La provinciale

La provinciale

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Mario Soldati nel ’53 prendeva la diva Gina Lollobrigida – che di lì a pochi mesi avrebbe fatto sfracelli con Pane, amore e fantasia – e ne faceva il ritratto di una ragazza già sconfitta dalla vita, precocemente spenta dal tran tran piccolo borghese, pervasa di umori alla Pietrangeli: La provinciale, proiettato in 35mm al Torino Film Festival per l’omaggio a Soldati.

O Roma o noia

La popolana Gemma è innamorata di un ricco giovane, Paolo Sartori. Non può tuttavia sposarlo in quanto è il suo fratellastro illegittimo. Superata la delusione, si rassegna a sposare il professor Franco Vagnuzzi, per il quale non prova un vero affetto. Ricattata dalla contessa Elvira, Gemma diviene l’amante di un certo Vittoni. Franco non sospetta di nulla. Quando Elvira minaccia di seguire i due sposi a Roma, dove Franco sta per essere trasferito, Gemma, esasperata, si scaglia contro la donna e la ferisce. Riesce così ad allontanarla e a riconciliarsi con Franco. [sinossi]

A ripercorrere il passato della nostra cinematografia si prova sempre un certo particolare piacere nel collegare piccoli pezzi mancanti per scoprire che, in fin dei conti, in quel formidabile periodo del nostro cinema che va all’incirca da Roma città aperta a Todo modo, tutto si teneva, tutto era in qualche modo contiguo e in comunicazione, contribuendo ad alimentare un sistema virtuoso. Così, La provinciale di Mario Soldati, diretto nel 1953 e proiettato in 35mm al Torino Film Festival per l’omaggio al regista e scrittore torinese, ci parla ancora oggi per tutta una serie di motivi. Il primo è quello di vedere Gina Lollobrigida in un ruolo già anomalo per la sua carriera di diva lanciatissima in quell’inizio degli anni ’50; d’altronde La provinciale è di pochi mesi precedente a Pane, amore e fantasia, il film più celebre con la Lollo, e qui – nel film di Soldati – la vediamo nella parte di una giovane donna già invecchiata, la cui esuberanza e la cui connaturata carnalità vengono man mano represse dall’esistenza piccolo-borghese cui è condannata.

Il secondo motivo di collegamento riguarda la carriera di Soldati che, dopo aver ritratto delle stratificate e dolenti figure femminili alla fine degli anni Trenta (da Dora Nelson a Malombra a Piccolo mondo antico), torna al femminino proprio con questo film, aggiornando dunque il tema nella mutata Italia degli anni Cinquanta, ma senza abbandonare il contesto isolato e cupo e soffocante e claustrofobico della provincia, che è elemento essenziale dello sguardo che il Soldati regista e scrittore ha posato sul nostro paese lungo i decenni.

Il terzo è inevitabilmente collegato al precedente e apre però il campo alle collaborazioni, alle contiguità, a quel sistema virtuoso che si citava all’inizio. La provinciale, infatti, è tratto da un racconto di Moravia, e i film adattati dalle pagine dello scrittore romano furono tanti e decisivi nella storia del cinema italiano; basti pensare che, appena nel ’54, vi sarà La romana che, diretto da Zampa, avrà di nuovo protagonista la Lollobrigida, in un ruolo tra l’altro molto simile a questo: anche qui, come ne La provinciale, la chioma fluente e aggressiva dell’attrice verrà imbrigliata per aiutare la caratterizzazione di un personaggio sofferente, contrastato. Ma La provinciale non è solo un film moraviano, è anche un film bassaniano, vale a dire che la presenza di Giorgio Bassani in sede di sceneggiatura è ben riconoscibile – a posteriori – soprattutto nella descrizione di quell’alta borghesia che nella prima parte del film organizza serate e feste e che va a giocare a tennis, come poi lo scrittore ferrarese celebrerà in maniera definitiva ne Il giardino dei Finzi Contini. Un Bassani, tra l’altro, che nel ’53 ancora non aveva raggiunto il riconoscimento che poi gli verrà tributato, a partire dal Premio Strega del ’56 per Cinque storie ferraresi.

Ma a questo motivo, a questo frammento del complesso schema del cinema italiano di quegli anni, ne va aggiunto un altro, e cioè la straordinaria prossimità tra La provinciale e il cinema di Antonio Pietrangeli, che proprio nel ’53 esordiva alla regia con Il sole negli occhi. Allo stesso modo di Pietrangeli, Soldati infatti ritrae gli umori di una donna che vuole emanciparsi dalla società patriarcale, che rifugge la noia di una vita piccolo-borghese, che cerca di realizzarsi al centro del mondo conosciuto – quella Roma che non vedrà mai – e non in un buco di periferia, quella casa alla fine della cittadina – Lucca – in cui è costretta ad abitare, una casa che segna proprio il confine tra l’abitato e il nulla, per una sapiente scelta di location che allude già all’imminente boom edilizio. E ne La provinciale è pietrangelesco anche Gabriele Ferzetti, presente ne Il sole negli occhi ma anche in Nata di marzo, che qui incarna il consueto ruolo del maschio apparentemente moderno ma in fin dei conti ancora ottusamente patriarcale, come poi verrà definitivamente certificato ed eternizzato da Antonioni ne L’avventura.

Il punto, però, non è che questo ritratto de La provinciale si possa dire tipico di Pietrangeli, di Bassani, di Moravia o di Soldati, vale a dire che non è appannaggio di uno solo di loro, quanto piuttosto appartiene a ciascuna di queste figure, ciascuna di loro vi ha contribuito, direttamente o meno. Ed è questa una delle fondamentali ricchezze del nostro cinema di quegli anni, un umore e un sentire comune.

Va detto anche che, ovviamente, pur appartenendo a questo macro-genere che si è cercato di descrivere, La provinciale ha delle sue singolari caratteristiche ben definite, ed è questo che lo rende comunque unico, preciso, solo, pur all’interno delle prossimità sopra descritte. Vi è, ad esempio, quella vicina di casa che si esercita al pianoforte e che fa da colonna sonora in strada e nelle palazzine circostanti; essa rappresenta una ingegnosa trovata che gioca sulla diegesi del commento musicale, puntando così a un effetto di minimalismo e di leggera ironia. Vi è poi una costruzione narrativa a flashback vagamente da noir francese, un po’ alla Clouzot, che appare anche un po’ meccanica nel modo in cui si dispiega – lo stesso Pietrangeli ne avrebbe poi perfezionato il funzionamento in un film come La visita – ma che appare sempre essenziale nel dispiegamento drammaturgico, tanto da permettere di descrivere di ogni personaggio le debolezze e le motivazioni che lo hanno indotto ad agire male, a sbagliare. Vi è infine il vero guizzo soldatiano nella figura della nobile decaduta rumena che irretisce il personaggio della Lollobrigida; la donna, che spinge sostanzialmente la protagonista a prostituirsi, è un chiaro aggiornamento del cinema dei telefoni bianchi, di cui Soldati era stato un rappresentante; questa donna a caccia di denaro, perversa, ossessiva, logorroica, rappresenta la degradazione definitiva dell’illusorio mondo aristocratico e fiabesco est-europeo spesso descritto nel cinema italiano degli anni Trenta.

Tutto torna e tutto si lega, dunque, e quel finale in cui i personaggi di Ferzetti e della Lollobrigida si affacciano sul balcone e guardano con malinconia quel nulla che è il loro futuro merita senz’altro di essere citato per asciuttezza e intensità, non così lontano, in fin dei conti, proprio dal finale de L’avventura.

Info
La scheda di La provinciale sul sito del Torino Film Festival

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