Le choc du futur

Le choc du futur

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Esordio del musicista Marc Collin, Le choc du futur tenta di raccontare la nascita della musica elettronica alla fine degli anni ’70, incarnando l’intuizione del suono del futuro nella figura di una ragazza che, reclusa in uno studio, sperimenta con sintetizzatori di vario genere. Ma il risultato è privo di drammaticità e di tensione per un film totalmente amorfo. In concorso al Torino Film Festival.

Elettroshock

Parigi 1978. Una ragazza cerca di farsi strada nel mondo musicale producendo electro music in totale autonomia; tra sintetizzatori e macchine avveniristiche Ana compone la musica del futuro, in lotta contro un mondo che sembra sordo di fronte al suono che verrà. [sinossi]

Appare subito chiaro che all’esordiente Marc Collin, co-fondatore del gruppo Nouvelle Vague, interessa ben poco la costruzione di conflitti e personaggi a favore della musica, del suono, dell’ambiente sonoro. Così Le choc du futur, presentato in concorso alla 37esima edizione del Torino Film Festival, è totalmente privo di drammaturgia, tutto teso a farci attrarre da quella musica elettronica che alla fine degli anni Settanta era la musica del futuro, prossima a esplodere nel palcoscenico mondiale e a provocare lo choc del titolo. Il problema – ed è un problema banale, ma serio – è che Marc Collin, al contrario, fa finta di avere a cuore la costruzione drammaturgica, altrimenti non avrebbe messo in scena il personaggio di una giovane musicista che, reclusa in uno studio avuto a prestito da non si sa chi, riceve continuamente visite da amici, colleghi, tecnici e cantanti – rigorosamente uno per volta -, con cui intavola discussioni musicali, ma soprattutto si confronta su questa sua esigenza esistenziale di realizzare la musica che sente di poter un bel giorno riuscire a fare.

Vale a dire che Le choc du futur avrebbe avuto senso se avesse deciso di puntare davvero sulla musica, fregandosene di tutto il resto, mentre invece Collin, che si approccia alla materia cinematografica con eccessivo timore reverenziale, ha sentito il dovere – o, forse, qualcuno gli ha detto che avrebbe dovuto fare così – di costruire una sceneggiatura tradizionale, cosa su cui si è misurato con scarsissimi esiti. Va a finire che la musica viene persino continuamente interrotta, piena zeppa di brani dei più svariati musicisti con cui Collin ha voluto inzeppare il suo film, tanto da far venire il sospetto che il 90% del budget di Le choc du futur sia stato destinato proprio al pagamento del diritto d’autore, a danno di elementi più banali ma essenziali, come le location. Infatti, per quasi tutto il film – ad eccezione di una passeggiata sulle rive della Senna e di uno studio di registrazione -, l’unico set in cui siamo costretti a stare è il monolocale-studio della protagonista (la nipote di Jodorowsky, Alma, ben poco a suo agio), che si rivela ben presto una prigione claustrofobica per il regista, per i personaggi e, soprattutto, per lo spettatore.

Va a finire così che in questa forzata stasi appaiono ancora più evidenti le manchevolezze drammaturgiche di Collin e, ancor più, tutto sembra pesantemente artefatto, a partire dalle già citate visite che la ragazza riceve continuamente per passare ai gesti più semplici; infatti, anche il solo girare le manopole del sintetizzatore suona finto, posticcio, ripetitivo, sempre uguale, così come persino l’indossare gli occhialoni da vista da parte della ragazza è un altro gesto cui assistiamo continuamente e che ogni volta ci sembra più falso, più stonato, inutilmente teatrale e meccanico, come se ogni volta la nostra eroina li indossasse per la prima volta, incapace di capire come si inforchino con naturalezza.

Ma quel che è peggio, infine, è che quella festa che viene ripetutamente promessa dalla ragazza sin dall’inizio di Le choc du futur e che ben presto si arriva ad attendere con ansia, nella speranza di vedere qualche personaggio in più e un po’ meno di stasi, finisce per risultare un completo disastro, visto che il monolocale-monolocation non permette di fingere l’assembramento tipico di una serata festante e dunque vengono inquadrate sempre quattro o cinque persone per volta, con il montaggio che ha cercato di ovviare – maldestramente e vanamente – all’assenza di spazio e di figuranti. Peccato, perché l’apertura di Le choc du futur prometteva ben altro e faceva sperare in una reincarnazione o rivisitazione del mumblecore, delizioso genere indie che scoprimmo proprio qui a Torino qualche anno fa, grazie a film come Computer Chess e Drinking Buddies.

Info
Le choc du futur sul sito del Torino Film Festival.

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