Il grande passo

Il grande passo

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Con Il grande passo il veneziano Antonio Padovan torna alla regia dopo Finché c’è prosecco c’è speranza. La sua commedia però è faticosa, scritta in modo approssimativo, troppo fragile per reggere il peso delle proprie, non indifferenti, ambizioni. In concorso al Torino Film Festival.

Un piccolo passo per l’umanità

Dario ha costruito un razzo per andare sulla Luna: il lancio, da un campo del Polesine, non riesce e anzi l’uomo brucia involontariamente l’appezzamento di terra del vicino. Le autorità del luogo, per risolvere la faccenda, chiamano il fratellastro di Dario, Mario, che vive a Roma con la mamma e che praticamente non conosce il figlio di primo letto del padre (che del resto ha abbandonato anche lui). Dopo qualche perplessità, Mario si reca nel profondo Veneto per dare una mano al fratellastro… [sinossi]

“Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità”: la celeberrima frase di Neil Armstrong riecheggia nel secondo lungometraggio del veneziano Antonio Padovan in Concorso al 37° Torino Film Festival. Il grande passo del titolo è qui, invece, privato e personale, compimento di un sogno e contemporaneamente superamento delle illusioni. Dario Cavalieri (Giuseppe Battiston) vuole andare sulla Luna da quando, assieme al padre che poi lo ha abbandonato, ha visto lo sbarco del 1969 in tv. Il bambino è diventato adulto e, passati 50 anni, ha costruito un razzo per raggiungere il satellite della terra perché – come gli ha detto il papà – l’uomo, a differenza degli animali, sogna e ha sempre nuovi orizzonti da inseguire. È proprio nell’intento di centrare l’obiettivo, dunque di spararsi in aria con una navicella, che “conosciamo” Dario in una prima scena straniante per il cinema italiano, non troppo abituato a mostrare elementi fantascientifici e in cui la colonna sonora del grande Pino Donaggio ricorda volutamente le musiche di John Williams quando è proprio in vena di magniloquenza. Un incipit assolutamente spielberghiano insomma, con un tizio in mezzo alla campagna che entra in un razzo e pensa ragionevolmente di poter abbandonare questo pianeta un po’ come fa Richard Dreyfuss nel finale di Incontri ravvicinati del terzo tipo. Il tentativo fallisce e l’incontro ravvicinato che aspetta Dario è al massimo quello con la giustizia e magari con l’istituto psichiatrico: nel paesino del Polesine in cui vive, del resto, è considerato un po’ da tutti il matto del villaggio, il pazzoide misantropo soprannominato “luna storta” per via della sua ossessione. Per salvarlo dal Tso c’è una sola possibilità: chiamare il fratellastro di Dario, Mario (Stefano Fresi), che vive a Roma con la madre e, sereno come il sole, gestisce con lei un negozio di ferramenta. I due fratelli si sono visti soltanto una volta, il padre che hanno in comune ha lasciato sia l’uno che l’altro, e di primo acchito non sembrerebbero destinati ad andare d’accordo. Eppure quel padre inaffidabile, bugiardo, truffaldino e pieno di debiti, che non risponde ai figli neppure quando sono in difficoltà, ha segnato entrambi profondamente. Per farla breve, insomma, Mario raggiungerà Dario e tra loro nascerà un po’ alla volta un rapporto sincero e pieno di comprensione…

Dopo la prima sequenza lo spettatore farà bene a dimenticare Spielberg, l’azzardo della fantascienza, il genere, ma pure le sottigliezze implicate nel personaggio di Deryfuss per non parlare del contesto politico evocato da Incontri ravvicinati. Insomma farà bene proprio a non pensarci neanche lontanamente. Perché in realtà il sistema solare attorno cui tutto ruota, ne Il grande passo è solo una poco credibile storia famigliare con un personaggio almeno cinquantacinquenne che non ha fatto altro, per l’intera vita, che costruire un razzo lunare con cui assecondare la propria idealizzazione del padre. Il superamento del papà stronzo e delle domande lasciate inevase dalla sua assenza è il vero grande passo che i due consanguinei (l’idea che Battiston e Fresi possano essere credibili congiunti è una delle poche intuizioni del film) devono compiere per maturare veramente, ma il personaggio di Battiston è veramente fuori fuoco. In maniera molto poco ispirata verrete scaraventati da Spielberg alle meste lande dei film di Mazzacurati per assistere alla progressiva fiducia reciproca tra due fratellastri sconosciuti (destinati chiaramente a diventare sodali e complici), vedere il bar di paese con le macchiette del caso e la bella signorina piena di idealismo che però sta con il riccastro della zona (e, pur con tanto idealismo negli occhi, non si direbbe intenzionata a lasciarlo). Tra un pasto di uova sode e una cena col pollo al forno e patate, Mario si emancipa un po’ dalla madre mentre Dario ondeggia tra la paura di essere effettivamente suonato e la convinzione che i sogni non son solo desideri chiusi in fondo al cuor ma cose da mettere in pratica. Sospeso senza una soglia stilistica autentica tra il racconto di uno che veramente ha costruito una navicella per andare sulla luna e la risaputa storiella famigliare, Il grande passo è piuttosto prevedibile ma riesce persino a essere involuto nell’intreccio. In sostanza del tutto realistico, il film fatica infatti a reggere l’atipica trama di un tizio di mezza età che si occupa di razzi lunari nella campagna veneta senza essere ridicolo: il mélange lascia un po’ basiti e forse basta limitarsi a dire che la commistione tra elementi non è riuscita, non tiene proprio. Peccato perché qualche follia ogni tanto farebbe bene al cinema italiano. Il problema però è sostenere la surrealtà, o il genere fantastico, o la bizzarria, non usandoli come meri elementi “simpatici” appiccicati a una storia nota e stravista nel tentativo di renderla meno sdrucita.

Info
Il grande passo sul sito del Torino Film Festival.

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