Midway

Serrata descrizione degli eventi intercorsi tra l’attacco di Pearl Harbor e la Battaglia nell’omonima isola del Pacifico, Midway di Roland Emmerich dissemina il suo resoconto cronachistico di personaggi e situazioni, ma manca l’obiettivo di dar vita a un affresco centrato e sensato.

Onore e fragore

La storia vera della Battaglia delle isole Midway combattuta nel Pacifico da giapponesi e americani tra il 4 e il 6 giugno 1942, punto di svolta cruciale della Seconda Guerra Mondiale. [sinossi]

Celebrazione delle gesta di una schiera assai nutrita di soldati – molti realmente esistiti – Midway di Roland Emmerich intesse numerose vicende militari attorno a due eventi centrali della Seconda Guerra Mondiale: l’attacco giapponese alla base USA di Pearl Harbor (che provocò l’ingresso americano nell’agone bellico) e la rivalsa statunitense nell’isola del Pacifico cui fa riferimento il titolo, una vittoria decisiva per le sorti del conflitto. Fautore di numerosi blockbuster fracassoni del calibro di Independence Day e relativo sequel, Godzilla e The Day After Tomorrow, ma anche di sofisticate rievocazioni “in costume” come Anonymous (sul poeta inglese Edward de Vere) e Stonewall (sull’omonima rivolta della comunità omosessuale di New York), il regista teutonico affronta ora l’impresa cine-bellica senza l’abituale humour delle sue sortite nel fantastico, né il rigore autoriale dei film di impianto storico.

Se rigore c’è in Midway non è infatti da individuare nella scelta di un punto di vista personale, etico o morale sulla storia narrata, piuttosto risiede tutto nella ferma volontà di restituire gli eventi storici in maniera fedele. Ne consegue che il film appare a tratti freddo, distante, troppo attento a non sbagliare, nel suo costante voler rispettare e celebrare gli eroi delle due battaglie messe in scena.

In principio tre paiono le linee narrative portanti: ci sono il pilota Dick Best (Ed Skrein) sulla portaerei USS Enterprise e i suoi compagni, poi c’è l’ufficiale dell’intelligence della marina Edwin Layton (Patrik Wilson) e ci sono i giapponesi che ordiscono i loro piani: l’ammiragio Isoroku Yamamoto (Etsushi Toyokawa) e l’ufficiale Tamon Yamaguchi (Asano Tadanobu). Quando poi compaiono anche Aaron Eckhart nei panni di un pilota che precipita in territorio cinese nonché Woody Harrelson in quelli dei nuovo capo dell’Intelligence (dopo il fallimento di Pearl Harbor) il racconto del film sembra davvero sul punto di decollare. E invece no, ai due personaggi, così come a quello incarnato da Dennis Quaid, Midway non assegna poi granché da fare, relegandoli ai margini di quella che resta sempre una composizione di linee narrative involute, pronte solo a convergere nella battaglia finale. Nella quale tra l’altro, unica nota di cinefilia gustosa, fa la sua comparsa anche John Ford (Geoffrey Blake), che filmò in 8mm lo scontro e vi venne anche ferito.

Midway si configura dunque come un affastellarsi di personaggi e strategie militari, con scarso spazio riservato al privato dei vari protagonisti. Si veda in tal senso la costruzione del personaggio di Best, sbruffone senza essere ironico, complessivamente poco empatico e dunque semplicemente tronfio. Gli fa eco poi la moglie, incarnata da Mandy Moore, se possibile ancor più superba e niente più. Di fatto tutti i personaggi del film, proprio come i due su citati, non riescono a staccarsi dallo sfondo storico in cui sono incastonati, restando figurine bidimensionali in una rievocazione de-problematizzata e pertanto poco coinvolgente.

Essere infedeli è forse una delle qualità principali di un qualsiasi adattamento (sia esso letterario o storico) per il grande schermo che possa dirsi riuscito, e rinunciando a questo la cronistoria firmata da Emmerich non offre molti appigli né da un punto di vista della partecipazione spettatoriale né, paradossalmente, da quello della retorica patriottica. Anche quest’ultima, infatti, necessita di una costruzione narrativa che passi anche in maniera “spuria” attraverso il privato dei personaggi, le loro debolezze e il relativo portato tragico. Tutto ciò manca in Midway che oltretutto, anche nelle sequenze aeree e navali, che dovrebbero essere il suo punto forte, segue una grammatica per immagini piuttosto elementare ed elementare. Il punto di vista prescelto è quello dall’alto di una soggettiva o semisoggettiva dei piloti, che spinge però pericolosamente, mancando il dramma umano dei personaggi, verso una visione da videogame che anziché apparire avveniristica o innovativa, complice anche la pallida fotografia firmata da Robby Baumgartner, sembra alquanto d’antan.

Come già nel precedente Independence Day – Rigenerazione anche in Midway la compagine produttiva prevede poi una partecipazione cinese, che in qualche modo deve aver influenzato le scelte tiepide e poco incisive di Emmerich. Ma l’occasione era d’altronde assai ghiotta per gli storici nemici del Sol Levante. Ai giapponesi, non a caso, e nonostante la sua cospicua presenza in scena, è attribuito solo l’abituale cliché dell’onore del kamikaze, come ben dimostra l’arco del personaggio incarnato da Asano Tadanobu. Cartolina illustrata esangue e poco centrata, Midway pare un film indirizzato agli studenti di Storia e agli aspiranti piloti dell’aeronautica, dove Emmerich si tira eccessivamente indietro, svanendo in un fuori campo non-autoriale che non rende giustizia al suo talento.

Info: La pagina dedicata a Midway sul sito della Eagle Pictures. Il trailer di Midway.

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