Storie di pietre

Storie di pietre

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Dopo la presentazione al Trento Film Festival 2019, inizia un ciclo di proiezioni, curato da Ester Produzioni, il documentario Storie di pietre di Alessandro Leone, che segue la rinascita di una piccola comunità nei dintorni di Norcia, dopo il terremoto del Centro Italia nel 2016. Tutti attendono l’evento della festa patronale del paese, e finanche i restauratori cercano di velocizzare il lavoro per venire incontro a questa sacra esigenza.

Il sacro e il profano

La piccola comunità di Frascaro, frazione di Norcia, si sta riprendendo dal trauma del terremoto. Un crocefisso da riassemblare e una tela da disseppellire diventano operazioni prioritarie in vista della processione patronale. Poco lontano, a Campi, un gruppo di restauratori lavora per recuperare frammenti di un patrimonio artistico inestimabile. Contemporaneamente, in totale isolamento a mille metri di altitudine, un monaco vive in armonia con Dio nel rispetto della regola “ora et labora”. [sinossi]

Dei bambini giocano battendo e ritmando delle pietre sui muri, e poi correndo mostrando così un paesaggio di macerie e di container prefabbricati. Siamo a Frascaro, frazione di Norcia, paese distrutto dal terremoto del Centro Italia del 2016. Un frate vive pregando nel suo eremo di San Fiorenzo, a Preci, apre una porta che dà su un paesaggio vertiginoso, leopardiano, e fa suonare le campane. Due battiti che scandiscono l’inizio del film, il documentario Storie di pietre che inizia un ciclo di proiezioni dopo la presentazione al Trento Film Festival 2019. La chiesa di San Salvatore in Campi è il terzo scenario che si apre, in realtà un container che racchiude le sue macerie. Si può vedere la sua immagine tridimensionale, com’era da integra, passandoci virtualmente con google maps.

Il film, diretto da Alessandro Leone, segue da un lato un’impostazione di osservazione, con le immagini che parlano da sole, montate in modo da dare un ampio respiro e un ritmo contemplativo, con lunghi silenzi, con uno stile quasi alla Piavoli. Le case di campagna, le pecore, i gatti, il parto dell’agnellino come segno di rinascita. Ma questi momenti sono alternati ad altri, a carattere informativo, consistenti nelle testimonianze degli abitanti e delle persone coinvolte.

Proprio da uno di questi racconti, di un restauratore, apprendiamo che l’attività di restauro, almeno del crocifisso della chiesa, procede speditamente per permettere agli abitanti del paese di averlo per la processione patronale, tradizione che si celebra da sempre. Questa affermazione appare cruciale ed emblematica in quello che mostra il film Storie di pietre. Come è possibile che del personale scientifico di altissimo livello, come i restauratori di opere d’arte, cerchino di forzare le delicatissime pratiche di restauro andando incontro a quelle che possono sembrare esigenze minoritarie, di una piccola comunità di persone, come una festa di paese che, per un anno, potrebbe anche saltare? Si parla di un patrimonio inestimabile che si deve recuperare, ed è così per gli affreschi e le opere d’arte contenute in una chiesa millenaria. Ma il vero patrimonio inestimabile è l’Italia del campanile, l’Italia dei piccoli borghi, l’Italia al di fuori dei grandi centri urbani che ha mantenuto i ritmi di vita semplici, a contatto con la campagna e con la natura.

Storie di pietre riesce a portare lo spettatore a capire l’importanza di quella che altrimenti si potrebbe archiviare come una rappresentazione di superstizione, che non ha più ragione di esistere nel mondo contemporaneo. E il film tocca il suo apice quando si arriva all’evento, alla processione che si ferma, con rispetto, davanti al container con la chiesa sbriciolata, e il pastore fa il segno della croce davanti all’altare. Storie di pietre sa assumere, quando è necessario, toni elegiaci per riportarci a una spiritualità contadina, a una religiosità naturale, pasoliniana. Alla fine della messa, all’aperto, il prete dice: «Andate in pace, e anche a cena», mantenendo quella tradizione della porchetta, della vita semplice con i suoi piccoli riti.

Ancora gli scocchi di campana dell’eremo, che dà su quel paesaggio di montagna: stavolta segnano la fine del film. Un anno dopo, ci informa con disincanto la didascalia finale, ancora non sono finiti i restauri, e dai container gli abitanti sono stati trasferiti nelle nuove abitazioni antisismiche. Che, per quanto sicure, faranno perdere quell’armonia della pietra, della costruzione che utilizza gli elementi locali armonizzandosi nel paesaggio, quella pietra che “abita con Dio”.

Info La pagina di Storie di pietre sul sito del Trento Film Festival

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