The Fourth Wall
di Zhang Bo, Zhang Chong
Presentato nel concorso internazionale del 41 Cairo International Film Festival, The Fourth Wall dei registi cinesi Zhang Chong e Zhang Bo è un film che ragiona, in via teorica, su realtà e rappresentazione, dando vita a una serie di giochi di ribaltamento. Un’operazione brillante che alla fine si perde in troppi cerebralismi.
Scatole cinesi
Liu Lu, che lavora in un allevamento di cervi, vive isolata, in campagna. Rimane nella sua fredda casa all’avvicinarsi del capodanno, fino a quando il suo unico amico, Ma Ha, va a trovarla, confessando i suoi sentimenti per lei. Le farà passare un viaggio emotivo attraverso il passato, il presente e il futuro. [sinossi]
La quarta parete è quella barriera immaginaria che separa, in un teatro, il palcoscenico, la scatola dove avviene la rappresentazione, dalla platea e dal resto dello spazio. Per un teatrante lavorare in quarta parete significa creare una separazione immaginaria per non vedere e non considerare il pubblico, in modo da aumentare al massimo il naturalismo della rappresentazione. Una concezione tipica del teatro classico all’italiana, frontale, concepita per elevare al massimo questa suddivisione tra spettacolo e spettatori. Ma già nelle forme di rappresentazione orientali, che prevedono invece interazioni o invasioni nello spazio del pubblico, questo concetto non esiste. E le avanguardie teatrali, già da parecchio tempo, teorizzano lo sfondamento della quarta parete e l’uscita verso la platea. Il cinema ha ereditato, per forza di cose, la concezione spaziale del teatro all’italiana, e la sua quarta parete coincide con lo schermo. Impossibile da rompere se non in modo illusorio, ma la storia della settima arte ha visto tante soluzioni in tal senso a partire da La palla nº 13, dove Keaton regala una delle scene più alte, se non già nell’arrivo del treno dei Lumière.
The Fourth Wall, film cinese di Zhang Chong e Zhang Bo, presentato nel concorso internazionale del 41 Cairo International Film Festival, dopo la première al Shanghai International Film Festival, rientra in una di queste riflessioni metalinguistiche, alludendo già dal titolo alla quarta parete.
Liu Lu, campagnola, addetta di un allevamento di cervi, conduce una vita solitaria e sobria, si appresta a passare il capodanno da sola, quando viene raggiunta dall’amico e spasimante, che la invita a pensare a un altro sé, a degli alias di loro stessi che conducono vite parallele. Così i due si vedono proiettati in una vita diversa, cittadina, in condizioni sociali più elevate. E lei, in questa realtà parallela, è un’attrice o forse un’attrice che si è ritirata. I due proseguiranno il loro dialogo in un teatro vuoto, seduti sul palcoscenico proprio in corrispondenza della quarta parete. Una scena strutturata come Dopo la prova di Bergman, dove si fanno battute tra vita e cinema. Ma irromperà tra la platea la Liu Lu versione campagnola, con i suoi abiti poveri, e da lì i registi giocano in una serie di inversioni o scatole cinesi su chi è l’attrice e chi il personaggio interpretato, chi è lo spettatore e chi l’oggetto della visione. I doppi cambiano di posto, la Liu Lu con cicatrice e quella senza si invertono. La violenza, già presente nelle molestie di lui nella casa di campagna, si accresce sul palcoscenico, degenera in lite violenta fino a sfociare in un omicidio/suicidio con pistola. Ma forse era solo finzione. E tra i dialoghi, nelle due realtà parallele, se ne allude a una terza, a una dimensione di natura rigogliosa, tra le foreste, i laghi e le cascate del Madagascar. E quando si stacca su questa nuova realtà, forse onirica, i registi usano una diversa aspect ratio e una diversa grana di immagine che si avvicina alla pellicola, in un film per il resto tutto giocato con l’incerta qualità della macchina a mano.
La rottura della quarta parete diventa un anelito alla libertà non soltanto in senso artistico, ma anche nei confronti di una società opprimente e patriarcale. Il film gioca spesso con altre separazioni nella composizione dell’immagine, tra Liu Lu e il suo amico, ottenute con colonne o altri elementi verticali, sia nella casa che nel teatro. E il film stesso inizia con l’immagine di uno squarcio, quello della rete del recinto dei cervi, un buco aperto con la forza da uno di questi animali che è riuscito a fuggire. Era quello più brutto e quindi asociale che voleva staccarsi dal gruppo. Ma questa è l’idea proprio dei proprietari dell’allevamento, di quelli che tengono questi animali prigionieri. Il cervo diventa uno specchio della vita, un anelito alla libertà, come nella celeberrima immagine finale di Secondo amore, alla natura incontaminata del Madagascar. Ma The Fourth Wall finisce con un’immagine di segno opposto, quella del cervo che si trova sui binari ferroviari, elementi di separazione della natura, del paesaggio, introdotti dall’uomo. E per il povero animale si prospetta una brutta fine, con il rischio di essere travolto da un treno. Brillante film teorico, The Fourth Wall, si fonda su meccanismi brillanti e su raffinate metafore, ma questo impianto funziona solo fino a un certo punto, dopo il quale diventa pretenzioso ed eccessivamente tortuoso.
Info
Il trailer di The Fourth Wall
- Genere: drammatico
- Titolo originale: The Fourth Wall
- Paese/Anno: Cina | 2019
- Regia: Zhang Bo, Zhang Chong
- Sceneggiatura: Hao Qi, Zhang Bo
- Fotografia: Saba Mazloum, Zhao Long
- Montaggio: Han Xiaoling
- Interpreti: Lu Liu, Wang Ziyi
- Colonna sonora: Tao Liu
- Produzione: Beijing Impact Vision Picture
- Durata: 91'





Intervista a Ju Anqi
«In Cina c’è una grande fame di cinema». Intervista a Marco Müller
A Trophy on the Sea
Wet Season
Pingyao 2019
Fen dou
The Horse Thief
Il lago delle oche selvatiche
Intervista a Samson Wong
So Long, My Son