Scream, Queen! My Nightmare on Elm Street

Scream, Queen! My Nightmare on Elm Street

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Prendendo le mosse dalla storia della ricezione di Nightmare 2 e dalla vicenda privata dell’attore Mark Patton, il documentario Scream, Queen! My Nightmare on Elm Street di Roman Chimienti e Tyler Jensen allarga in realtà lo spettro della sua analisi verso intelligenti affondi, intrecciando storia e cultura al ruolo del cinema nella società. Al Torino Film Festival per After Hours.

Se il sottotesto è testo

Nel 1985 il regista Jack Sholder realizza Nightmare 2 – La rivincita, rapido sequel del capostipite della saga horror inventata da Wes Craven con protagonista il personaggio di Freddy Krueger. Come attore protagonista viene convocato il venticinquenne Mark Patton, omosessuale non dichiarato e catapultato in un film che in breve tempo viene additato come raro esempio di “gay horror”. Vittima del pregiudizio, Patton sceglie di allontanarsi subito dalla carriera d’attore, rifugiandosi a Puerto Vallarta in Messico e dedicandosi a tutt’altra attività. Finché molti anni dopo Nightmare 2 – La rivincita va incontro a una rivalutazione anche in virtù dei suoi sottotesti omoerotici, e Patton decide di fare i conti col proprio passato… [sinossi]

Nata dalla fantasia di Wes Craven e successivamente passata di mano in mano (anche di nuovo in quelle di Craven), la saga di Nightmare costituisce uno dei pilastri fondamentali dell’horror americano anni Ottanta/Novanta, e il suo protagonista Freddy Krueger, col guanto di lame, il maglioncino a righe, il cappello e il viso bruciato, probabilmente il mostro più iconico della sua generazione, data anche l’originale collocazione del suo raggio d’azione, ossia la sfera onirica. Negli otto capitoli di cui è composta la longeva serie cinematografica con protagonista Robert Englund, è cosa nota che tra le occasioni più deboli si collochi il secondo film, Nightmare 2 – La rivincita (1985) di Jack Sholder, realizzato in tutta fretta senza l’apporto di Wes Craven per cavalcare l’enorme successo del film capostipite. A detta di molti si tratta del capitolo che più di tutti tradisce lo spirito originario della saga, espellendo Freddy Krueger dalla sua tipica dimensione onirica e tramutando le nefaste influenze del personaggio in una pura e semplice possessione psico-fisica.

Fin da subito però Nightmare 2 sollevò un dibattito intorno al proprio sottotesto omoerotico, filone di discussione che almeno sulle prime mescolò un po’ a casaccio la critica cinematografica con il gossip. Tale interpretazione fu prima smentita dal regista Sholder e dallo sceneggiatore David Chaskin, il quale però molti anni dopo ammise di aver inserito volutamente una serie di inside jokes per conferire alla vicenda del giovane Jesse un riflesso di omosessualità rifiutata – in sostanza, la battaglia con Freddy Krueger, che emerge letteralmente dal corpo del ragazzo, si configurerebbe come ingaggiata contro le proprie pulsioni gay. Stando al bel documentario Scream, Queen! My Nightmare on Elm Street di Roman Chimienti e Tyler Jensen, ciò avrebbe causato il repentino abbandono della carriera cinematografica da parte dell’attore protagonista, l’allora venticinquenne Mark Patton. Poiché all’epoca dell’uscita in sala, alle prime avvisaglie di una rapida catalogazione del film come “gay horror”, lo sceneggiatore David Chaskin si smarcò, definendo tale sottotesto come involontario e derivato dall’eccessivo carattere effeminato di Patton.

