Fin de siglo

Fin de siglo

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Breve incontro che discute la linearità del tempo e che riflette sui bivi della vita, Fin de siglo di Lucio Castro si muove da buone premesse di enigma narrativo, tramutando però le proprie ambizioni in conclusioni esili e confuse. In concorso a Torino 37.

La tripla vita di Ocho

A Barcellona, Ocho è in viaggio e incontra Javi, col quale passa una giornata di passione e confidenze. Sul finire della giornata Javi rivela a Ocho che in realtà si sono già conosciuti vent’anni prima e che hanno avuto un flirt simile… [sinossi]

Di brevi incontri è fatta la storia del cinema. Brevi incontri romantici e struggenti, che chiudono in poche ore il divampare della passione amorosa e l’inevitabile congedo finale con annesso ritorno alle proprie vite di sempre. Fin de siglo, opera prima in lungometraggio dell’argentino Lucio Castro, avvia il proprio racconto adottando le apparenze di tale classico canovaccio cinematografico. Pedinando il suo protagonista Ocho per le strade di Barcellona, ne registra poi l’approccio a un altro uomo, Javi, che si concede a una piacevole giornata di passione e confessioni. Avviato il percorso di un fugace incontro tra due uomini stabilmente impegnati con altre persone, Castro procede poi a due switch narrativi che sconfessano le premesse. I due uomini scoprono infatti di essersi già conosciuti vent’anni prima, e di aver consumato un simile flirt istantaneo in tutt’altre condizioni di vita. Sarà poi un ulteriore switch verso la conclusione a rivelare di nuovo Ocho e Javi insieme, coppia coniugale di lungo corso che si dedica all’educazione della loro bambina.

In pratica, da un convenzionale breve incontro Fin de siglo si tramuta in un racconto enigmatico dove si offre allo spettatore la possibilità di una soluzione univoca e razionale lasciando però ampi spazi di ambiguità e soggettività di lettura. Castro evoca a poco a poco un orizzonte di racconto onirico e intrapsichico senza tuttavia ricorrere mai a marcati segnali stilistici, riservando una qualità visiva omogenea all’intero racconto. I salti avanti e indietro nel tempo (nella memoria, nel sogno, nel pensiero, nell’ipotesi mentale…) intervengono senza soluzione di continuità come nuclei narrativi appena annunciati da una battuta di dialogo o da una suggestione audiovisiva – il giocattolo calpestato sul pavimento in prefinale, mentre i due attori protagonisti non presentano alcun segno di invecchiamento da un segmento narrativo all’altro. Cosicché sulle prime Fin de siglo richiede una discreta sospensione dell’incredulità (difficile poter credere a una totale rimozione nella memoria di un flirt sia pure occasionale, anche se accaduto vent’anni prima) per poi reinglobare tale perturbante segmento in una più generale e sensata ambiguità di ricezione.

In qualche modo sul finale il film di Castro si riavvita su se stesso, sancendo nella conclusione il desiderio di un nuovo inizio (magari nella continuità stessa) e/o il suo esatto contrario, la nostalgia di un amore solido e duraturo. È anche un racconto che, nel suo arco temporale di vent’anni, coinvolge, come sottolineato dal titolo, la fine del secolo. Probabilmente nel volgere del secolo volge anche l’incoscienza in maturità, l’entusiasmo in senso di appartenenza. Il desiderio in nostalgia.

Fin de siglo appare dunque un film ambizioso, che sceglie le dimensioni del piccolo racconto per scompaginarne poi le strutture tradizionali. Tuttavia il tentativo appare più affascinante che riuscito, fin troppo imbrigliato nella necessità di creare richiami interni fra i tre segmenti narrativi che spesso si delineano per forzati e meccanici – quella maglietta dei Kiss che piove letteralmente dal cielo… Per un racconto che sceglie la cifra dell’ambiguità, Castro sembra piegarsi ai richiami della logica quasi a indirizzare la ricezione verso una lettura rassicurante. Da piccolo Fin de siglo finisce insomma dalle parti dell’esile, in cerca di verità più assolute di quanto le sue gracili spalle possano permettersi. In una delle sequenze-chiave Castro mostra di saper lavorare bene con la long take, lasciando i propri attori liberi di esprimere un reciproco aprirsi e rincorrersi nelle parole. E sembrerebbe anche di percepire in filigrana una riflessione che tenta di traslarsi verso l’universale partendo da spunti individuali. Castro sembra fare i conti con la percezione diacronica del tempo vissuto, cercando in esso la fonte di una riflessione che riguardi tutti, e principalmente l’amore di tutti. Omosessuali e non, verrebbe da dire.

Nel caso di Fin de siglo, infatti, il setting omosessuale della vicenda sembra riflettere sì sulle evoluzioni individuali e collettive della comunità gay (l’incoscienza del rapporto orale da giovane vs. diventare adulti tramite l’esperienza della paternità), ma apre anche verso il coinvolgimento dell’essere umano in quanto tale, alle prese con temi universali come libertà, autodeterminazione e necessità dell’altro. Di ambizione ce n’è, quindi; manca purtroppo al momento una reale capacità di sintesi espressiva, che metta al riparo dalla duplice trappola dei modelli alti e delle banali cadute. Peccato, perché sulle prime Fin de siglo irretisce innegabilmente nella sua struttura a enigma esistenziale, e adotta anche un sincero e sentito spirito romantico.

Info
La scheda di Fin de siglo sul sito del Torino Film Festival

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