Ms. White Light

Ms. White Light

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Ms. White Light è il secondo lungometraggio da regista di Paul Shoulberg, che firma una commedia dai toni velatamente oscuri per lavorare sull’accettazione della morte e l’elaborazione del lutto; un’opera piccola ma che sembra più che altro adeguarsi in maniera totale alle necessità del piccolo schermo, sia come costruzione visiva che (ed è altrettanto grave) come gestione dei tempi narrativi. In concorso al Torino Film Festival.

L’empatia di Lex Cordova

Lex Cordova è una ragazza che assiste malati terminali con difficoltà ad accettare la morte. Se da una parte mostra di essere molto brava con i morenti, dall’altra è disastrosa con tutti gli altri. Col solo aiuto della fuorviante guida del padre Gary, che lavora con lei , della non richiesta presenza di Nora, un’ex cliente ossessionata dalla cultura dei samurai, e di una complicata storia d’amore con Spencer, un seducente psicopatico di dubbia moralità, Lex fa del suo meglio per aiutare Valerie, la paziente più difficile che abbia mai avuto. [sinossi]

Può anche risultare interessante l’esperienza umana di Lex Cordova, personaggio che per lavoro è costretta a mostrare una grande empatia, empatia che nella realtà quotidiana della propria vita non sa esprimere nei confronti delle persone che ha accanto o che incontra. Un essere umano pronto ad accompagnare i suoi simili verso la morte ma che non sa come gestirli (i già citati simili) quando sono vivi e vegeti, e non relegati in un letto d’ospedale. Nelle mani di un cineasta e di uno scrittore di grande spessore un personaggio come quello di Lex Cordova sarebbe cresciuto a dismisura, perfetto paradigma di un’umanità che sa trovare la propria intimità più celata svelandola al mondo esterno solo quando si trova a tu per tu con l’inevitabile, con quella morte che è lo spauracchio più grande ma anche l’unica estrema certezza dell’intera vita.
Il problema di Ms. White Light, che a Torino viene presentato addirittura nel concorso ufficiale (se ne poteva forse fare a meno) e che lo scorso marzo ha preso parte ad Austin al SXSW – acronimo che sta a indicare il South by Southwest – è che Paul Shoulberg non sembra possedere una particolare visione cinematografica. Preciso e puntuale nel piazzare la camera sempre là dove non rappresenti un ostacolo alla capacità dello spettatore di decriptare l’azione, il trentatreenne cineasta statunitense rischia di apparire anonimo, privo di un reale sguardo, messo completamente a disposizione di un’interprete sensibile. Perché di fatto Ms. White Light è del tutto costruito sul volto di Roberta Colindrez, sincera nel tratteggiare il dolore intimo e insondabile di Lex (il diminutivo sta per Alexis). Un’apprezzabile interpretazione che non basta però a donare un reale senso a un’opera minuta, troppo minuta per avere la forza di deflagrare come avrebbe dovuto.

La responsabilità, sia sotto il profilo visivo che sotto quello narrativo, sta nell’incapacità di Shoulberg di trasformare le immagini che va a comporre in “cinema”. Tutto in Ms. White Light, dalla composizione del quadro alla fotografia, dall’insistenza sui primi piani alla mancanza di movimenti di macchina – che non vengono sostituiti però da una costruzione dell’inquadratura personale o stratificata –, fino allo sviluppo emotivo e prettamente narrativo di una vicenda a dir poco prevedibile, sembra appartenere a un medium che non ha nulla a che vedere con la proiezione collettiva su un grande schermo. Figlio di un’epoca in cui lo sguardo si sta progressivamente rimpicciolendo – e con il proliferare pressoché incontrollato delle piattaforme per la visione in streaming la situazione non migliorerà di certo, tutt’altro – Shoulberg si limita a seguire i dettami della maggior parte dei serial televisivi, infarcendo il suo film di primi e primissimi piani, lavorando su una resa visiva priva di chiaroscuri o di porzioni di buio, creando dinamiche di conflitto tutte tese a essere risolte attraverso la dialettica, o lo sguardo interiore, cercando un apparente rigore nei totali che altro non è se non l’accettazione della bidimensionalità.
Un atto di resa nei confronti delle potenzialità espressive del cinema che è l’unico elemento, per quanto negativo, di interesse di un film per il resto estremamente gentile, grazioso, tenero, ma anche ovvio nella sua dichiarata ricerca di un senso della vita che permetta di accettare ancora meglio la morte, e di elaborare il lutto.

Non controllando davvero le profondità e le voragini che un racconto di questo tipo comporterebbe Shoulberg si rifugia nella comoda tana della commedia, dispiegando battute salaci messe in bocca anche ai personaggi più disperati, e certi della loro prossima dipartita. Un gioco d’accumulo che serve a sviare l’attenzione dalle debolezze insite in un progetto costruito a uso e consumo di un pubblico che non sa più accettare la complessità, e deve ricevere imput chiari, netti, incontrovertibili. Ma a ben vedere corre poi molto spazio di distanza tra Ms. White Light e un episodio a caso di Grey’s Anatomy? La risposta, tragicamente, è no. E allora viene naturale dire che per il film di Shoulberg si può tranquillamente aspettare il primo passaggio televisivo.

Info
Ms. White Light sul sito del Torino Film Festival.

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