Beirut Terminus

Beirut Terminus

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Presentato nella sezione Horizons of Arab Cinema del 41 Cairo International Film Festival, Beirut Terminus è un documentario in forma di esperienza visiva del regista libanese Elie Kamal, dove la martoriata storia recente, drammatica, del paese dei cedri è vista attraverso le riprese di una stazione ferroviaria dismessa e della rete di binari ormai coperti dall’erba.

La stazione dove i treni non arrivano più

Utilizzando la ferrovia abbandonata e ciò che resta di quella infrastruttura dismessa come scenario, il film intreccia fatti personali e storici facendo un viaggio contemplativo e geografico dalle stazioni ferroviarie periferiche del paese, verso la stazione centrale della sua capitale, Beirut, in un tentativo di analizzare, mettere in discussione e comprendere il passato del paese, il suo presente e il suo futuro incerto. [sinossi]

Un cavalcavia immerso nella nebbia. Con questa immagine si apre e si chiude il film Beirut Terminus, opera di Elie Kamal, presentata nella sezione Horizons of Arab Cinema del 41 Cairo International Film Festival. Si tratta di un atto di dolore, un lamento per la tormentata storia recente del Libano, per la sanguinosa guerra civile che per quindici anni ha sconvolto il paese, lasciando non pochi strascichi, mentre ora il Libano non viene risparmiato dalle onde telluriche di conflitti nei paesi limitrofi, atavici, che sembrano non finire mai, quello israelo-palestinese, quello in Siria. Beirut Terminus è un’opera visiva documentaria, dove il racconto delle vicissitudini storiche del paese, che si intrecciano con quelle personali del regista, è fatto in voce off, in prima persona, un flusso narrativo che accompagna un flusso di immagini di abbandono e distruzione, in cui tuttora gravano le infrastrutture di trasporto su ferro della capitale del paese. Binari ormai dismessi e ricoperti d’erba, con galline, cagnolini e tartarughe che vi scorrazzano tranquillamente, vecchie stazioni ormai in disuso da anni, fatte di mura incrostate, coperte di scritte che inneggiano ad Assad o a leader contrapposti, con le strutture metalliche completamente arrugginite.

Una volta era una gloriosa stazione centrale e terminale, la stazione Rayak, costruita nel 1918 nello splendore dell’Impero Ottomano. Un tempo la rotaia divideva la città nelle sue diverse zone etniche, quelle che poi sono entrate in conflitto l’una con l’altra. Gli edifici delle stazioni, e i vagoni, sono poi stati presi dall’esercito e adibiti a celle e camere di tortura per gli oppositori. E poi, in mutate condizioni geopolitiche, i vagoni sono stati occupati dai rifugiati. Il paese è entrato in quell’incubo da cui sembra non essersi mai più ripreso, e in cui non si vedono spiragli. E ancora, dopo il restauro della rete ferroviaria in tempo di pace, il rinnovato servizio è durato poco e le autorità, con rassegnazione, hanno convenuto di dismetterlo nuovamente, in quanto ambiente irrimediabilmente insicuro, per la microcriminalità, gli atti vandalici. Sembra non esserci speranza per il paese. A ciò si aggiunge l’interruzione dell’oleodotto che attraversava il Libano facendogli giocare una posizione strategica. La storia si ripete, non dà tregua. Evidente il potenziale metaforico per un paese ancora prigioniero di tensioni sociali ed etniche, ricettacolo di guerre per conto terzi, sfruttato dalle potenze regionali, Siria, Israele.

La camera di Elie Kamal entra, vaga, carrella in questi luoghi dismessi, incrostati, vestigia di un passato di prosperità. Il suo approccio è puramente visivo, il suo è un viaggio nella desolazione, nella disfatta del paese. Non ci sono protagonisti se non il paesaggio degradato. Ma l’approccio non è puramente naturalistico o documentaristico. Il regista lavora molto sull’immagine in post-produzione, con la color correction. Crea una serie di immagini con parti virate in color rosso fuoco, che richiamano o al sangue che in quel territorio è stato versato, o a paesaggi autunnali, di un paese al suo stato terminale. E poi i vagoni che diventano delle sale cinematografiche, nuove caverne platoniche in cui sono proiettate delle immagini interne. Si torna infine in quel cavalcavia immerso nella nebbia, si esce dalle rovine ferroviarie per tornare sul traffico, caotico, su gomma, della città. Beirut Terminus è il viaggio in una zona morta, come la Zona di Stalker, che rappresenta l’innocenza perduta, e mai più ritrovata di quel paese, di quello che una volta era chiamato il paese dei cedri, la Svizzera del Medio Oriente per la sua ricchezza.

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