Prélude

Prélude

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Prélude, esordio alla regia della trentasettenne tedesca Sabrina Sarabi, è un affascinante viaggio nella cultura romantica sorretta dalle dinamiche di un coming-of-age tutt’altro che pacificato con protagonista un brillante studente di pianoforte di una prestigiosa accademia. In concorso al Torino Film Festival.

Fantasiestucke N.1

David, un giovane pianista, inizia a frequentare un’Accademia musicale di altissimo livello da cui potrebbe spiccare il volo e andare, dalla Germania, all’ancor più prestigiosa scuola Julliard di New York. David è certamente un allievo talentuoso, ma la competizione è forte e l’ansia da prestazione schiacciante… [sinossi]

Una fantasia romantica sulla giovinezza con i suoi dolori e i suoi sogni (traum), i desideri, le paure, e i suoi devastanti smottamenti psichici: Prélude, bell’esordio della regista tedesca Sabrina Sarabi, è un lavoro brillante. La Sarabi osa e rischia, depistando lo spettatore e portandolo su terreni nei quali, inizialmente, non ci si aspetterebbe di essere condotti. La regista cerca infatti di comprendere la natura romantica dell’adolescenza e dell’interpretazione musicale, il loro legame, e come questo legame attraversi la cultura del suo Paese arrivando fino alla contemporaneità. Nel realizzare un film di non banale ambizione, va detto anche che Prélude non arriva mai a esplodere né a emozionare, raffreddando la propria complessità in una dimensione più concettuale che espressiva.

Prélude si apre facendoci pensare al classico racconto sulla fatica di diventare pianisti e interpreti del repertorio classico, ovvero uno tra gli “sport” più competitivi che esistano sulla faccia della terra, una “specialità” dove solo l’eccellenza trova uno spazio. Lo spettatore può immaginare che il racconto verterà sulla “lotta” tra David (Louis Hoffman) e la sua Maestra di piano (Ursina Lardi), o sulla sfida tra il protagonista e il suo rivale Walter (Johannes Nussbaum). Ma non è proprio così. Innanzitutto all’obiettivo musicale e professionale – ovvero vincere una Borsa di Studio per frequentare l’esclusiva Julliard di New York – si aggiunge il desiderio d’amore per Marie (la bella Liv-Lisa Fries, una Cotillard mignon): la commistione tra arte e primi sentimenti riporta alla mente quell’Heimat 2 in cui i protagonisti Herrmann e Clarissa condividevano un tormentato legame assieme agli studi di composizione e violoncello. Il riferimento al capolavoro di Reitz è in effetti esplicitato in un dialogo in cui si parla di “Patria”, Heimat appunto, e della scelta di smarrirsi nella musica, nelle partiture, in un linguaggio che per sua natura parrebbe essere universale e apolide. Ma avere un “centro”, una patria interiore o una psiche forte, sono invece fondamentali: addomesticare le proprie mani o il proprio ingegno per portare a compimento la musica e le emozioni per cui è stata scritta, prevede un’educazione del sé e un senso di appartenenza che, invece, è completamente assente in Prélude. In Heimat 2, la “cronaca di una giovinezza” era racconto di formazione, di comprensione ed esperienza. Tutto ciò che sembrerebbe negato, oggi, a David, il quale ha un’insegnante ragionevole e metodica, “correttrice” di trilli e fraseggi, ma che in nessun contesto – tanto meno in sé – riesce a trovare lo sprone per strutturare un’emotività autentica da cui partire per costruire un’identità adulta, che non venga travolta dall’ansia da prestazione. Il traum diventa così una progressiva dissociazione tra volontà di eccellere e corpo, tra ragione e pulsione. Bach e Beethoven sono evocati e suonati, ma tra i tedeschi David percorre una strada prossima a Schumann, che a proposito di sdoppiamento aveva persino “inventato” nella propria musica le figure di Florestano ed Eusebio, i due lati della sua personalità. Il primo era quello esuberante, il secondo quello riflessivo, il primo più legato alla natura e il secondo all’intelletto: un dionisiaco e un apollineo pre-nietzschiani. Mentre David si esercita per essere il migliore, il designato per il successo americano, Marie e l’amico-rivale Walter diventano ingombri, impedendogli di disporre della propria volontà piena o di portare a termine ciò che si è prefissato di fare, mentre il Conservatorio e le prove che deve superare divengono incubi da cui è arduo trovare una via di fuga. Lo sdoppiamento diventa delirio e a poco a poco i sogni si mischiano alla materia del reale…

Sabrina Sarabi declina con Prélude un’interpretazione della cultura romantica in un contesto che non suggerisce però alla giovinezza le grandi riflessioni di Werther, ma neppure la realizzazione di sé di Hermann o Clarissa, ma solo una richiesta performativa e vuota. Il film procede virando da una tonalità all’altra, in maniera fantasmatica o paranoica ma sempre spaesante rispetto a una trama lineare e scartando sempre la possibilità di una personalità capace di reggere gli urti della vita. David è fragile e tanto più è fragile quanto più vorrebbe “governare” le proprie mani indisciplinate, il proprio polso sottoposto a sforzo e le dita ferite. Ma non siamo, nel modo più assoluto, dalle parti delle ferite sanguinolente di Whiplash di Chazelle e il punto non è essere i migliori nella competizione più crudele del mondo. La Sarabi, piuttosto, tenta un racconto frammentato e straniante per aggiornare all’oggi il dolore giovanile del romanticismo, innestandolo in un sistema algido, livido, per nulla emotivo, per nulla romantico, in cui la musica stessa è residuale. Il risultato è un film intelligente e asettico, trattenuto e contrito, che di certo non manca di coraggio e raffinatezza.

Info
Prélude sul sito del Torino Film Festival.

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