Senza volere Chaskin mise in luce precocemente uno dei tratti più originali del film di Sholder, e cioè la sostituzione della tradizionale ragazza perseguitata da horror americano con un ragazzotto urlante almeno quanto le colleghe femminili. Mark Patton rinnovò infatti lo stilema della “scream queen” lanciandosi in grida squarcianti nel confronto con Krueger, a fianco di una serie di atteggiamenti al di sopra dei generi tradizionali che devono molto anche a una certa diffusa androginia anni Ottanta. Più o meno volontariamente le parole di Chaskin costituirono un outing, poiché Patton era davvero gay (ovviamente ben nascosto, secondo le regole non scritte dello star system dell’epoca), e di lì a poco furono in molti nell’ambiente a dire al ragazzo che nessuno l’avrebbe più preso sul serio per ruoli eterosessuali e che per continuare la sua carriera avrebbe dovuto limitarsi a un profilo di caratterista. Di tutta risposta Patton abbandonò la professione dell’attore e fece perdere le proprie tracce, trasferendosi a Puerto Vallarta in Messico e dedicandosi a tutt’altre attività.

Salvo poi ritornare sulla breccia a distanza di molti anni quando Nightmare 2 – La rivincita ha visto una massiccia rivalutazione quantomeno come oggetto di studi sociologici, di costume e di teoria gender. È lo stesso Patton ad aver coprodotto Scream, Queen! My Nightmare on Elm Street, mettendosi davanti alla macchina da presa per fornire un ritratto/autoritratto che da un’originaria vena di gossip da show business si allarga in realtà verso plurime direzioni, intrecciando un appassionante resoconto di un percorso di vita, le sue risonanze nelle evoluzioni del costume degli ultimi trentacinque anni, e una vera e propria ricognizione (sorprendentemente ampia, invero) intorno alla cinefilia anni Ottanta, al significato culturale dell’horror, alle sue importanti ricadute nei processi di autocoscienza della comunità gay. Infine, e con esiti davvero strabilianti, intorno ai destini dell’intera cultura occidentale e dei suoi pregiudizi da metà anni Ottanta a oggi.

Cosicché, partendo dai presupposti di un prodotto mirato alla curiosità dei fan di Nightmare o di cinefili in senso lato, Scream, Queen! My Nightmare on Elm Street scarta dal suo originario orizzonte ristretto per aprirsi a un’analisi profondamente intelligente di un decennio, gli anni Ottanta, colorati ed enfaticamente moderni, ma che alla luce dell’esperienza di Mark Patton (e del tempo trascorso in mezzo) si delineano in realtà come una bizzarra e caramellosa preistoria fitta di paletti culturali. Dall’esperienza di Patton passa il flagello dell’AIDS (il compagno di Mark, Timothy Patrick Murphy, anch’egli attore, morì di AIDS nel 1988 contagiando anche Mark stesso), la conseguente fine della libertà erotica degli anni Settanta, la morte di Rock Hudson – un vero e proprio spartiacque culturale, le regole di uno show business ipocrita e fascistoide (per partecipare a telefilm e soap opera si costringevano gli attori a fare le analisi del sangue) che semplicemente rispecchiava le modalità di un intero mondo bigotto e spaventato.

In funzione della loro analisi i filmmaker Chimienti e Jensen adottano un linguaggio cangiante e multiforme, che mescola in un unico flusso ininterrotto materiali di repertorio e pedinamenti/interviste a Mark Patton, per registrare poi una reunion della troupe di Nightmare 2 – La rivincita e, soprattutto, un emozionante incontro tra Patton e lo sceneggiatore David Chaskin, che sulle prime si era rifiutato di partecipare alla reunion. Vi è almeno un’accusa, lanciata da Patton contro Chaskin, che costituisce un inaspettato affondo nelle dinamiche di ricezione del cinema. Patton afferma infatti che Chaskin abbia negato l’intenzionalità omoerotica del suo script finché questo non si è poi tramutato con gli anni nel risvolto interessante del film, effettiva ragione della rivalutazione a cui l’opera di Jack Sholder è andata incontro. A quel punto, secondo Patton, Chaskin ha fatto proprie le sopravvenute letture sociologiche a posteriori affermando di aver sempre pensato al suo script in questi termini di sottotesto. Al di là di dove stia la verità, Chimienti e Jensen (e Patton stesso, soprattutto) giungono a suscitare interessanti riflessioni intorno all’idea di testo e sottotesto, alla sua indefinitezza, al suo collocarsi sull’ambiguo crinale tra consapevole e inconsapevole, e principalmente alla sua capacità di costituirsi in fieri, nel passar degli anni e nelle mutate condizioni di ricezione.

