postumo, figlio di un’era tramontata e lontana, così conclusa da poter essere rammentata come in un sogno ma pure giudicata e severamente. Certo la scelta del bianco e nero può essere anche un omaggio a TwentyFourSeven (1997) di Shane Meadows o perfino a L’odio (1995) di Mathieu Kassovitz, come ha espressamente detto il co-sceneggiatore del film Kieran Hurley, autore dell’omonima pièce teatrale del 2012 da cui il film di Welsh è tratto. Un cognome, Welsh, che non può poi che richiamare quello di Irvine, lo scrittore di Trainspotting (1996), romanzo e in seguito film ambientato proprio in Scozia, esattamente come la storia d’amicizia tra Johnno (Cristian Ortega) e Spanner (Lorn MacDonald) che si trasformerà durante un moderno rito di passaggio, ossia un rave party condito di droga. Gli anni Novanta in ogni caso la fanno da padrone e vengono messi in scena con la precisione di chi ha conosciuto la coda lunga delle urticanti rivolte generazionali del Novecento, prima che il mondo cambiasse definitivamente.

L’intreccio forse non è dei più originali: Johnno e Spanner sono amici da tanti anni e si vogliono molto bene. Abitano nello stesso quartiere proletario, ma mentre Spanner non va più a scuola ed è vessato dal fratello, un piccolo ma violento criminale, la madre di Johnno si è accasata con un nuovo uomo, il poliziotto Robert (Brian Ferguson) che ha tutta l’intenzione di dare al figliastro una migliore educazione e un futuro come si deve. Per questo, rimirando le villette di fresca costruzione del quartiere residenziale, Robert convince la famiglia a trasferirsi. Johnno deve salutare Spanner, un saluto che non ha solo il valore di un distacco fisico ma esistenziale: i due sanno che le loro strade si divideranno poiché uno non ha prospettive mentre l’altro può entrare a far parte del ceto borghese… Una differenza che il regista Brian Welsh riesce a portare avanti come una corrente sotterranea per tutto Beats, commedia agrodolce senza manicheismi, capace di trattare rispettosamente i propri personaggi guardandoli per quello che sono: due adolescenti che non aderiscono ai ragionamenti degli adulti e vogliono solo esplorare il mondo stando assieme. Dandosi forza. Un teenage-movie dunque, in cui le famiglie sono un impiastro e i contesti abitativi desolanti, ma con gli amici si può avere il coraggio di sfidare il mondo. L’intreccio forse non è dei più originali, ma ci sono dettagli emozionali che fanno compiere a Beats un salto, rendendolo una rappresentazione veritiera e riuscita di un’amicizia e di un periodo che ha ormai festeggiato le nozze d’argento con la Storia: se il carosello di personaggi bizzarri e credibili va dal Dj techno (che fa il rivoluzionario ma in realtà vuole soprattutto calarsi acidi) all’agguerrita ragazza di periferia, è soprattutto grazie ai conflitti interni al plot che Beats assume valenza simbolica senza essere pedante. Oltre alla “dicotomia” tra un futuro piccolo borghese e un eterno sottoproletario, lo scontro principale è tra Johnno e il patrigno, un poliziotto, tra il desiderio di cercare il proprio posto nel mondo o la propria identità e la repressione, l’ordine sociale costituito. Un conflitto che, oltre a Meadows, non dispiacerebbe neppure a Paul Laverty, dalla cui penna potrebbero tranquillamente essere nati i personaggi principali di Beats. Tanto più che, come detto, in questo caso l’ordine costituito e il futuro poliziesco non arriveranno per mano dei brutti e cattivi Conservatori bensì a traino di Tony Blair col suo sorrisone.

La commedia teatrale da cui il film è tratto verte ancor di più sul contesto socio-politico e sul “moderno” partito laburista, su cui si innesta il racconto d’amicizia tra due adolescenti. Il film tiene sempre di sottofondo il primo aspetto, portando in primo piano l’affetto profondo tra due ragazzi destinati a separarsi, ma fa tornare prepotentemente alla ribalta la questione sociale nel finale, quando il conflitto tra ordine e volontà emancipativa sarà determinante. Se narrativamente la parte centrale del racconto non offre grandi idee di sceneggiatura o chissà quali sorprese, la scombinata tenerezza di Spanner riesce a salvare molte situazioni ed è interessante che il rave party sia per i due amici un’avventura come un’altra o una trasgressione che – come ripetono tutti dall’inizio alla fine – in realtà ha fatto il suo tempo. La scena del rave è comunque rilevante, essendo la meta di un percorso accidentato, perciò è visivamente molto divertente e danzereccia, ritmatamente “aritmica”, lisergica e colorata, liberatoria in un film per il resto molto “chiuso”, in stanze, in case, capannoni industriali abbandonati. Segni di mestizie ed esistenze che trascinano con sé il peso del probabile fallimento. Un’atmosfera cui il cinema britannico di ha ben abituato da tanti anni, ben lontano dalla propaganda di politici ruffiani che di certo non hanno fatto bene al loro Paese.

Info
Beats sul sito del Torino Film Festival.

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