Greener Grass

Greener Grass

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Apre squarci inattesi, Greener Grass, esordio al lungometraggio per Jocelyn DeBoer e Dawn Luebbe, entrambe anche protagoniste: surrealismo, grottesco, ribaltamento continuo e sarcastico del reale, in una versione drogatissima e beota di Desperate Housewife. Peccato che al di là delle coloratissime e deliranti intuizioni il film non decida mai di scavare in profondità, né nella messa alla berlina della buona borghesia statunitense né nelle codifiche dell’immaginario. Curioso, così curioso da poter ambire al ruolo di film di culto (ma sarebbe un po’ troppo). Al Torino Film Festival in After Hours.

L’erba del vicino

Jill e Lisa hanno accompagnato i rispettivi pargoli alla partita di calcio, e Jill decide di regalare la propria neonata all’amica. Nel frattempo, nel contesto suburbano in cui tutti guidano macchinine elettriche, una ragazza viene trovata cadavere. Questo non distoglie Jill e Lisa dalla loro gara personale, quella di riuscire a trionfare l’una sull’altra. La situazione precipita per Jill, già pentita di aver regalato la sua piccola Madison a Lisa, quando anche il suo maschietto Julian si lancia in piscina trasformandosi in un cane. [sinossi]

Non è difficile immaginare un futuro da cult-movie per Greener Grass, esordio a quattro mani nel lungometraggio per Jocelyn DeBoer e Dawn Luebbe; anzi, ci si stupirebbe del contrario. I contorni sembrano infatti già essere ben delineati: un indie trasognato, delirante, che gioca con i miti della borghesia statunitense sovvertendoli e spinge il pedale sull’acceleratore per quel che concerne il bizzarro, categoria a sé stante che in pochi (va detto) sembrano oggi voler maneggiare, un po’ per paura un po’ per disinteresse. Rivela una natura a suo modo quasi pleonastica questo racconto di guerra senza quartiere tra “soccer mom” (così vengono definite le donne, per lo più wasp, che in contesti suburbani sono impegnate per la maggior parte del tempo a seguire i figli nelle attività extrascolastiche), quasi si trattasse di un UFO atterrato sulla Terra direttamente dagli anni Settanta: sotto il dipinto artefatto di una pulizia dell’immagine che riflette la pulizia di una società disinfettata e asettica si cela lo scarabocchio, che guarda a veri deturpatori del kalos kai agatos come John Waters. Dagli apparecchietti per tenere i denti dritti, più dritti che si può, fino ai barbecue, ai concerti per sassofono dei figli, alle lezioni di judo dei figli, alle lezioni scolastiche dei figli (che devono indicare a quali parenti attribuire determinate malattie mortali), alle gare sportive dei figli, tutta l’architettura visiva – e tematica – di DeBoer e Luebbe, anche interpreti nei due ruoli principali, volge lo sguardo in direzione di Waters. Non è però un film in odorama, Greener Grass, e non è un dettaglio di second’ordine. Ma occorre procedere per gradi.

Greener Grass sorge, come un’araba fenice tossicomane, dalle ceneri di un cortometraggio omonimo firmato sempre a quattro mani dalle due registi e attrici, ma solo in veste di sceneggiatrici: la regia in quel caso, nel 2015, la portò a termine Paul Briganti. Luebbe e DeBoer diressero comunque nel 2017 The Arrival, che a suo modo può sempre essere inteso come un lavoro preparatorio alla sfida del lungometraggio: in quel caso un bimbo si vendicava della madre, colpevole di aver dato alla luce un nuovo bebè, e si procurava dunque a sua volta una seconda genitrice. È evidente come l’intento sia sempre quello di affondare la lama nella buona borghesia a stelle e strisce, alzando la polvere da sotto il tappeto e impiastricciando quelle case perennemente linde e pinte. Sotto questo punto di vista non ha poi tutti i torti chi dopo aver visto il film ha tirato in ballo anche il David Lynch di Velluto blu, dove l’incipit con la celeberrima canzone di Bobby Vinton passava in rassegna quel mondo fatto di case a schiera, giardini sempre in ordine, vicini sorridenti e gentili, pompieri pronti a salutare ondeggiando la mano. Un mondo illusorio, che Lynch (come il già citato Waters) faceva deflagrare mostrandone il marciume, il lato oscuro della strada. Luebbe e DeBoer si divertono, nel mettere in scena una oramai sconvolta Jill che scappa di notte guidando la sua golf-car, a riprendere l’inquadratura della linea di mezzeria che tanto senso assume in Strade perdute di Lynch, ma la fuga psicogena qui non avviene. Resta solo l’inquadratura, costruita con ingegno e gusto della sovversione, ma senza una reale sovversione.
Ancora una volta è forse qui che si può trovare la chiave di volta per comprendere pregi e vizi di un’operazione come Greener Grass, che mette alla berlina un intero mondo ma lo fa solo ed esclusivamente per giocare, come se il set fosse il campetto di calcio su cui scorrazzano i figli di queste perfette e mostruose famiglie della buona borghesia – campetto che si scoprirà essere il cimitero locale in uno dei tanti, troppi calembour del film.

Alle due registe e sceneggiatrici di certo non manca l’inventiva, visto che in un’ora e mezzo riescono a inventarsi tutto e il contrario di tutto: un serial killer impacchettatore, bambini che si lanciano in piscina per uscirne fuori trasformati in cani, neonate regalate all’amica/nemica, capelli che sanguinano una volta tagliati, deliranti programmi televisivi, coppie che si baciano senza accorgersi di essersi scambiati i rispettivi partner. Si potrebbe continuare a lungo, ma come si sarà compreso il vero oggetto del pubblico ludibrio è Desperate Housewife. Ed ecco allora svelato l’arcano: Greener Grass non sa volare troppo in alto, rimanendo imbrigliato nella sua strampalata forma, perché il paradigma culturale che sta cercando di sovvertire non è nella società, ma è già a sua volta una rappresentazione non priva di sarcasmo della realtà. Nell’accumulo di materiali così tesi verso la stravaganza non si può dunque cogliere una vera e concreta riflessione sull’immaginario condiviso, sul conformismo, ma solo un divertissement, che il bersaglio lo saprebbe anche cogliere se solo gli interessasse davvero. Così non è, probabilmente. Eppure, come si scriveva dianzi, non sarebbe così strano scoprire che questa creatura psicotropa è diventata un oggetto di culto. Il problema è che un tempo gli eversori del sistema tali lo erano davvero, e sventravano l’ordinarietà a colpi di visionario (a Waters e Lynch si potrebbe aggiungere Brian Yuzna e il suo Society – The Horror); oggi ci si limita a sorridere, ma a conti fatti anche dopo tutto quello che è accaduta le splendide e linde magioni dei protagonisti sono sempre lì, pronte a essere inquadrate senza sbavature.

Info
Greener Grass sul sito del Torino Film Festival.

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