Certo, a rivedere oggi anche solo i pochi frammenti di Nightmare 2 inseriti in questo documentario viene da chiedersi dove potesse essere il dubbio riguardo alla cornice gay (i deretani sculettano, il protagonista finisce in un gay bar popolato di leather, l’allenatore viene sculacciato da un asciugamano sotto la doccia…), ma probabilmente per la ricezione del tempo si trattava di spunti semplicemente ironici, che spesso pullulano negli horror anni Ottanta e non. E che semmai si collocavano, come giustamente sottolinea lo sceneggiatore, più nel territorio dell’omofobia goliardica, assai diffusa nei teen movie di allora, che del sottotesto omoaffettivo. Del resto, su questa linea si rintracciano nel film di Chimienti e Jensen anche interessanti analisi del rapporto in ambiente-cinema tra omosessualità e mostruosità, interpretazione perfettamente assumibile in un’opera come Nightmare 2 che vede un giovane combattere con un mostro letteralmente partorito dalla sua pancia.

In qualche modo Scream, Queen! My Nightmare on Elm Street finisce per delinearsi come un percorso di espiazione che si conclude con una significativa restituzione di un’esperienza. Prima nascostosi in Messico per anni, lontano da qualsiasi desiderio di condividere il senso della propria esistenza, Mark Patton si trasforma poi non solo in un attivista gay e in un simulacro vivente pronto a firmare autografi per giornate intere in fiere per cinefili, ma anche in testimone di processi culturali, avviatisi negli anni Settanta e tuttora in atto. Ed è ulteriormente significativo che tale percorso trovi la sua conclusione nell’incontro con David Chaskin, un bagno finale di onestà, sincerità e rigenerazione. Vi è infine tutt’un altro filone estremamente interessante nel documentario di Chimienti e Jensen, la storia parallela di una ricezione cinematografica altra. Emerge questo dalle testimonianze di spettatori gay che si dicono entusiasti, da ragazzi, dei lievi sottotesti concessi dal cinema alla loro identità. In assenza di un cinema diretto anche a loro, un film come Nightmare 2 si trasformava al tempo in manna dal cielo per una fetta di pubblico inutilmente in cerca di un cinema che riservasse anche a loro i piaceri dell’identificazione insiti nei teen movie a carattere eterosessuale. Il documentario di Chimienti e Jensen si trasforma dunque in un’opera di analisi storica dai mille rivoli, di microstoria e macrostoria, e di storia “sotterranea”. È sufficiente evocare l’assenza di un cinema progettato per l’immedesimazione omosessuale a dare la misura di un’epoca e del disagio esistenziale di intere generazioni rimosse dall’orizzonte sociale.

Denso di informazioni e stimoli, Scream, Queen! My Nightmare on Elm Street non mostra un linguaggio raffinatissimo soprattutto a causa di un invadente commento musicale, ma costituisce materia di riflessione intelligente, profonda, pluridirezionata, e si muove da un’evidente urgenza di sincerità e condivisione/partecipazione con la collettività. Potremmo definirla, in ultima analisi, la registrazione di una riscoperta dell’altro-da-sé. Dopo essersi isolato per decenni nell’individuo, Mark Patton riscopre l’esigenza di testimoniare. Necessaria per sé, utile (speriamo) per gli altri.

Info
La scheda dedicata a Scream, Queen! My Nightmare on Elm Street sul sito del Torino Film Festival

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